Les bienheureux

BELGIO, FRANCIA, QATAR - 2017
2/5
Les bienheureux
Algeri, pochi anni dopo la Guerra civile. Amal e Samir sono giunti al loro ventesimo anniversario di matrimonio. Nell'arco della giornata, nonostante un'apparente normalità, i due si confrontano con la crisi della loro relazione e con il risultato delle lotte compiute nel passato per un Paese libero, e una vita migliore, in un'Algeria invece sempre più sotto scacco dell'integralismo religioso. Nel frattempo, il figlio Fahim - che la madre vorrebbe far andare a studiare all'estero - trascorre il tempo bighellonando con i suoi amici Feriel e Reda - ognuno a sua volta alle prese con i propri drammi esistenziali e personali - piuttosto che andare all'Università. Genitori e figli, si muovono nella città di Algeri, coacervo immobile di contraddizioni e ipocrisia, dove una rivoluzione culturale sembra impossibile.
  • Altri titoli:
    The Blessed
  • Durata: 102'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: LIAISON CINEMATOGRAPHIQUE, ARTÉMIS PRODUCTIONS, IN ASSOCIAZIONE CON LES FILMS DE LA SOURCE

RECENSIONE

di Simona Busni

Amal e Samir sono sposati da vent’anni e, nonostante attraversino una crisi profonda che riempie di tensioni la loro quotidianità, decidono comunque di uscire a cena per festeggiare il loro anniversario di matrimonio. La coppia ha un figlio Fahim, il quale preferisce trascorrere le sue giornate a fumare in compagnia degli amici, piuttosto che frequentare l’università. Tra questi ci sono Feriel e Reda: la prima porta impressi nel corpo e nell’anima i segni di un segreto orribile – che riguarda il brutale assassinio di sua madre – ed è costretta a subire le vessazioni dispotiche di padre e fratello; il secondo vive la sua fede islamica in termini piuttosto estremi e sembra aver intrapreso un percorso di radicalizzazione. Questi cinque personaggi principali si muovono come pedine sull’enorme scacchiera rappresentata dalla città di Algeri – un vero e proprio labirinto di linguaggi, musicalità e contraddizioni – che nasconde tra le sue viscere di pietra il dramma di un passato (prossimo) di sangue e violenza.

Primo lungometraggio per la regista Sofia Djama, che realizza un convincente spaccato realistico della società algerina sopravvissuta agli orrori della guerra civile. Una storia sull’immobilità, sull’appartenenza, sul compromesso, sul peso delle scelte, sui dilemmi del partire e del restare. Nelle vicende umane dei protagonisti risuona l’eco di un malessere esistenziale cupissimo, che dalla generazione dei padri si trasmette a quella dei figli come una maledizione, una sorta di cancro inestirpabile contro cui non è possibile lottare. Più che un luogo geografico, nelle intenzioni di Sofia Djama, Algeri è uno stato mentale, un ricettacolo di oscenità ontologiche.

Un film molto parlato, carico di dialoghi e di suoni, che forse rivela il suo senso più profondo in ciò che non si dice.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE, CINÉ+; CON IL SUPPORTO DI: TAXSHELTER.BE, ING, TAXSHELTER DU GOUVERNEMENT FÉDÉRAL DE Belgique; IN ASSOCIAZIONE CON: INDÉFILMS 5; CON IL SUPPORTO DI: THE DOHA FILM INSTITUTE, ANGOA, COFINOVA DÉVELOPPEMENT.

- PREMIO 'ORIZZONTI' PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE A LYNA KHOUDRI, PREMIO BRIAN, PREMIO LINA MANGIACAPRE ALLA 74. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2017).

CRITICA

"Djama racconta l'Algeria del dopo guerra civile senza pretese di assoluto scegliendo come punto di vista lo scontro generazionale tra figure, giovani e meno giovani che vivono un comune disorientamento. (...) La narrazione segue i personaggi per ventiquattro ore, una giornata in cui la dimensione quotidiana viene scandita da quanto li circonda, da quella strana sospensione che, in modo diverso, ne paralizza i gesti e le energie. Djama li accompagna con discrezione, senza sottolineature; filma lungo le traiettorie della città, resa quasi un personaggio, ostile, dalla quale tutti sembrano risucchiati. La sola a sfidarla è Feriel, ragazzina piena di dolore mascherato da coraggio, è la più combattiva, colei che nelle sue parole, e nelle sue volute «provocazioni» manifesta il conflitto che la circonda a cominciare dalla sua condizione di donna. E che senza paura fa domande sul passato, su quella storia rimossa." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 12 settembre 2017)
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