Lettere di uno sconosciuto

Gui lai

CINA - 2014
2,5/5
Lettere di uno sconosciuto
Siamo nella Cina della seconda metà del novecento, quando la riforma promossa da Mao è già pienamente effettiva. Lo sanno bene Lu Yanshi e Feng Wanyu, marito e moglie separati dall'intervento della polizia politica, che spedisce l'uomo - un insegnante - nei campi di lavoro. Quando la Rivoluzione Culturale è ormai agli sgoccioli Lu Yanshi viene liberato e rimandato a casa, ma i traumi di una lunga separazione unito al tradimento vigliacco della figlia della coppia (che a suo tempo consegnò il padre ai suoi carcerieri) hanno compromesso definitivamente la salute mentale della moglie che non lo riconoscerà mettendolo alla porta. Estraneo in seno ad una famiglia distrutta, Lu Yanshi è però deciso a far rivivere il loro passato e a risvegliare i ricordi della moglie...
  • Altri titoli:
    Coming Home
    Ritorno a casa
  • Durata: 111'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SONY F65, CODEX F65RAW
  • Tratto da: romanzo di Yan Geling
  • Produzione: LE VISION PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON WANDA MEDIA CO. LTD, EDKO BEIJING FILMS LIMITED, HELICHENGUANG INTERNATIONAL, CULTURE MEDIA (BEIJING) CO. LTD, ZHEJIANG HUACE FILM&TV CO. LTD
  • Distribuzione: LUCKY RED (2015)
  • Data uscita 26 Marzo 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Fazzoletti a portata di mano per il dramma dell'amore e dell'oblio sullo sfondo della rivoluzione culturale di Mao. Lettere di uno sconosciuto (Coming Home) è probabilmente il lavoro più accessibile e toccante di Zhang Yimou.
Siamo in Cina, seconda metà del novecento. Quando la Rivoluzione Culturale è ormai agli sgoccioli, Lu Yanshi (Chen Daoming), un insegnante che ha scontato l’umiliazione dei campi di correzione maoisti, viene rispedito a casa, dove ad attenderlo è rimasta la moglie, la vecchia Feng Wanyu (Gong Li). Ma il trauma di una lunga separazione ha compromesso definitivamente la salute mentale della donna, che non riconosce il marito mettendolo alla porta.
Messa in scena classica, ritmo compassato, due attori che conoscono il mestiere: ma Yimou dov'è?

Il regista di Lanterne rosse si nasconde dietro una storia ad altissimo voltaggio emotivo (tratta da un romanzo di Yan Geling) e un sentimentalismo esasperato, offerto senza imbarazzo. Resta l'invettiva politica - la rivoluzione come amnesia collettiva - ma diluita in un mare di parole, di lettere e di lacrime con tanto di accompagnamento musicale d'occasione (musica di Chen Qiang).

Effetto ne segue: ci si commuove dimenticando tutto il resto.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

CRITICA

"(...) elegantemente tradotto in un titolo italiano, 'Lettere di uno sconosciuto', che omaggia un capolavoro del mélo, di Max Ophüls. In effetti di un mélo purissimo qui si tratta, efficace e classicamente impaginato. (...) Zhang tiene 'a vista' i meccanismi del melodramma: l'amnesia , la rivalità tra madre e figlia e la loro riconciliazione, le lettere in un cassetto, l'eterna attesa alla stazione, i fiammeggianti numeri di balletto . (...) I meccanismi della storia sono riconoscibili anche al pubblico occidentale, ma ereditano anche una tradizione cinese di grandi melodrammi che risale agli anni del muto, a dive come Ruan Linyu, morta suicida al culmine della carriera negli anni Trenta. Anche se il gioco a tratti è scoperto, ci si appassiona fino alla fine, come non si farebbe con un equivalente europeo o americano, davanti alle ingiustizie del potere che diventano tragedie familiari. E poi il film è anche un omaggio a Gong Li, da parte di un regista che è stato suo compagno di vita e oggi le cuce addosso uno di quei ruoli che ogni attrice a un certo punto vorrebbe interpretare." (Emiliano Morreale, 'l'Espresso', 3 aprile 2015)

"Zhang Yimou torna a temi più intimi e alla 'sua' Gong Li per raccontare le laceranti conseguenze del movimento politico sviluppatosi con Mao, costruendo un melodramma dai toni grigi e tetri su un amore ormai divenuto impossibile. E la smemorata Feng (...) diventa il simbolo di un doloroso periodo storico e di un popolo costretto ad annullarsi completamente, cancellando bisogni e affetti, sogni e persino identità." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 27 marzo 2015)

"Il regista (per tutti, ancora) di 'Lanterne rosse' riesce a far passare un film di denuncia per un 'sentimentale'. Melodramma politico sulle conseguenze devastanti della Rivoluzione culturale imposta dal Grande Timoniere. (...) Zhang ha il cuore tenero, incrementa i violini, sottolinea le scene madre, e certo non vuole, e non può, esagerare, neanche nella nuova Cina che finge apertura e tolleranza. Ma ha costruito un'operetta che porterà in giro nel mondo un po' di verità su come andò." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 27 marzo 2015)

