Lang zai ji

CINA - 2009
2/5
Lang zai ji
Cina, 2000 anni fa. L'Imperatore Han decide di inviare il suo esercito oltre il Deserto del Gobi per sottomettere le tribù ribelli. Tuttavia, l'impresa si rivela più ardua del previsto: la zona è pericolosa e inospitale e le battaglie cruente decimano il potente esercito imperiale. Il Comandante Lu e i suoi uomini iniziano quindi a ritirarsi, ma il rigido inverno li costringe a trovare riparo presso un villaggio popolato da una tribù maledetta, gli Harran, i cui componenti vivono sottoterra e che, secondo la leggenda, hanno facoltà di tramutarsi in lupi. Ed è qui che Lu si innamorerà di una vedova misteriosa...
  • Altri titoli:
    The Warrior and the Wolf
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: racconto di Yasushi Inoue
  • Produzione: BDI FILMS, SKY EAGLE WORLDWIDE HOLDINGS

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Roma zoofila. Dopo l'amore cinofilo di Gere (Hachiko: A Dog's Story), ecco la passione bestiale (da lupi) raccontata da The Warrior and the Wolf di Zhuangzhuang, tra i più importanti registi cinesi del momento (di lui ricordiamo The Go Master, in concorso alla prima edizione del festival capitolino), e qui semplicemente non all'altezza della sua fama. Film di matrice letteraria, ambientato nella Cina imperiale, durante le decennali guerre ordinate dalla dinastia Han per sottomettere le tribù ribelli, che si nascondono tra le montagne. Un incipit che ricorda certo cinema di Tsui-Hark, con quelle armature pesanti, le grida ferine, le pelli acconciate e quelle squartate dalle spade. Promettente epica barbara, concitata e frammentata, e un'affascinante manipolazione del tempo, che danza con disinvoltura (e senza marche stilistiche) tra passato remoto, passato prossimo e presente, mentre si restringe l'obiettivo sulla figura di Lu (Joe Odagiri), un tranquillo pecoraro assoldato dall'esercito del re che finisce comandante in capo delle truppe mentre battono la ritirata con l'arrivo dell'inverno e della neve (siamo nel rigidissimo deserto del Gobi). E qui si ritrae anche il film. La stazione di sosta è un inquietante villaggio abitato dalla tribù maledetta degli Harran, che vivono sottoterra e si tramutano in lupi se tradiscono le regole del gruppo. Destino che si abbatte su Lu, reo di aver sedotto una misteriosa vedova (Maggie Q), membra del gruppo e trasformata in lupa anche lei. Doveva essere la svolta - lungamente attesa! - della sceneggiatura, e invece si rivela un vicolo cieco dove vanno a sbattere personaggi dati per morti (il generale Zhang, vecchio amico di Lu), situazioni poco chiare e resistenze dello spettatore, già ampiamente provate da un'ora e passa di film. Scenografie e immagini di grande impatto visivo per carità, ma la bella confezione non nasconde la gradita sorpresa, semmai uno di quei modellini a pezzi che si trovano nei famosi ovetti K.: troppo complicati da montare per i piccoli, e assai superflui per i grandi.

NOTE

- PRESENTATO IN ANTEPRIMA, FUORI CONCORSO, ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009).

CRITICA

"'Il guerriero e il lupo' è un racconto sulla guerra, 2000 anni fa, prima dell'unificazione del paese, tra le truppe imperiali e le tribù nomadi e fiere della Cina nordoccidentale, oltre il deserto dei Gobi. Lo hanno trasformato in questa coproduzione nippo-cinese, in uno stravagente e intelligente kolossal delicato, in un film epico d'amore e magiche metamorfosi che curiosamente invita ad allargare al nord siberiano, oltre che al sudest oriente, l'area culturale asiatica oggi dominante. Lo spirito di Kurosawa sembra risorgere, contro i facili richiami ai genere d'esportazione (dal wuxiapian danzante e fiammeggiante al 'dramma storico' all'horror con fantasmi). Pullulano infatti inquieti flashback, primissimi piani, telecamera a mano, montaggio irregolare (firmato Wenders Li), magie improvvise, scontri e massacri all'arma bianca e in silhouette, ma anche meditazioni pacifiste, steppe sterminate, tempeste di sabbia inaspettate, nevicate catastrofiche, moltitudini di comparse con armature, spade, ascie, cavalli, archi e freccie, e (in digitale) orde di di lupi affamati, feroci e sterminatori (a loro l'onore di interpretare la scena più spettacolare), eclissi di sole.... Comunque più Imamura che Ang Lee. La regia, mai convenzionale, sempre d'imprevedibile drappeggio e ritmicamente incalzante come le musiche transculturali metà russe metà han, è di Tian Zhuangzhuang, narratore cinese poetico-politico della quinta generazione, rimasto il più sperimentale, velenoso (nella tavolozza cromatica) e puskiniano." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 20 ottobre 2009)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy