Laila In Haifa

ISRAELE - 2020
1,5/5
Laila In Haifa
Nel corso di una notte, attraverso una serie di incontri e situazioni, si intrecciano le storie di cinque donne, che nelle loro relazioni e identità personali sfidano ogni categoria e classificazione. Un film drammatico tinto di un pungente umorismo ambientato in una notte in un locale della città portuale di Haifa. Un'immagine sensibile e molto umana della vita in quell'area, un luogo di incontro, un momento di dialogo, in una regione che altrimenti soffre di odio e violenza cronici. E ci pone una serie di domande: come possono le arti creare uno spazio in cui le persone siano in grado di esprimere le loro differenti identità, cercando tuttavia modi che assicurino una pacifica convivenza? Come può il linguaggio cinematografico, accostando frammenti di storie, creare un tessuto umano comune?
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: CATHERINE DUSSART, LAURENT TRUCHOT PER AGAV FILMS, CDP, IN COPRODUZIONE CON UNITED KING FILMS, IN BETWEEN PRODUCTIONS SA, IN ASSOCIAZIONE CON LASER S. FILM, NESS FAMILY OFFICE, BROWNSTONE FOUNDATION

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani

Amos, che fai? Gitai, habitué di Venezia, torna in concorso destando più di una perplessità (eufemismo): Laila in Haifa non è solo uno dei suoi film più deludenti, ma appare intrappolato nella convinzione di dover lanciare quei messaggi richiesti a una delle voci più autorevoli del cinema d’autore.

Ogni cosa è illuminata dal riflesso schiacciante di un simbolismo plateale, tutto ha una spiegazione esplicita ed esplicitata: l’allegoria scade nella didascalia, la lettura politica si fa alibi del giro a vuoto e il meccanismo narrativo lascia in evidenza l’impalcatura di un teorema fragile.

 

Laila è un nome che in arabo sta per “notte”, Haifa è la città portuale dove Gitai è nato (a ottobre fa settanta: auguri). Tutto in una notte, dunque, dentro – e appena fuori – un locale che è un po’ bar e un po’ discoteca, dove israeliani e palestinesi convivono mettendo da parte le ataviche conflittualità.

Si parte con un piano sequenza che promette un’angoscia rarefatta subito accantonata in favore della descrizione di un girotondo flemmatico e disordinato e poi si guardano fotografie d’autore per riconoscere tormenti personali, ci si tradisce per sopravvivere, si beve al bancone sperando che l’alcol funga da scusa per esporsi, si chiacchiera, si flirta e via.

Mosaico di esperienze che, attraverso l’affresco di un microcosmo (ci sono tutti: uomini e donne, etero e gay, ebrei e arabi, radicali e moderati) ha l’obiettivo di offrire una panoramica completa di un intero territorio, Laila in Haifa dovrebbe rappresentare il nuovo tassello del percorso di un regista che ha sempre visto nel dialogo tra le parti avverse un modo per costruire ponti.

 

Si ambisce alla coreografia (i movimenti di macchina che seguono l’azione collettiva), si ottiene una stonata e afona coralità. La morale è leggibile dal principio, l’intreccio risente di qualche svista di troppo in sede di montaggio, i pezzi singoli appaiono ora raffazzonati (la minaccia in auto) ora gratuiti (il pur gustoso momento dell’appuntamento al buio verso il finale): che fiacca, che sciatteria, che delusione.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 77. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2020).
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