Le belve

Savages

USA - 2012
2/5
Le belve
Laguna Beach. Il pacifico e caritatevole buddista Ben e l'ex Navy Seal ed ex mercenario Chon, sono amici fraterni che conducono una vita idilliaca spacciando marijuana, prodotta in casa, e condividendo un amore unico nel suo genere per la bellissima Ophelia. Tuttavia, la pacchia sembra essere giunta al capolinea: il cartello dei trafficanti della Mexican Baja, capeggiato dalla spietata Elena e dal suo scagnozzo Lado, ha deciso di imporre loro una società. Il cartello, però, ha sottovalutato l'infrangibile legame che tiene uniti i tre amici. La battaglia sarà spietata, con manovre ad alto rischio, in cui giocherà un ruolo importante anche un viscido agente della DEA...
  • Colore: B/N-C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: PANAVISION, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Don Winslow (ed. Einaudi)
  • Produzione: IXTLAN/ONDA
  • Distribuzione: UNIVERSAL INTERNATIONAL PICTURES ITALY
  • Vietato 14
  • Data uscita 25 Ottobre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Non è un "noir alla luce del sole" (New York Times) né un "western con gli aeroplani" (Salma Hayek), ma il tentativo di tornare a far cassa con un pulp vecchia maniera.
Non si spiegherebbe altrimenti l'improvvisa virata di Oliver Stone verso il cinema mainstream dopo la serie dei documentari militanti dedicati ai leader rossi dell'America Latina (da Castro a Chavez). Vero, nel frattempo erano arrivate le tre "W" - World Trade Center, W. e Wall Street 2 (sottotitolo Il denaro non dorme mai, vagamente iettatorio a giudicare dal magro bottino del film al box office) - ma più che al mercato, erano progetti che guardavano alle urgenze della storia US con l'occhio "sinistro" del nostro (absit iniura verbis).
Le Belve (titolo originale Savages: connotazione meno negativa) è invece Assassini nati rimontato con U-Turn, una déjà vu in cerca di fan superstiti e insieme un gesto liberatorio - perciò altamente sconclusionato e violento - da parte di un regista la cui furia sembrava essersi smarrita sulla via dei documentari e della politica.
Tratto dal romanzo omonimo di Don Winslow, ambientato nella California meridionale, ha per protagonisti Ben, Chon e Ophelia - per i quali Stone ha chiamato le nuove leve del cinema hollywoodiano, Taylor Kitsch, Aaron Johnson e Blake Lively - i quali oltre a essere giovani carini e occupati nel più grande commercio di marijuana, si amano alla maniera di Jules & Jim. Vanno al massimo finché non si va in Messico. Meglio, è il Messico - nella fattispecie il cartello della droga gestito da una bella signora (Salma Hayek) e dal suo fido assistente (l'abominevole Del Toro) - che va da loro per "invitarli" a sottoscrivere un accordo commerciale. Il rifiuto del quale costerà caro.
Si procede per enjambements testuali e traslitterazioni di genere, mutuando un pastiche fuori tempo massimo. Operazione con parecchi suffissi (vedi alla voce omaggi) e troppi film - da Baywatch al drug-movie, dal menage a trois allo snuff, dal triello leoniano allo splatter tarantiniano - per risultare anche compatta nello stile e coerente nelle idee.
Stone divaga svagato tra illuminazioni improvvise e numerosi abbagli (certe immagini b/n lasciano senza fiato, altre sono soltanto sporche verniciate di colore), attori bravi (Del Toro e Travolta) e altri solo compiacenti, violenza e ilarità, architetture provvisorie e materiali di scarto. Il piatto servito somiglia a un grasso e lercio panino di mezzanotte, forse gustoso, probabilmente nocivo. L'esperienza risulta ambivalente, tipo rutto d'autore.
Fumo negli occhi? Non solo. II sovradosaggio retorico disinnesca la guerra alla droga nella forma, ma lascia alterata la "sostanza", ovviamente stupefacente. La voce off della Lively, spartito sonoro di un finto noir, non inganni: fuori dal coro è God Save the Weed. Fuoricampo Stone(d).

NOTE

- SHANE SALERNO FIGURA ANCHE TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.

CRITICA

"(...) 'Le belve' è il perfetto prototipo del cinema secondo Stone. Retorico, spettacolare, violentissimo; e insieme inventivo, umoristico, adrenalinico come pochi. Oltre che capace di unire a questo sfoggio di abilità (e disinvoltura: Stone è il contrario esatto del rigore) una riflessione abbastanza esplicita sul fare cinema e sul potere delle immagini. Per molti tutto questo è indigesto. Per altri tanto eclettismo maschera una mancanza di convinzione vicina al nichilismo. E' vero che ne 'Le belve', tratto dal documentato romanzo omonimo di Don Winslow (Einaudi), non si salva nessuno. I narcos messicani, guidati da una boss spietatissima (...) (una regale Salma Hayek), sono un'accozzaglia di sadici assassini capeggiati dal temibile Lado (Benicio Del Toro) (...) Anche se il peggiore di tutti, come dubitarne, si rivelerà essere il corrottissimo e inaffidabile agente dell'antidroga (...) (un untuoso, spelacchiato, immenso John Travolta). Il vero nichilismo però non sta sullo schermo quanto dietro la macchina da presa. Di fronte alla violenza rutilante e insostenibile di questo mondo, al susseguirsi di imboscate, ricatti, tradimenti, torture, efferatezze irriferibili minacciate o messe in atto, Stone infatti a un certo punto sceglie la black comedy, anzi la farsa macabra. Rovesciando il film d'azione (e la parabola socio-economica) in una mascherata che affascina e sconcerta insieme. Forse per ricordarci che il vero soggetto delle Belve, come sempre, è l'America, con tutta la sua storia, il genocidio su cui si fonda (ricordate 'U-Turn'?), i codici elaborati per digerire e far digerire il tutto ai cittadini (agli spettatori) del mondo intero. Per questo, con tutti i dubbi e i distinguo possibili, è difficile non amare 'Le belve'." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 ottobre 2012)

