Le quattro volte

GERMANIA, ITALIA, SVIZZERA - 2010
5/5
Le quattro volte
Sullo sfondo panoramico della Calabria Jonica si intrecciano quattro episodi, frammenti in realtà di un'unica storia. Quella di un'anima che attraversa in successione quattro vite: un vecchio pastore che vive i suoi ultimi giorni; la nascita e le prime settimane di vita di un capretto fino al primo pascolo; la vita di un abete nel corso delle stagioni; la trasformazione del vecchio abete in carbone attraverso il mestiere dei carbonai.
  • Altri titoli:
    Le quattro volte - Uomo, animale, vegetale, minerale
  • Durata: 88'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUFICTION
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: GREGORIO PAONESSA E MARTA DONZELLI PER VIVO FILM, SUSANNE MARIAN E PHILIPPE BOBER PER ESSENTIAL FILMPRODUKTION, GABRIELLA MANFRE' PER INVISIBILE FILM, ELDA GUIDINETTI E ANDRES PFAEFFLI PER VENTURA FILM, IN ASSOCIAZIONE CON ALTAMAREA FILM, CARAVAN PASS
  • Distribuzione: CINECITTA' LUCE
  • Data uscita 28 Maggio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Alberto Barbera
Non assomiglia a nessun altro film italiano Le quattro volte, il nuovo lavoro di Michelangelo Frammartino in rassegna alla Quinzaine. Volendo trovare degli equivalenti a un approccio assolutamente originale - al progetto cioè di un cinema che prescinde dai condizionamenti di genere e dai retaggi ai quali la maggior parte dei suoi colleghi sembra assoggettata (con l'eccezione, va detto, del Pietro Marcello di La bocca del lupo) – è aldilà delle frontiere che bisogna allungare lo sguardo. Dalle parti di quei cineasti fuori dal coro, dediti alla ricerca e alla sperimentazione, incuranti delle convenzioni che separano il documentario dalla finzione, l'approccio realistico da quello concettuale, l'osservazione dall'interpretazione.
Lo stesso Frammartino suggerisce la possibilità che il suo lavoro si presti a letture diverse, offrendosi simultaneamente allo sguardo come un imprevisto film di fantascienza (ancorché privo di effetti speciali), un documentario etnografico sulle tradizioni dimenticate dell'Appennino calabrese o, ancora, un conte philosophique sul persistere delle credenze animistiche nelle civiltà rurali non ancora travolte e cancellate dalla modernizzazione galoppante.
In verità, non si tratta di scegliere tra una lettura e l'altra, perché il film è tutte tre le cose insieme. Alla maniera di un Robert Flaherty o di un Jean Rouch contemporanei, Frammartino ha percorso in lungo e in largo le plaghe più remote della regione dove aveva già ambientato il suo primo film (Il dono), filmando per tre anni cerimonie di cui si è perso il ricordo e rituali dal fascino ancestrale. Come in un film di Herzog, ha adottato il punto di vista di un alieno per poterne esplorare sino in fondo, con rispetto e ammirazione privi di pregiudizi, la misteriosa e affascinante bellezza. Infine, alla stregua di un Godard filosofo e antropologo, ha manipolato il materiale così faticosamente raccolto per trarne una riflessione di straordinaria intensità e rigore sull'enigma dell'esistenza e sul tema della reincarnazione, un poema visivo - privo di dialoghi ma ricchissimo di suoni e rumori - ispirato a una concezione animista dell'universo.
Scandito in quattro capitoli ispirati a una frase attribuita a Pitagora – secondo la quale in ciascun essere ci sarebbero quattro vite distinte, incastrate l'una dentro l'altra: minerale, vegetale, animale e razionale – il film si lascia definire come il viaggio di un'anima attraverso i suddetti stati. Un vecchio pastore malato, che crede nel potere taumaturgico della polvere raccolta in chiesa, muore mentre una delle sue bestie sta per partorire; il capretto si perde il giorno della sua prima uscita al seguito di un gregge al pascolo e trova rifugio sotto un abete bianco, che sarà poi abbattuto per celebrare un rito di origine pagana. Lo stesso albero viene infine trasformato in carbone, con un procedimento tanto antico da far dubitare che possa essere davvero sopravvissuto sino ai giorni nostri.
Raramente si è visto al cinema qualcosa di altrettanto audace e appassionante. Il film di Frammartino è un invito al viaggio alla riscoperta di un mondo scomparso, uno scandaglio lanciato nelle profondità della memoria di ciò che ci ha preceduto, il riaffiorare inatteso di una condizione primitiva della quale credevamo di aver perso ogni cognizione. La nostalgia forse di un'identità primordiale cancellata dal peccato originale, ma anche l'invito implicito alla ricerca di un nuovo equilibrio, semmai capace di ricomporre la frattura (ontologica?) fra il genere umano e gli altri esseri viventi: piante, animali, rocce, polvere, acqua, vento.
E' doveroso, a questo punto, ricordare chi ha consentito a Frammartino di lavorare in assoluta libertà creativa: la Vivo Film di Gregorio Paonessa e Marta Donzelli, con la partecipazione di Invisibile Film (Italia), Essential Filmproduktion (Germania), Ventura Film (Svizzera) e il sostegno del TorinoFilmLab (anche finanziario) e dell'Istituto Luce.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: MIBAC-DGC, TORINO FILMLAB, EURIMAGES, MEDIENBOARD BERLIN BRANDENBURG, CALABRIA FILM COMMISSION-REGIONE CALABRIA, IN COLLABORAZIONE CON ZDF/ARTE, RSI TELEVISIONE SVIZZERA, CINECITTÀ LUCE, CON IL CONTRIBUTO DI COMUNE DI SERRA SAN BRUNO.

- PRESENTATO AL 61. FESTIVAL DI BERLINO (2011) NELLA SEZIONE 'CULINARY CINEMA'.

- PRESENTATO ALLA 42. 'QUINZAINE DES RÉALISATEURS' (CANNES 2010).

- NASTRO SPECIALE 2010 "PER IL REALISMO POETICO E LE EMOZIONI DI UN FILM SORPRENDENTE".

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 PER: MIGLIOR REGISTA, PRODUTTORI, FONICO DI PRESA DIRETTA.

- PRESENTATO AL 28. TORINO FILM FESTIVAL (2010) NELLA SEZIONE 'TORINO FILMLAB'.

CRITICA

"Cinque anni: tanti ne sono serviti a Michelangelo Frammartino per girare 'Le quattro volte' in Calabria, sua terra d'origine. (...) Frammartino cita Bresson, Pitagora, De Seta, Straub per illustrare il suo cinema tutt'altro che convenzionale, frutto di studi e sperimentazione, teso a responsabilizzare lo spettatore al quale viene chiesto di compiere uno sforzo." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 17 maggio 2010)

"Fa sorridere che un film italiano, muto e decisamente anticonvenzionale, faccia più chiasso di un 'Draquila'. Ovviamente è un paradosso, ma la copertina di 'Le film français' prima e l'entusiasmo degli applausi dopo l'anteprima di domenica, hanno portato 'Le quattro volte' di Michelangelo Frammartino (...) nella ristretta categoria delle cose migliori del festival. (...) Tra momenti strazianti (l'ultimo fotogramma del capretto), emozionanti (la sua nascita), persino comici (la foga del gregge a causa di un cane monello), sentiamo quest'opera prendere forma con una grazia e una forza sorprendenti e intensi, con un bel lavoro alla macchina da presa - si veda il piano sequenza centrale - e in scrittura. Sarà anche difficile entrare nel film, svestirsi delle abitudini visive e narrative che abbiamo, seguire un tipo di cinema a cui lo spettatore non è abituato e che impone un livello alto di attenzione e disponibilità. Ma poi ti lascia dentro qualcosa di profondo, inspiegabile, dolce. Una presa di contatto con qualcosa che ormai abbiamo dimenticato, il senso profondo ed elementare della vita, forse. Frammartino è un ottimo regista, ma qui c'è qualcosa in più: un fascino inevitabile, racchiuso in quell'invisibile che il cineasta cerca con ostinazione." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 19 maggio 2010)