"La cara, vecchia, freudiana amnesia, quando l'amata non riconosce più l'amato, pezzo forte del mélo anni 40-50 in cui Vivien Leigh e Greer Garson si perdevano guardando l'infinito in bianco e nero, torna in 'Lettere di uno sconosciuto', struggente storia d'amore meta politica di Zhang Yimou, ex 'Lanterne rosse'. (...) Gong Li, invecchiata bene e brava, con la sua perdita di coscienza grimaldello della critica (si parla anche di violenza carnale) nascosta sotto sospiri e attese di un mélo alla Lelouch ma senza happy end. Recitato con perfezione sospesa nel Tempo da Chen Daoming e Zhang Huywen, il racconto mescola le anime di un regista che deve accettare il doppio fondo della sua valigia, invitando a preparare molti fazzoletti, con tutte le convenzioni in splendido grigio di una sinfonia sentimental mood." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 26 marzo 2015)

"Drammi individuali, tragedie sociali. Se negli Usa ('Still Alice') l'Alzheimer conduce ai labirinti dell'identità, in Cina dimenticare significa unirsi all'oblìo di tutto un popolo. Succede nel sontuoso 'Lettere di uno sconosciuto', in cui Zhang Yimou dirige nuovamente la magnifica Gong Li. (...) La metafora è evidente, in Cina la memoria è una ferita sempre aperta, i vecchi traumi tormentano ancora le nuove generazioni. (...) Composto, un poco ufficiale, a suo modo irresistibile. Tanto più che Gong Li e Zhang Yimou fecero a lungo coppia sul set e nella vita." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 marzo 2015)

"II ritorno di Zhang Yimou, principale esponente della generazione che tra anni 80 e 90 ha affermato il cinema cinese nel mondo, avviene all'insegna dell'incontro tra un tema di portata storica e la scelta di trattarlo in chiave intimista e usando i codici del mélo. (...) Benché struggente in tanti passaggi, il film non ha forza; e l'espediente stilistico (il mélo) si rivela un fattore elusivo." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 26 marzo 2015)

"«Lettere di uno sconosciuto», che segna il ritorno del grande Zhang Yimou ai leitmotiv poetico-politici trascurati negli anni della dedizione ai kolossal epici, non è un film completamente riuscito. Eppure bastano due componenti essenziali a farne un titolo degno della carriera di uno dei maestri del cinema cinese: la lucida analisi, con acclusa implacabile condanna, dei danni apportali alla sterminata nazione dal fanatismo liberticida della Rivoluzione Culturale e l'interpretazione a tutto tondo di una Gong Li anch'essa tornata ai livelli della consacrazione a massima star orientale dei Novanta. (...) Il movimento romanzesco principale risulta penetrante e venato di pregevole suspense sia storica che umana; poi «Lettere di uno sconosciuto» si distende in un melodramma sin troppo intimistico, imploso e stilisticamente prosciugato. Il fatto è che la lacerazione è stata così cruda, così dolorosa da rendere il prolungato itinerario verso il finale una sorta di scomparsa nel buio della mente, l'acquietarsi di tante passioni nella rassegnazione patologica, l'arrendersi a un realismo che, peraltro, non serve a consolare nessuno dei reduci sulla via della vecchiaia." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 marzo 2015)

"Con 'Coming Home', il regista Zhang Yimou torna al dramma intimista, ispirandosi per la seconda volta a un romanzo dello scrittore Yan Geling e prendendo a protagonista l'ex moglie Gong Li. Sul modello di certo cinema classico americano degli Anni 40, o anche dell'Ophuls di 'Lettera da una sconosciuta' come evocato dal titolo italiano, il regista intesse il mélo su un gioco di sguardi e gesti sommessi da cui emerge la tragedia dell'impossibilità di ricostruire sulle ceneri del passato un legame d'amore, seppur imperituro. Il tutto configura, in chiave di metafora, una chiara denuncia degli insanabili danni provocati dalla Rivoluzione Culturale nella vita di milioni di individui, ma questo nucleo centrale della storia rimane sfumato sullo sfondo e il film resta in qualche modo prigioniero del suo raffinato calligrafismo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 26 marzo 2016)

Immagini monocrome, scenografie scarne, situazioni fatte scaturire dalle psicologie quasi sommesse dei personaggi, atmosfere da cui emana soprattutto il dolore come preambolo a quell'amarezza di fondo di cui il film trabocca... Poesia pura, riflessa anche nella recitazione lacerata e sofferta di Gong Li, tornata dopo anni con Zhang Yimou. Al suo fianco un altro grande attore del cinema cinese, Chen Daoming, in grado, sempre, di privilegiare i semitoni." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 26 marzo 2015)

"Preparate i fazzoletti, perché l'ultima prova del già sommo Zhang Yimou è liquido dramma dell'amore e dell'oblio sullo sfondo della Rivoluzione culturale. (...) Se Gong Li, alla nona collaborazione con il regista, è sempre Gong Li, Zhang Yimou non è più lui: aveva già affrontato la Rivoluzione in 'Vivere!' (1994) e 'Under the Hawthorn Tree' (2010), ma qui la critica politica, installata nell'amnesia della donna, sprofonda tra lettere, lacrime e volemose bene. Si chiama 'Lettere di uno sconosciuto', si vede. C'è posta per te." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 marzo 2015)

"Lento mélo intimista diretto da Zhang Yimou, poco sorretto da una Gong Li più annoiata che ispirata." (A.S., 'Il Giornale', 26 marzo 2015)

"Piacerà agli ammiratori da sempre di Zhang, che lo considerano (giustamente) il migliore della Cina e hanno continuato ad amarlo anche quando s'è buttato sul kolossal destinato a platee occidentali. Qui è tomato al film 'da camera' e ci ha dato un apologo (lancinante in certi punti) sui guai della rimozione politica quando arriva ad avvelenarti anche all'anima." (Giorgio Carbone, 'Libero', 25 marzo 2015)
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