"Violento e zeppo di manierismi alla Tarantino, il film tradisce persino il romanzo di Don Winslow da cui è tratto." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 25 ottobre 2012)

"Uno Stone con momenti di gloria violenta, giochi tecnici, immagini da webcam e cellulari: alla base l'adrenalina per il dollaro. Il ménage a tre è ben giocato, la sceneggiatura è garantita da Don Winslow, ex detective autore del libro ispiratore (Einaudi)." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 25 ottobre 2012)

"lspirato a 'The Savages' di Don Winslow 'Le belve' è uno dei peggiori Oliver Stone di sempre. Per quanto sia manifesta (e giustificata) l'intenzione a superare il drug-business-movie virandolo tra il pop, i triangoli amorosi e i gangster ridotti a un certo tipo di macchietta (errore in cui non cade, ad esempio, 'Killer Joe' di Friedkin, [...]), il film non riesce a centrare un singolo obiettivo narrativo, linguistico o artistico, puntando su scelte di grossolana fattura. Complice un cast mal sortito di giovani attori, a fronte di tre veterani (Travolta, Del Toro e Salma Hayek) più concentrati a rievocar se stessi che non ad elevare l'opera. Sulla carta poteva diventare un 'Natural Born Pushers', ma del cult del '94 non resta che un (nostro) gioco di parole." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 25 ottobre 2012)

"Piacerà a chi, come noi, si innamorò 25 anni fa del cinema di Oliver Stone, assistendo a ritmi sostenuti a 'Salvador', 'Platoon', 'Wall Street'. A partire dagli anni 90, l'amore passò dalla perplessità ('Natural Born Killers') al deciso disamore ('Alexander' e 'Nixon') fino al deciso disgusto anche umano (i documentari-scendiletto su Castro e Sanchez). Dopo Sanchez però Oliver poteva solo risalire. E a ruota della timida riscossa di 'Wall street 2' ecco 'Le belve', cruentissimo thriller dove Oliver ritrova se non la bravura, gli attributi virili dei tempi d'oro. 'Le belve' pascola nei campi di Quentin Tarantino, ma sarebbe ingiusto affrontarlo come una tarantinata minore. I due sono parecchio diversi (litigarono furiosamente ai tempi di 'Natural Born Killers'). Quentin ha il dono (anche umano) di non prendersi troppo sul serio. Oliver invece ha ancora la testa degli anni '80. Buoni da una parte, cattivi dall'altra. E nemmeno i buoni hanno ragione. La loro è una lotta per la sopravvivenza. La malvagità è dappertutto. Vince solo chi rimane in piedi. Come regista di violenza, Oliver serba ancora molto vigore, se non originalità (il killer di Benicio Del Toro è divertente, ma si muove nella convenzione). Come autore di fondo moralista, Stone è all'altezza di se stesso quando indica nell'uomo di legge Travolta la bestia più feroce del branco (la Rejna in fondo cos'è? Una povera donna in carriera piena di problemi in famiglia)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 25 ottobre 2012)

"Salviamo Oliver Stone, sprofondato in un oblio creativo dal quale fatica a tirarsi fuori. II sequel di 'Wall Street' aveva già lanciato un preciso allarme ma questa trasposizione, tratta dal modesto romanzo omonimo di Don Winslow, non fa altro che confermare l'impoverita cifra stilistica del cineasta di New York. Riuscire a trasformare un film d'azione in una cantilena noiosa non è impresa da poco. Eppure, Stone ci riesce in pieno, non azzeccando mai il giusto registro per un titolo che vuol far credere, per oltre due ore, di essere qualcosa di differente da un semplice pulp di secondo livello. Per carità, non è tutta colpa di Stone. I protagonisti non catturano, la sceneggiatura non aiuta certo con quei personaggi senza un minimo di profondità ed il plot va preso per quel che è. Per non parlare dei dialoghi infarciti con battute di basso calibro. (...) Più che un film di Stone sembra la parodia mal riuscita di uno di Tarantino anche perché si fa fatica a trovare un'idea di narrazione. Per non parlare di quel doppio finale con trionfo buonista che grida vendetta per inutilità ed antitesi con le tinte forti che si erano viste fino a quel momento. Insomma, un onesto thriller e nulla più." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 25 ottobre 2012)
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