Locke

GRAN BRETAGNA - 2013
4/5
Locke
Ivan Locke ha una famiglia perfetta e un lavoro da sogno. Tuttavia, alla vigilia della più importante sfida della sua carriera, una telefonata lo costringerà a prendere una decisione che - in 90 minuti - metterà tutto in discussione. La sequela di eventi scatenati, in questo modo, sconvolgerà la sua vita familiare e il suo lavoro, portandolo così a entrare in crisi con se stesso e con il mondo intorno a lui.
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Produzione: SHOEBOX FILMS, IM GLOBAL
  • Distribuzione: GOOD FILMS (2014)
  • Data uscita 30 Aprile 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Ottima sceneggiatura, attore eccezionale. Non serve altro. A Locke di Steven Knight (Fuori concorso) l’essenziale basta e avanza per costruire un momento – 85′, girati quasi in tempo reale – di cinema totale.
Arriva dal cielo la mdp, per prendere la prima corsa utile, a bordo di una delle tante carovane umane di passaggio sulla terra. Una qualsiasi, però esemplare.
Si mette dietro, poi accanto, poi ancora dietro, a Ivan Locke, un uomo che ha appeno preso una decisione che cambierà per sempre la sua vita. Non possiamo dire di più.
La sceneggiatura di Knight (autore tra l’altro dello script della cronenberghiana Promessa dell’assassino) è costruita per stratificazioni successive. Come un edificio che prende forma pian piano. Questo forse si può dire: Ivan Locke è un capomastro, lavora con il calcestruzzo, è il più apprezzato operaio d’Inghilterra. Anzi, come dichiara un amico: è il miglior uomo d’Inghilterra. Niente di più indimostrabile ovviamente, non fosse altro perché il protagonista sta cercando di raddrizzare una situazione che si è messa male, molto male, per colpa sua. Non diremo altro, davvero. Aggiungeremo solo che tutto ci viene svelato a tempo debito e sempre dentro lo spazio stretto dell’abitacolo.
Locke, cui Tom Hardy fornisce un’interpretazione di impressionante intensità emotiva, è come un odierno Caronte in direzione ostinata e contraria: deve traghettare la sua anima dall’inferno, in cui lo spingerebbe l’inerzia della cose, alla salvezza, dove vorrebbe portarlo la sua determinazione e ansia di redenzione.
In questo on the road tra buio e luce – che la fotografia esalta con un sapiente gioco di trasformazioni cromatiche, sfumature, dissolvenze incrociate: dal giallo al nero e ritorno – Locke è solo, ma in costante tensione dialogica. A scandire il tempo della narrazione e le tappe del viaggio sono le telefonate che continuamente fa e riceva mentre procede, inflessibile, sulla sua strada. Telefonate che in un crescendo di tensione, ora stringono ora allargano intorno a lui la tenaglia degli eventi. La situazione non è sotto controllo.
Nell’abitacolo, con Locke, ci siamo noi, il suo viaggio il nostro. Sopravvivere alle conseguenze di ciò che facciamo, la meta. Un’ora può spazzare via tutta un’esistenza. Un’altra può rimetterla in piedi. Sempre capaci delle cadute più fetide e di risalite insperate, combattiamo e speriamo con Locke. Abbiamo una macchina e un cellulare. Equipaggio di ogni guerra moderna. Contro chi, che cosa? Ma il “padre” di tutti i nostri guai, naturalmente. Quello a cui si rivolge Ivan guardando lo specchietto. Come il tassinaro De Niro. Il nemico con la nostra faccia. Il Godot che non arriva, che non arriverà. Se non saremo noi ad andare da lui. Se non avremo il coraggio di puntare dritti, e via. Sapendo che per arrivare ci si può smarrire. Che vincere significa a volte perdere tutto. Buon viaggio.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE JOE WRIGHT.

