LAST FOOD

ITALIA - 2003
Un aereo precipita in Tibet e alla sciagura sopravvivono soltanto due passeggeri: Grumand, un italo-francese, titolare di una ditta di catering e Takano, un cuoco giapponese. Abbandonati in una terra sconosciuta e desolata, in attesa dei soccorsi, sono obbligati a convivere e a confrontarsi, ma soprattutto a lottare con la fame che li porterà a situazioni estreme. Ma sarà da questa esperienza, dal modo personalissimo di ciascuno di rapportarsi al cibo e alla vita che le loro esistenze cambieranno radicalmente.

CAST

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI
- PRESENTATO AL 5° FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO DI LECCE (2004)

CRITICA

"Tira una strana aria di palcoscenico sugli altopiani del Gran Sasso d' Italia, scelti a figurare un panorama asiatico in 'Last Food'. La prima parte del film, senz'altro la migliore, vede il confronto fra i due sopravvissuti di un disastro aereo, il raffinato cordon bleu Hal Yamanouchi e Gigio Alberti scettico produttore di cibo in scatola. Quando si discute se è meglio marciare o accamparsi, prevale la filosofia del giapponese: 'Cerca se vuoi essere cercato'; ma in breve la fame sovrasta ogni altro problema e quello dei due rimasti in vita si mangia il cadavere dell'altro. Perseguitato dalla voce del defunto, il cannibale cerca di smaltire il rimorso in una clinica che ospita divoratori compulsivi e anoressici. Da questo spunto alla Marco Ferreri, rischiarato da un finale sdrammatizzante, Daniele Cini sviluppa un film che da un certo momento in poi va un po' alla ricerca di un modo per concludere. A parte la professionalità di Alberti e un gustoso cammeo di Bruno Gambarotta, sul fronte attori c'è ben poco da segnalare." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 13 marzo 2004)

"Si capisce che Cini, finora regista di corti e documentari e da tempo all'inseguimento delle opportunità narrative offerte dai cinque sensi, ha voluto orchestrare intorno al tema del cibo e del mangiare un apologo surreale, portatore di un sorridere pensoso, combinazione di leggerezza nel modo di porgere e di 'pesantezza' di spunti di riflessione. (...) L'effetto, sia pur tutt'altro che sgradevole, è però che tutti i possibili significati restano nelle intenzioni dell'autore, che il film non abbia bussola né identità. Che in definitiva, se è consentito il gioco, non sia né carne né pesce." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 marzo 2004)
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