Lo chiamavano Jeeg Robot

ITALIA - 2015
4/5
Lo chiamavano Jeeg Robot
Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere un forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l'eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d'acciaio.
  • Durata: 112'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, FANTASY
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA/BLACK MAGIC POCKET CAMERA/BLACKMAGIC MFT 2.5K/CANON 5D/GOPRO HERO 3 BLACK/RED-MYSTERIUM X/RED SCARLET CAMERA, APPLE PRORES 4444/REDCODE RAW, DCP (1:2.35)
  • Produzione: GABRIELE MAINETTI PER GOON FILMS CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: LUCKY RED (2016)
  • Data uscita 25 Febbraio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Applausi a scena aperta durante la proiezione stampa, e una certezza: sarà difficile sfilare il Premio del Pubblico della decima Festa di Roma a Lo chiamavano Jeeg Robot. Piuttosto, segnatevi questo nome: Gabriele Mainetti. Classe 1976, una qualche notorietà per il corto Tiger Boy, all’esordio al lungometraggio fa qualcosa di quasi impossibile: un film di supereroi italiano.

Non c’era riuscito nessuno, nemmeno il Gabriele Salvatores de Il ragazzo invisibile, viceversa, lui trasforma la sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti in un film molto radicato in Roma e nell’italianità e, insieme, alieno alla nostra produzione corrente: malavita capitolina, camorra, manga giapponesi (Jeeg Robot) e supereroi disfunzionali hollywoodiani, il tutto frullato in 122’ (si poteva tagliare qualcosa) che fanno sul serio nell’aderenza al genere ma contemporaneamente lasciano spazio all’ironia e al nonsense.

Protagonista è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria, ingrassato ad hoc), criminale di quart’ordine, una smodata passione per il porno e lo yogurt: sfuggendo ai poliziotti, si immerge nel Tevere, dove entra in contatto con dei fusti contenenti un liquame radioattivo. Smaltita l’intossicazione, scoprirà di avere guadagnato una forza sovrumana, tanto da poter staccare un bancomat dal muro e portarselo a casa sotto braccio… Nel palazzone di Tor Bella Monaca dove abita, risiede pure Alessia (Ilenia Pastorelli, il Grande Fratello 12 in carnet): una “matta scocciata”, vittima di plurime violenze, e convinta di vivere nel manga Jeeg Robot d’Acciaio. Per farla breve, eleggerà Enzo a suo Hiroshi, l’eroe di Jeeg Robot, ma le cose sono più complicate del previsto: mentre Roma è bersaglio di attentati terroristici, forse orchestrati dalla camorra in risposta al blocco degli appalti pubblici, Enzo deve fare i conti con la banda dello Zingaro (Luca Marinelli)…
Effetti speciali senza strafare ma molto ben fatti, sceneggiatura che dialettizza il canovaccio fumettistico e supereroistico e i dialoghi indolenti e cafoni a indicazione geografica tipica romana, interpreti in stato di grazia - sia Santamaria, che regala a Enzo chili in esubero, inadeguatezza e nonchalance, che Marinelli, il Joker de ‘noantri – per un approdo financo paradossale: ma era così difficile fare un film così? Il futuro di Mainetti, e dei suoi sceneggiatori, è roseo, ma pure quello del ritrovato genere italiano: supereroi alla riscossa!

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA; CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO; IN ASSOCIAZIONE CON: SORGENTE SGR, BANCA POPOLARE DI BARI.

- PRESENTATO ALLA X EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2015).

- DAVID DI DONATELO 2016 PER: MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE, PRODUTTORE, ATTRICE (ILENIA PASTORELLI) E ATTORE (CLAUDIO SANTAMARIA) PROTAGONISTI, ATTRICE (ANTONIA TRUPPO) E ATTORE (LUCA MARINELLI, CANDIDATO ANCHE COME MIGLIOR PROTAGONISTA PER "NON ESSERE CATTIVO" DI CLAUDIO CALIGARI) NON PROTAGONISTI E MONTATORE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: SCENEGGIATURA, AUTORE DELLA FOTOGRAFIA, MUSICISTA, SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (GIULIO PEZZA), ACCONCIATORE (ANGELO VANNELLA), FONICO DI PRESA DIRETTA ED EFFETTI DIGITALI.

- GLOBO D'ORO 2016 COME MIGLIOR FILM. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR OPERA PRIMA, ATTRICE (ILENIA PASTORELLI) E ATTORE (CLAUDIO SANTAMARIA).