- FUORI CONCORSO ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"Un guerriero antico in BMW, un Ulisse in autostrada, un cavaliere della tavola rotonda in viva voce, un uomo senza la fragilità o la viltà che spesso il cinema attribuisce al maschio contemporaneo, ma un eroe comunque alieno dal nostro tempo, disposto a distruggere tutta la sua vita, a perdere lavoro e famiglia, per un principio etico, per il dovere di non sfuggire alle proprie responsabilità e di fare, come dice lui, «la cosa giusta, l'unica possibile». In 83 minuti, 'Locke' racconta un'intera vita con una sola immagine, quella della bella faccia di Tom Hardy, al volante della sua automobile, che ha lasciato il cantiere di Birmingham e corre sull'autostrada verso Londra: è notte, le luci abbaglianti del traffico creano un paesaggio ostile attorno alla sua esistenza che sta andando in frantumi, nell'accavallarsi continuo di telefonate sempre più nervose e definitive. (...) I nodi della vita di Locke s'intrecciano nella tempesta di telefonate, si esprimono sulla sua faccia smarrita e nella voce pacata, nelle lacrime e nel totale senso di abbandono, nella certezza di essere nel giusto e nel voler portare a termine ciò che considera suo dovere, il dovere di un vero uomo, forse di un uomo di un tempo passato. A ogni telefonata tutto sembra perdersi e tutto lui riesce a ricomporre, spinto a rivoluzionare la sua vita per un'assurda avventura di una notte, la sola in quindici anni di matrimonio, con una donna non giovane, non bella, immersa in una sua malinconica solitudine. (...) Film minimalista all'estremo, girato in due sole settimane, scritto e diretto dall'inglese Steven Knight, poteva essere una barba moralistica se il protagonista non fosse Tom Hardy, inglese, 36 anni, adorato da folle soprattutto giovanili per ruoli di un certo spavento, come quello dell' orribile e crudelissimo Bane (...) nel Batman di Christopher Nolan, 'Il cavaliere oscuro, il ritorno'. La voce italiana è quella di Fabrizio Pucci, e naturalmente i blogger hanno già lanciato i loro strali contro quella che considerano una profanazione. Hardy, capace di grandi cinetrasformismi fisici, è un Locke di aspetto serio e maturo, e occupando con la sua sola faccia ogni inquadratura (gli altri sono solo voci al telefono), riesce a emozionare senza strafare, anche per la sua capacità di apparire non come un impossibile gentleman d'altri tempi ma come un uomo qualsiasi di oggi, che diversamente da tanti, è sostenuto da un grande senso morale per il quale è disposto a sacrificarsi. Una lezione di vita su cui potrebbero riflettere i tanti pasticcioni che invadono la nostra informazione proprio a causa della loro totale assenza di etica." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 28 aprile 2014)

"Chiuso con la sicurezza nell'abitacolo della Bmw col telefonino bollente (tre linee s'intrecciano), questo kammerspiel con cellulare è una scommessa tecnica (una nave nella bottiglia) e un inno alla solitudine dei tempi virtuali, monologo interiore in cui il cinema mostra tutto l'invisibile di cui è capace. Merito di David Knight, sceneggiatore di Frears e Cronenberg, e di Hardy, attore teso, dotato di gran capacità oratoria, che si denuda freudianamente nel thriller a motore acceso. Una sfida vinta non inutile che passa con sicurezza dal prodigio tecnico della ripresa in corsa quasi da Lelouch al fattore umano, un cuore auscultato nel tic tac di massima confusione, a cinture allacciate. Le ragioni del successo (alla Mostra di Venezia record di plausi) s'intrecciano come le voci umane o disumane (ogni riferimento al monologo di Cocteau non è casuale) del telefonino, insieme all'ottima colonna sonora di Hinchliffe, nell'atmosfera di un viaggio al buio fisico e metafisico, la anticamera di una crisi rimandata fino al prossimo motel." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 1 maggio 2014)

"(...) film indipendente e a micro-budget, sommesso e teso, ironico e disperato, un thriller morale che sembra studiato (e lo è), virtuosistico (e lo è), claustrofobico (e lo è) eppure riesce a evidenziare i rischi dell'assunzione di responsabilità davanti a quegli eventi che come un vento di tempesta possono squassare all'improvviso le nostre fragili esistenze. È lo stesso meccanismo, fatte le debite differenze, usato da Shakespeare fino a Thomas Hardy, quello che il regista britannico Steven Knight, già sceneggiatore nominato agli Oscar per 'Piccoli affari sporchi' e 'La promessa dell'assassino', applica concentrandosi su un personaggio bloccato fisicamente e mentalmente e congegnando una scommessa sulle potenzialità del primo piano o close-up, storica e cruciale prerogativa del cinema. Eccellente, in questo senso, è la prestazione di Tom Hardy (uno dei duri più camaleontici dello schermo) che nel corso di 85 serratissimi minuti di one-man-show deve usare la propria faccia e la propria voce (doppiata credibilmente da Fabrizio Pucci) come catalizzatrici di una scarica micidiale di emozioni e decisioni affine a quella prodotta da film di genere come 'In linea con l'assassino', 'Buried - Sepolto' o anche 'Gravity', ma servita da contrappunti umanistici ben più densi e lancinanti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 maggio 2014)

