Le invasioni barbariche

Les invasions barbares

CANADA, FRANCIA - 2003
Le invasioni barbariche
Il cinquantenne Remy viene ricoverato in un ospedale di Montreal. La sua ex moglie Louise chiede al figlio Sébastien (da tempo trasferitosi a Londra) di rientrare a casa. Il giovane esita dal momento che è ormai troppo tempo che con suo padre non ha più nulla da dirsi. Cedendo, alla fine, ai sentimenti, Sébastien torna a casa e, non appena arrivato, si adopera in tutte le maniere per sostenere il padre nella sua difficile prova. Fra l'altro, riesce anche a riunire il vecchio gruppo di parenti ed amici che un tempo frequentava Remy. In loro sarà rimasto qualcosa dello spirito dei giorni passati?
  • Altri titoli:
    Invasion of the Barbarians
    The Barbarian Invasions
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: CINEMASCOPE
  • Produzione: CINEMAGINAIRE INC., PRODUCTION BARBARES INC., PYRAMIDE PRODUCTIONS, ASTRAL FILMS, CENTRE NATIONAL DE LA CINEMATOGRAPHIE, HAROLD GREENBURG FUND, LE STUDIO CANAL+, SOCIETE' RADIO-CANADA, SOCIETE' DE DEVELOPPMENT DES ENTREPRISES CULTURELLES, THE HAROLD GREEN
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE
  • Data uscita 5 Dicembre 2003

RECENSIONE

di Angela Prudenzi

Sedici anni dopo, i protagonisti del Declino dell’impero americano hanno smesso di litigare e amoreggiare, scontrarsi e ritrovarsi, accusarsi e poi subito raccontarsi gioie e dolori. C’è chi si è sposato e ha costruito una famiglia, chi ha divorziato, chi si strugge al pensiero della figlia tossicodipendente e chi si dà ancora da fare in cerca di conquiste. Ma ognuno per la sua strada. La vita decide di riunirli, ma l’occasione non è delle più allegre. Remy, docente di storia all’università, scopre di avere un cancro. La ex moglie chiama al capezzale il figlio manager di successo mentre la figlia, in viaggio per una ricerca biologica su una barca a vela, non può rispondere all’appello. Di fronte alla gravità della malattia del padre, Sébastien telefona ai vecchi amici e tutti accorrono. Il tempo ha segnato le loro facce ma non la brillantezza delle menti. Nessuno si lascia andare alla tristezza, il come eravamo è infarcito di ironia e non certo di lacrime. La camera della clinica si trasforma nel palcoscenico sul quale i vecchi sodali tornano a recitare un copione ben noto eppure non per questo meno arguto e stimolante. Nulla è tuttavia sufficiente per strapparlo al cancro. Quando la ragione fa dire basta alle cure, Remy si rifugia in una casa in riva al lago ad aspettare la morte. Una sceneggiatura perfetta, segnalata con un premio a Cannes, e un gruppo di attori in stato di grazia, sono le armi di cui Arcand si serve per far rivivere i sarcastici fustigatori della società che avevamo imparato a conoscere nel precedente film. In Le invasioni barbariche acquistano un lato più umano, ammantati della saggezza tipica dell’età matura. E se i corpi decadono e l’esistenza scivola tra le mani, i nostri rispondono cercando di affrontare il pensiero della morte con il distacco che regala il sapere. Ma è proprio vero? L’intelligenza che in un primo momento sembra aiutare Remy e compagni si ritorce loro contro, acuendo ferite e dolori. La si potrà usare, d’ora in avanti, solo per scegliere di morire con dignità e tentare di accettare l’inaccettabile. Quanto ai barbari, sono coloro che se ne servono esclusivamente per far soldi e fagocitare le culture umaniste, come ben rappresenta la figura di Sébastien, tipico esempio di neobarbaro. Per lui la morte del padre arriva forse troppo presto, quando non può ancora capire la lezione che la vita gli sta impartendo, e infatti decide di riconsegnarsi a un ambiente ipocrita e corrotto. Il passaggio al mondo barbarico è definitivamente segnato, e Arcand lo denuncia a gran voce in un’opera che è a tutti gli effetti un apologo contro società occidentale. Il declino si è completato lasciando inesorabilmente spazio agli invasori.

NOTE

- SEQUEL DI "IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO" GIRATO DALLO STESSO ARCAND NEL 1987.

- PREMIO PER LA MIGLIOR ATTRICE (MARIE-JOSEE CROZE) E PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA (DENIS ARCAND) AL 56.MO FESTIVAL DI CANNES (2003).

- OSCAR 2004 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Punto a sorpresa per i canadesi. Viene da Montréal la prima commedia cinica sul dopo 11 settembre, 'Les invasions barbares', irriverente quanto basta a strappare alla sala stampa lacrime, risate e fin troppi applausi. Un gradimento simile comunque va registrato. Anche perché Denys Arcand riesce a riprendere, capovolgendone l'assunto, un suo successo dell'86, 'Il declino dell'impero americano'. (...) Abile ma disinvolto fino alla furbizia e sorretto da un'amoralità di comodo, 'Les invasions barbares' giustifica il titolo con stoccate allo strapotere Usa e al genocidio degli Indiani. E' la parte ideologica, la più facile. Ogni mezzo è lecito, un'immagine vale l'altra, pure l'aereo che si schianta contro le Twin Towers può servire a illustrare la tesi di fondo. I 'nuovi barbari' non sono arabi o emigranti, siamo noi occidentali, chi non è o non vuol essere americano è antiamericano. Il tono semifarsesco maschera insomma un de profundis per valori e stili di vita sepolti col Novecento". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 maggio 2003)

"Che sollievo sentire la Sala Lumière contrappuntare di continue risate la proiezione di un film finalmente non quaresimale; e che sconcerto constatare che 'Le invasioni barbare' contrabbanda la sua dose massiccia di buonumore facendo la cronaca di un'agonia. Regista originalissimo, il franco-canadese Denys Arcand è prima di tutto uno straordinario drammaturgo; e il copione di questa sua fatica, che riprende personaggi e interpreti del precedente 'Il declino americano' (1987), si vorrebbe goderselo in lettura come capita quando si è vista una bella commedia a teatro". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2003)

"Via di mezzo fra 'Amici miei II' di Monicelli e 'Il grande freddo' di Kasdan, 'Les invasions barbares' ha del primo il disincantato sguardo sulla gioventù; del secondo, l'ambientazione americana - lato canadese e francofono della frontiere - e l'occasione d'incontro per i personaggi: un'agonia, se non proprio un funerale. (...) Arcand mette perfino troppo spunti nel film (Primo Levi, Pio XII, Cioran), ma almeno non gli mancano le idee. Il suo valore s'era visto anche con 'Stardom', film di chiusura del Festival di Cannes 2000. Commovente e inatteso l'omaggio a 'Cielo sulla palude', il bel film con Ines Orsini nei panni di Maria Goretti diretto da Augusto Genina (1949) che il protagonista ha visto a scuola dai preti. E col cui ricordo chiude gli occhi per sempre". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 22 maggio 2003)

"Potreste pensare a un 'Grande freddo' con morto ancora vivo, o ad un film comunque tetro. Nulla di tutto ciò. 'Le invasioni barbariche' è prima di tutto una commedia crudelmente divertente. Inoltre, vivaddio, è un film 'politicamente scorretto' in modo esuberante e selvaggio. Vi basti vedere il ruolo - tutt'altro che sgradito - che hanno le droghe, leggere e pesanti, nell'alleviare le sofferenze psichiche e fisiche di Remy. Girard è un attore gigantesco, ma tutti i suoi vecchi partner sono bravissimi. E fra i giovani Marie-Josèe Croze è talmente in gamba da aver meritato, a Cannes 2003, il premio come migliore attrice." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 5 dicembre 2003)

"Arcand si è scritto anche il testo, l'ha congegnato in modo da darvi spazio con meditata intelligenza anche all'umorismo. Nel disegno del carattere di Remy e di tutti quegli amici che sono tornati al suo fianco, negli episodi, sia pure spesso anche malinconici, che si affacciano ad ogni momento dell'azione, nei graffi con cui si disegna la corruzione dei tanti ambienti che i personaggi attraversano, lasciando che sia soprattutto il protagonista a tirare a più riprese tra l'aggressivo ed il caustico le somme di quei 'declini' tutti intorno che, nelle invasioni barbariche, ormai alle porte, non possono non far sentire i primi campanelli d'allarme. Senza mai pedanteria, comunque, e con guizzi polemici che si intuiscono soltanto tra le pieghe di quel dramma privato enunciato sempre con levità straordinaria. Anche nei momenti di angoscia." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 dicembre 2003)
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