"Il border collie Vuk ha infatti stravinto la Palm Dog, assegnata ogni anno dalla stampa inglese presente al Festival. Si premiava il migliore tra i cani attori: quelli con il pelo e la coda. Vuk è l'interprete - magistrale - de 'Le quattro volte', la pellicola piena di silenzi, poesia e suggestioni di Michelangelo Frammartino, salutato sulla Croisette come il nuovo Antonioni. Quella che sembra una boutade sull'annullamento delle distanze fra cinofili e cinefili, spiega molto dello stato decadente della nostra settima arte. C'è voluta l'evocazione di un maestro delle stagioni d'oro, e un occhio aperto su una natura surrealista e incantata, per sancire il fallimento di troppo cinema tricolore 'de denuncia'." (Stefano Mannucci, 'Il Tempo', 22 maggio 2010)

"Reduce da Cannes, dov'è stato accolto con meritata attenzione, ecco un singolare documentario senza dialoghi né attori né musica. Può essere liberatorio seguire una capretta bianca, mentre s'arrampica sui costoni d'un paesino calabrese, guardando il cielo, o riposando sotto un abete. Ci penseranno i carbonai a segare quel piacevole rifugio arboreo, trasformandolo in carbone. Riti arcaici e superstizioni d'altri tempi rivivono in questo viaggio dell'anima, dov'è riassunta una tesi pitagorea: nell'uomo convivono quattro regni, compreso quello vegetale." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 28 maggio 2010)

"Prendiamo a prestito una calzante affermazione altrui: Caulonia per Michelangelo Frammartino è come la Monument Valley per John Ford. L'uomo che si eclissa dentro al paesaggio, al luogo, alla terra diventandone oggetto paritario, poi finendo a bordo quadro, infine fuori campo o fuori vista. 'Le quattro volte' spezza i legami con la classicità antropocentrica del cinema occidentale dialogato, ponendo al centro dell'obiettivo, in totale ed ancestrale silenzio (Paolo Benvenuti al suono), il ciclo naturale uomo-animale-vegetale-materia. Il pastore, la capra, l'albero, il carbone di Caulonia, Messandra del Carretto, Serra san Bruno (sudest della Calabria). L'anima trasmigra da un contenitore esteriore all'altro e la regia di Frammartino più che testimoniarne il passaggio, diventa occhio intermediario tra la materia inquadrata e la forma che essa prende nel trasformarsi. Cinema senza protagonisti e protagonismi, rigoroso rispetto al canone estetico di purezza di sguardo, come i primi documentari di Vittorio De Seta o l'asinello Baltbazar di Bresson." (Davide Turrini, 'Liberazione', 28 maggio 2010)

"Dall'ultimo Festival di Cannes arriva invece 'Le quattro volte' di Michelangelo Frammartino che indaga e riflette con la macchina da presa sulla vita umana, vegetale, animale e minerale destinate a compenetrarsi come una cosa sola passando nel ciclo della natura dall'una all'altra attraverso le immagini di un pastore, delle sue pecore, di un albero e del carbone che si ricava dal suo tronco spezzato." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 maggio 2010)

"Esce, distribuito dal Luce, il film italiano che ha fatto innamorare Cannes. 'Le quattro volte', presentato alla Quinzaine, è un poemetto visivo sulle 'quattro vite' (umana, animale, vegetale, minerale) che ciascuno di noi ha dentro di sè. Niente dialoghi nè personaggi, solo il ciclo della vita: pastori, greggi, alberi e, a incorniciare tutto, la lavorazione del carbone a legna. Esperienza cinematografica non facile, ma assolutamente insolita. Girato nella Calabria interna, lontanissima dal turismo e dalla ndrangheta." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 28 maggio 2010)
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