"La struttura è quella di un 'kammerspiel' ambientato nel vano claustrofobico di un'auto diretta da Birmingham a Londra: alla guida Ivan Locke che durante l'intero tragitto non fa che dialogare via telefono con invisibili interlocutori. La tesa drammaturgia del film è imbastita sull'intreccio di queste conversazioni, ma non meno incisivo è il mobile gioco di angolature (tre camere digitali) sul viso di Locke che, pur sempre sotto controllo e senza alzare la voce, tradisce il profondo turbamento di un uomo sul crinale di una svolta esistenziale decisiva. (...) Nonostante le relazioni del protagonista con l'esterno siano affidate a un vivavoce, 'Locke' non è l'ennesima riflessione sull'isolamento dell'individuo nella società della comunicazione virtuale. Al contrario, l'estrema concentrazione di luogo e tempo, la notte popolata di bagliori, l'emozionalità annidata nelle parole: tutto sottolinea che per Knight a essere centrale e «concreto» è il fattore umano; e non ci stupiremmo di ritrovare in lizza ai prossimi Oscar Hardy, un Locke di fantastica intensità, naturalezza e fisicità." (Alessandra Levantesi Kezich, "La Stampa", 1 maggio 2014)

"Diretto da Steven Knight, che è soprattutto uno sceneggiatore (tra l'altro, del notevole 'Piccoli affari sporchi' di Stephen Frears), 'Locke' è un film con un solo personaggio in scena: tutta la trama si svolge nell'abitacolo dell'auto guidata da Ivan Locke (...), nel corso di un viaggio durante il quale un'angosciante raffica di telefonate cambierà la vita dell'uomo. E' il classico caso in cui la tecnologia va incontro alla sceneggiatura: Locke usa il viva voce, da bravo automobilista ligio alle regole, e noi ascoltiamo tutti coloro che lo chiamano per supplicarlo, insultarlo, consultarlo, e così via. Tutti gli altri attori prestano al film solo la loro voce: e anche così risultano bravissimi, almeno nell'aspro originale inglese (speriamo che il doppiaggio, che non abbiamo avuto modo di ascoltare, non l'abbia reso eccessivamente «educato»: comunque Hardy è doppiato da Fabrizio Pucci, la voce abituale di Hugh Jackman e Russell Crowe). (...) Insomma, nell'arco di nemmeno un'ora e mezza (quanto dura il film) Locke cerca di tenere insieme i pezzi di una vita e, contemporaneamente, di farne partire un'altra: impresa non da poco per chiunque, figurarsi per quest'uomo senza certezze, che sul lavoro vive le angosce della crisi e nel privato ne deve affrontare un'altra del tutto diversa. Steven Knight (anche autore del copione) e Tom Hardy giocano e vincono (...) quella che è «la» scommessa del cinema contemporaneo: avere idee che costino poco, realizzabili con pochi mezzi. 'Locke' è un film da mostrare nelle scuole, di cinema e non: qualunque giovane cineasta che si lamenta della crisi, e dei finanziamenti sempre più scarsi per il cinema, dovrebbe farne tesoro. Queste sono le idee che «spaccano», quando non si ha la fortuna (?) di lavorare a Hollywood. Inutile dire che servono fantasia e talento, e serve un attore enorme come Tom Hardy. Dicono che per un attore le scene al telefono sono le più difficili: se è così, 'Locke' è il film attorialmente più difficile della storia, e guardate un po' come è riuscito!" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 maggio 2014)

