Lebanon

Levanon

ISRAELE - 2008
4/5
Lebanon
Allo scoppio della guerra contro il Libano, nel giugno del 1982, quattro giovani soldati israeliani vengono assegnati a un gruppo di militari professionisti. La loro prima missione - che i superiori considerano "facile e sbrigativa" - consiste nell'entrare in un piccolo villaggio libanese ed eliminare ogni sospetto terrorista. Non tutto, però, è come appare: la semplice missione si trasforma in un incubo e Shmulik, Assi, Herzl e Yigal si ritrovano isolati dal resto dell'esercito israeliano, in una situazione nella quale per sopravvivere non si può far altro che uccidere...
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: METRO COMMUNICATIONS, ARIEL FILMS
  • Distribuzione: BIM - DVD: BIM/01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2010)
  • Vietato 14
  • Data uscita 23 Ottobre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

La guerra vista da un carro armato. E’ Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz, Leone d’oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. La guerra è quella tra Israele e Libano, giugno 1982. Il carro armato guidato da quattro inesperti ragazzi ebrei – Shmulik l’artigliere (Yoav Donat), Assi il capocarro (Itay Tiran), Hertzel il servente (Oshri Cohen) e Yigal il pilota (Michael Moshonov) – incaricati di perlustrare una città nemica bombardata dalle truppe israeliane. “Una passeggiata”, li incoraggia il durissimo luogotenente Jamil (Zohar Strauss). Una valutazione affrettata, a conti fatti. Nel giro di qualche ora la missione sfuggirà di mano al suo comandante, mentre il carro armato si ritroverà isolato in una trappola mortale. Discesa all’inferno, racconto di formazione, riflessione sul vedere e le sue responsabilità. Delle tre Maoz sembra privilegiare l’ultima, mettendo in scena non la guerra ma lo sguardo sulla guerra e girando tutto (salvo qualche raro controcampo) all’interno di un carro armato, vera e propria camera oscura provvista di schermo (il mirino mobile) e spettatore (l’artigliere Shmulik). L’artigliere partecipa allo spettacolo bellico come farebbe il pubblico da casa: la sua visione è sempre parziale, le sue reazioni un misto d’orrore e fascinazione (questo spiega l’atteggiamento voyeuristico dell’artigliere nei confronti di alcuni dettagli, vedi la donna nuda per strada). Se il resto è deja-vu (ma i cliché rispondono al bisogno d’astrazione della regia), l’insieme è un pò calcolato. Con un autentico momento di umanità nel finale (quando il capitano aiuta il prigioniero siriano a urinare), un originale tocco sci-fi nella messa in scena (cos’altro è se non “liquido alieno” quello che cola dalle pareti del carro, a simboleggiare l’ignoto verso cui ogni uomo in guerra corre) e una morale chiarissima: dietro il mirino di Shmulik non c’è solo il nostro occhio, ma la mano che preme il pulsante. E spara.

NOTE

- LEONE D'ORO COME MIGLIOR FILM ALLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 21 FEBBRAIO 2012 HA ELIMINATO IL DIVIETO DI VISIONE AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Ambientato tutto all'interno di un carroarmato salvo la prima e l'ultima inquadratura, fulminanti, 'Lebanon' è quasi la continuazione con altri mezzi di 'Valzer con Bashir', il capolavoro di Ari Folman che ha cambiato la storia del cinema di guerra e di quello d'animazione. (...) Sulle prime si pensa ai film di sommergibili di una volta, ma è un attimo. E se uscendo dalla sala è facile razionalizzare, perché in fondo tutti i film bellici parlano di orrori senza nome, di conflitti di potere, di crimini di guerra, 'Lebanon' riesce a fondere con grande forza due piste. Quella 'umana', accentuata dalla claustrofobia di fondo. E quella più propriamente di guerra, con abusi e nefandezze ai danni dei civili che gettano una luce sempre più sinistra sul groviglio della guerra israelo-libanese. Anche se poi la scena più toccante del film è quella in cui un carrista rievoca un episodio della sua infanzia mescolando sesso e morte, l'eccitazione di una prima volta e il giorno in cui perse suo padre. E lo fa usando solo parole." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 08 settembre 2009)

"Com'è strana, inimmaginabile la guerra come la racconta Samuel Maoz, 47 anni di Tel Aviv, in 'Lebanon': al cinema non l'abbiamo mai vista così, neppure nel meraviglioso 'Valzer con Bashir', film di animazione onirico e poetico sull'episodio più orribile della stessa guerra, la strage di Shabra e Chatila (...) 'Lebanon' non ha una tesi politica, non è pro né contro Israele, vuole solo comunicare un'esperienza umana spaventosa, devastante per sempre." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 08 settembre 2009)

"Soldati libanesi, terroristi, ma anche parecchi innocenti. I cineasti d'Israele (vedi 'Valzer con Bashir') non hanno paura a raccontare in cinema il lato sporco delle loro guerre. Io la vedo come un'espressione di libertà. Ma tanti, seduti accanto a me, solo come un'ammissione di colpa." (Giorgio Carbone, 'Libero', 08 settembre 2009)

"'Lebanon' di Samuel Maoz non è un capolavoro, ma il suo messaggio pacifista può fare facilmente presa su una giuria fin troppo eterogenea. (...) Girato tutto all' interno del carro armato, scandito dai rumori assordanti della guerra e dei macchinari bellici, il film fa crescere la tensione di pari passo alla perdita di contatti con il mondo esterno, rendendo palpabile la paura e l'angoscia di chi si scopre assolutamente impreparato di fronte alla guerra e alla morte. 'Lebanon' poteva forse innescare qualche riflessione in più sui conflitti in Medio Oriente e la sceneggiatura (del regista) ricorda molti altri film, da 'Uomini sul fondo' a 'Belva di guerra', ma il risultato è indubbiamente molto efficace e il suo messaggio pacifista va dritto al cuore dello spettatore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 09 settembre 2009)

"'Lebanon' del debuttante israeliano Samuel Maoz. La cui aspra audacia consiste nel fatto che si svolge tutto all'interno di un carro armato, dove restano intrappolati quattro militari arruolati nella campagna dell'82 in Libano: la claustrofobia della situazione pare fatta apposta, nella sapiente architettura narrativa, per esasperare sino al diapason le nefandezze della guerra." ("Valerio Caprara, 'Il Mattino', 09 settembre 2009)

"L'ambientazione claustrofobica è una sfida, impressiona e informa, ma è costantemente accompagnata dall'evidenza di un artificio non temperato." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 09 settembre 2009)

"Il quarantasettenne regista Samuel Maoz fa rivivere con 'Lebanon' (...) la sporca guerra che ha vissuto in prima persona dentro a quel tank. (...) Il film è il racconto verosimile di quella concitata mattinata con la macchina da presa installata all'interno del cingolato e per un'ora e mezza mai spostata al di fuori. Le uniche inquadrature possibili del film sono i primi piani, dei quattro soldati. Oppure la trovata da videogame dell'obiettivo nel mirino, movimento di macchina avvolto dal fastidioso clangore della ferraglia, da metà film in avanti perfino lente crepata a seguito di un razzo lanciato contro il carro armato. Una rigidissima e singhiozzante via di fuga per l'occhio fatta di dettagli macabri e sanguinolenti, unica possibile e imposta veduta dell'orrore della guerra." (Davide Turrrini, 'Liberazione', 09 settembre 2009)

"Stesso trauma, anche Maoz come Ari Folman decide 25 anni dopo di rievocare l'incubo del conflitto, quando, ventenne, uccise per la prima volta. Al posto del cartoon, il regista sceglie una visione onirica, claustrofobica, introspettiva. E se 'Valzer con Bashir' pretendeva (purtroppo) la ricostruzione storica, questo elude la questione. (...) Maoz sposta il mirino nell'abitacolo del carrarmato, sulle facce trasfigurate, sporche di petrolio, rigate di lacrime, soffuse di luce divina. Assolti per aver ubbidito agli ordini. Piace questo film «contro la guerra», estetizzante e melodrammatico, sullo stato infelice dei soldati che conversano su mamme e maestre dalle grandi tette, ma Fuller è lontano. Resta un cocktail sentimentale che sembra corretto dal rosolio della censura israeliana dove il «cattivo» è solo un bruto falangista cristiano (come in 'Valzer con Bashir'), che promette a un prigioniero siriano in mano ai soldatini paurosi e innocenti di cavargli l'occhio con un cucchiaio, tagliargli il pene e squartarlo, tanto non capiscono l'arabo. Noi sì perché ci sono i sottotitoli, negati invece al siriano, che invano urla la sua disperazione al mondo. Samuel Maoz dice che sta ancora pensando se aggiungerli oppure no nella versione definitiva. Ci metterà altri 25 anni prima di decidere?" (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 09 settembre 2009)
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