- NASTRI D'ARGENTO 2016 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE E ATTORE NON PROTAGONISTA (LUCA MARINELLI). GABRIELE MAINETTI HA OTTENUTO ANCHE IL PREMIO HAMILTON BEHIND THE CAMERA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR PRODUTTORE, SCENEGGIATURA, ATTORE PROTAGONISTA (CLAUDIO SANTAMARIA), FOTOGRAFIA (MICHELE D'ATTANASIO È STATO CANDIDATO ANCHE PER "VELOCE COME IL VENTO" DI MATTEO ROVERE), SCENOGRAFIA, COSTUMI E COLONNA SONORA.

CRITICA

"Quasi spaventato della propria originalità, il film si adagia sui binari prevedibili (del genere) e cerca un cammino più facile e scontato. Dispiace ma si tratta di un peccato veniale, in parte spiegabile col «giovenil furore» di un esordiente che deve ancora metabolizzare come meno, al cinema, spesso vuol dire meglio." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 febbraio 2016)

"(...) è il primo supereroe riuscito, cioè socialmente, e psicologicamente credibile, del cinema italiano dopo 'Il ragazzo invisibile' di Salvatores. Opaco e così infarcito di buone intenzioni da risultare costruito come l'eroe di un 'Cuore' postmoderno. Tutt'altra musica in 'Lo chiamavano Jeeg Robot', che dichiara fin dal titolo il debito ironico con le mitologie pop, più o meno degradate e riadattate per uso locale, come tutte le vere mitologie (...). Se il regista milanese infatti tentava il racconto di formazione d'ambiente borghese, il romanissimo Gabriele Mainetti, classe 1976, gioca invece la carta del film d'azione in ambiente sottoproletario, da sempre il più creativo in materia (i soprannomi che circolano in qualsiasi bar capitolino provano che Roma digerisce e rielabora a modo suo qualsiasi cultura o sottocultura). Con un gusto per la parodia che non esclude l'adesione sentimentale ai suoi antieroi di periferia e alla loro visione del mondo. Niente tutine lucenti però, né voli sulla metropoli o altre pacchianate. (...) Quella è roba buona per la Marvel. A Mainetti, al primo film dopo molti e premiati corti, bastano i 'mostri' di casa nostra. (...) mentre il Ceccotti si scopre dotato di forza erculea (...), ecco il mucchio selvaggio dei comprimari. Un bandito mitomane truccato stile Rocky Horror Picture Show, che adora Anna Oxa e Loredana Bertè (Luca Marinelli, sempre fantastico ma fin troppo divertente per fare davvero paura). Una coattella mezza matta (...) l'inedita e bravissima Ilenia Pastorelli, vera carta vincente del film con lo strepitoso e inquartato Santamaria (...). Il tutto con gag gaglioffe e spesso irresistibili (tipo la ricerca del dito mozzato), perdonabili lungaggini (90 minuti erano meglio di 112), molte facce vere e ben scelte perché c'è pure un sottotesto politico. Applauditissimo alla Festa di Roma, ha tutti i numeri per vincere anche fuori casa." (Fabio Ferzetti, "Il Messaggero", 25 febbraio 2016)

"Classe 1976 e dunque 'nativo' della generazione che si è nutrita di fumetti e cartoni giapponesi, e soprattutto attraverso il filtro delle edizioni italiane con le loro sigle divenute oggetto di piccoli culti pop, l'autore Gabriele Mainetti ha fatto quasi tutto per il suo primo lungometraggio, anche la musica. Realizzando con originalità di sguardo una fantasia di confine tra generi e stili." (Paolo D'Agostini, "la Repubblica", 25 febbraio 2016)

"Considerato la piaga di corruzione che infetta Roma (...) un supereroe dei Sette Colli non viene male. E pazienza se a rivestirne i panni è il ladruncolo di periferia Enzo Ceccotti (...). Un Accattone con i superpoteri? Perché no, la sfida vinta dell'esordiente Gabriele Mainetti (e dagli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti) è quella di un film artigianale, cucito a mano come la bizzarra maschera di Jeeg, che coniuga l'immaginario delle animazioni giapponesi tv viste nell'infanzia al mondo poetico di Pasolini, il cantore delle borgate. Facendo buon uso di un budget modesto; e scegliendo interpreti indovinatissimi fra cui l'inedita Diana Pastorelli. Ingrassato di venti chili per conferire al personaggio non tanto l'idea di forza fisica, quanto un non so che di sonnacchioso, immobile, rassegnato, Claudio Santamaria si produce nella sua migliore interpretazione dimostrando di aver ben capito che di questa storia in buona sostanza intimista, il cuore di Enzo è il cuore." (Alessandra Levantesi Kezich, "La Stampa", 25 febbraio 2016)

"Da Bim Bum Bam a Tor Bella Monaca. Con tanto di superpoteri. C'è un percorso a ostacoli da attraversare prima di concepire un'operazione stracult come 'Lo chiamavano Jeeg Robot', il folgorante esordio del romano Gabriele Mainetti, che solo in pochi ricordano recitare ventenne con Elio Germano ne 'Il cielo in una stanza' di Carlo Vanzina. Anzitutto, serve crescere coi cartoni dei supereroi giapponesi, immergersi nel coattume delle periferie romane e mescolarvi immaginari criminali e western all'italiana. Ma soprattutto serve una buona dose di talento cinematografico per mettere in piedi un film già fenomeno alla Festa di Roma lo scorso ottobre (...). Ritmo, comicità, mélange di generi e tanto gusto 'di borgata' in questa commedia-fantasy metropolitano fresca e innovativa. Al punto che a visione ultimata sarà lecita solo una domanda: a quando il sequel?" (Anna Maria Pasetti, "Il Fatto Quotidiano", 25 febbraio 2016)

"Piacerà anche se non è quella meraviglia che hanno favoleggiato al Festival di Roma. Mainetti ha comunque capacità e inventiva. Capacità di far sembrare ricco un film oppresso da uno scarso budget. E di dare costante zenzero al film con tante trovate non dozzinali."(Giorgio Carbone, 'Libero', 25 febbraio 2016)

"L'Italia sta attraversando un ottimo momento ispirativo. Dopo il ciclone Zalone e il meritato successo di 'Perfetti Sconosciuti', arriva questa opera prima di Gabriele Mainetti (segniamoci il suo nome), sorprendente per intuizioni, freschezza di idee, bravura del cast (stunt compresi). Oltretutto, su un tema del tutto «americano» come quello dei supereroi, genere nel quale, dopo il positivo 'Il ragazzo invisibile' di Salvatores, dimostriamo di avere molto da dire, magari coniugandolo ad un modo un po' coatto di raccontare le cose, ma senza sacrificarlo all'intrattenimento puro che è poi la vera forza di questa bella pellicola. (...) un meraviglioso Claudio Santamaria (...) un perfetto Luca Mannelli, villain da incorniciare (...) bravissima Ilenia Pastorelli (...). Dell'uomo qualunque investito da superpoteri è piena la storia dei fumetti, ma questa versione tutta italiana, grottesca e disincantata, girata con budget ridotto (ma non si vede) sembra la più vera di tutte. Anche qui, colpa e redenzione fanno parte del percorso del protagonista, ma senza quei tratti un po' snob, da occhio schiacciato alla critica, che li rendono indigesti al grande pubblico. Il meccanismo, nella sua semplicità, funziona alla meraviglia. Una lezione di cinema che dimostra come non servano grandi mezzi per realizzare ottimi film. Occorrono coraggio, idee e persone capaci di realizzarle." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 25 febbraio 2016)

"L'opera prima di Gabriele Mainetti è un interessante tentativo di affrontare con sguardo diverso il genere superoistico affidando a Claudio Santamaria il ruolo di un uomo invulnerabile alle prese soprattutto con la propria miseria umana. Meno riuscito nella seconda parte che scivola nel cliché dello scontro tra due supereroi, uno buona l'altro cattivo, il film tuttavia indica una strada diversa da quella a cui ci hanno abituato tante pigre commedie italiane." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 26 febbraio 2016)

"Non è il primo superhero italiano, ci ha già pensato Salvatores con 'Il ragazzo invisibile', e come superman il coatto di Tor Bellamonica Enzo Ceccotti (un formidabile Santamaria) è sveglio quanto un bradipo, ma è un personaggio sorprendente, convincente, tra le varie ciofeche del cinema italiano. (...) Tra falansteri di cemento, iper-duelli da Hollywood a misura di emarginati reali e un fiume onirico che ricorda le acque di Jean Vigo, l'esordiente Mainetti (...) lambisce un curioso limite tra modelli blockbuster e neorealismo d'attualità. Un preciso sfondo di amarezza dei destini si legge nelle scenografie, punto forte di omogeneità. Convenzionale, ma forse inevitabile nel genere, il finale (...)." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 26 febbraio 2016)
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