"Tutto in una notte, tutto in una macchina. All'opera seconda dopo 'Redemption', l'inglese Steven Knight ci riconsegna il grado zero del grande cinema: uno straordinario interprete, Tom Hardy; un'eccellente sceneggiatura (Knight era stato candidato all'Oscar per gli script de 'La promessa dell'assassino' di Cronenberg e 'Piccoli affari sporchi' di Frears); una fedelissima attinenza alle unità aristoteliche - diciamo così - di tempo, luogo e azione; una fascinosa regia interamente giocata nell'abitacolo di una BMW X5, ma lungi dall'essere claustrofobica; l'emozione per unico effetto speciale. (...) Quattro giorni di prove, riprese per otto notti, tre macchine da presa digitali Red Epic montate nell'X5, l'autostrada M1 tra Birmingham e Londra 'ricreata' sulla North Circular, 'Locke' è stato presentato Fuori Concorso all'ultima Mostra di Venezia: il Leone d'Oro l'ha vinto 'Sacro Gra', ma il Raccordo non vale l'M 1, quel film questo. Avrebbe dovuto stare in competizione e - per noi - vincerla. Sì, 'Locke' è una bomba, a implosione: sull'exemplum del suo omonimo, il filosofo empirista inglese John Locke, Ivan non perde la calma, ma pianifica, organizza, intima e rassicura. E' un uomo di ferro, pardon, calcestruzzo, ma la sua vita si sta distruggendo: prima di mettersi in auto, dice, aveva una moglie e un lavoro, ora non più, eppure non molla. Deve andare in ospedale da Bethan, per non incorrere nello stesso misfatto del padre, che lo abbandonò in fasce (analogia con l'altro Locke): lucidissimo con la moglie e 'l'altra', commosso con i due figli, la rabbia la riserva per il genitore, che osserva dallo specchietto retrovisore come un fantasma che solo lui intuisce. Ma in quell'auto c'è soprattutto la realtà, quella che va in frantumi per una debolezza: bruttina stagionata, fragile e problematica, Ivan non ama Bethan, ma un bicchiere di troppo, la volontà di farla felice e il guaio è stato fatto. Ivan non si sottrae, ma Locke è un monito piano, geometrico sulle conseguenze delle nostre azioni: se volete, un potente contraccettivo, un 'Pericolo!' stampigliato in rosso sulle nostre velleità extraconiugali, perché - dice Katrina - 'la differenza tra mai e una sola volta è la differenza tra il bene e il male'. I pro-family sottoscriverebbero, s'intende, ma il film è per tutti quelli che amano il cinema, ovvero lirica su strada, apologo al volante, soggettive, luci e asfalto on the road. Tom Hardy è un mostro di empatia (in Italia uno così non l'abbiamo), Steven Knight non sbaglia nulla, 'Locke' mette le quattro frecce alla nostra umanità: fate l'autostop e salite a bordo, ne vale la pena." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 1 maggio 2014)

"Unico attore in scena, nell'unità di spazio e tempo (la Bmw in viaggio), il convincente Hardy ha soltanto le voci delle telefonate per ricomporre una vita e i suoi errori. Traccia teatrale, radiofonica? Immaginario non cinematografico? Vedere per credere la splendida risonanza tra movimento esteriore e interiore, le diramazioni delle tangenziali che si accumulano mentre cresce l'incrocio delle possibilità, le chiusure e le aperture di un uomo che deve scegliere la strada autentica. Thriller delle responsabilità, si beve in un fiato." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 1 maggio 2014)

"Piacerà a chi già ammira Tom Hardy come interprete d'azione (...) e sarà piacevolmente stupito da questa 'one man performance' dove la tensione per una volta non la danno le botte, ma il dilemma morale di Locke (riuscirà a dimostrarsi brava persona fino all'85esimo minuto?)" (Giorgio Carbone, 'Libero', 1 maggio 2014)

"Presentato fuori concorso all'ultima Mostra del cinema di Venezia, il secondo film dell'affermato sceneggiatore Steven Knight è una scommessa vinta: costruire un racconto con un unico attore, il bravissimo Tom Hardy, in un unico ambiente, un'auto, rispettando l'unità di tempo e di azione. Il risultato è un film che non lascia un attimo di respiro e che coinvolge con i suoi interrogativi morali." (Eugenio Arcidiacono, 'Famiglia Cristina', 4 maggio 2014)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy