Lady Vendetta

Chinjeolhan geumjassi

COREA DEL SUD - 2005
Lady Vendetta
Geum-ja, una bellissima ventenne che non può fare a meno di attrarre l'attenzione di ogni uomo che incontra, viene incolpata ingiustamente del rapimento e dell'assassinio di un bambino, diventando il polo d'attrazione dei media che ne seguono senza sosta le vicende processuali. Condannata a tredici anni di prigione, li sconta trasformandosi in una detenuta modello e guadagnandosi così l'appellativo di "dolce" Geum-ja. Ma la sua non è che una copertura: durante gli anni trascorsi tra le mura del carcere non ha fatto che aspettare il momento della vendetta nei confronti del suo insegnante, il signor Baek. Cosa è successo realmente tredici anni prima e quale dilemma l'attanaglia ora?
  • Altri titoli:
    Lady Vengeance
    Simpathy for Lady Vengeance
  • Durata: 112'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: CJ ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: LUCKY RED (2006), (2008)
  • Vietato 14
  • Data uscita 5 Gennaio 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Enzo Natta

Non può non destare curiosità il fatto che a una secolarizzazione sempre più diffusa del cinema di marca occidentale corrisponda una dimensione spiccatamente spiritualista che permea in misura crescente la cinematografia dell’Oriente asiatico e, prima fra tutte, quella coreana, dove all’anima religiosa di Kim Ki-duk (Primavera, estate, autunno, inverno…, Ferro 3, La Samaritana) si affiancano i fermenti cristiani presenti in Lady Vendetta di Park Chan-wook. Allievo dell’Università Cattolica di Sogan, laurea in filosofia, con Lady Vendetta Park Chan-wook completa un ciclo, iniziato con Mr. Vendetta e proseguito con Old Boy, al quale la definizione di “trilogia della vendetta” non rende piena giustizia, se non altro perché un tema largamente inflazionato (dai poemi omerici al Conte di Montecristo, per arrivare a Kill Bill di Quentin Tarantino e a Munich di Steven Spielberg)  si trasforma in un ossimoro, in un film tutto imperniato su acuti contrasti, dove il peccato si intreccia con la preghiera riparatrice, la follia con il perdono, l’orrore con il bisogno di espiazione. Il motivo centrale sul quale si fonda Lady Vendetta è il peccato originale, l’offesa a Dio che genera altre offese, una forma di inarrestabile ricatto perché il male non può generare che male. E infatti la protagonista (la bella “Guem-ja la dolce”, che in tredici anni di carcere per un’accusa di omicidio trama la vendetta contro il vero responsabile dell’orrendo crimine) si era macchiata di quel gesto infame per evitare che chi aveva rapito sua figlia facesse altrettanto.  La vendetta, da non confondere con la giustizia biblica del taglione, nasce dunque dal peccato e ne rappresenta l’intima natura perché prima di rivolgersi contro l’uomo si indirizza contro Dio. Memore dei suoi studi non solo di teologia, ma anche di arte e di letteratura, in Lady Vendetta Park Chan-wook rievoca i toni e i timbri della tragedia classica. Ma se nella tragedia greca il Fato incombe sulla fragilità della natura umana fino a sovrastarla e ad annullarla, in Lady Vendetta il peccato originale può essere rimosso grazie alla redenzione. Si veda la scena finale della purificazione, che riveste le forme della simbologia eucaristica con le bocche aperte a ricevere i candidi fiocchi di neve, emblematica allegoria della comunione. Park Chan-wook ha alle spalle un “background” non indifferente e lo si nota non soltanto da una regia dotata di polso sicuro, ma anche dal modo in cui questa sa tenere in pugno un racconto asincronico e atemporale, basato su continui salti cronologici, costruito a frammenti, come un puzzle di cui soltanto alla fine si ha la visione totale. Ai suoi esordi Park Chan-wook aveva sperimentato alcune puntate nel comico. Di questa esperienza pregressa c’è una traccia nella scena in cui, dopo aver espresso la preoccupazione di poter recuperare i soldi persi nei ricatti inutilmente pagati, i parenti delle vittime vedono un angelo volteggiare sulle loro teste. Un altro ossimoro che celebra la poetica del  contrasto.

NOTE

- TERZO CAPITOLO DELLA 'TRILOGIA DELLA VENDETTA' REALIZZATA DA PARK CHAN-WOOK, CHE COMPRENDE ANCHE "MR VENDETTA" (2002) E "OLD BOY" (2004).

- IN CONCORSO ALLA 62MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2005).

CRITICA

"'Sympathy for lady Vengeance' del regista sud coreano Park Chan-Wook (terzo capitolo della trilogia, preceduta da 'Sympathy for Mr. Vengeance' e il famoso 'Old Boy') è la più lucida analisi del più radicato dei sentimenti umani: la vendetta, tema tra i più saccheggiati dal cinema, irto di ambiguità e facili mistificazioni. Park Chan-Wook ridisegna l'orizzonte, portando la vendetta sul campo dell'estetica, facendone di essa una estetica del rituale e regalandoci un film e una trilogia esemplari." (Dario Zonta, 'L'Unità', 4 settembre 2005)

"Molti meriti, ma anche qualche pecca. Intanto, fra i meriti, i modi di rappresentazione. Senza essere quasi surreali come in 'Old Boy', si tengono spesso in equilibrio fra il realismo, la pagina più tesa e angosciante è quella, pur molto insistita della vendetta collettiva, i parenti delle piccole vittime da un parte e il mostro dall'altra. Affidato a immagini forti, figurative, persino preziose. Sul versante dell'immaginazione molti ricordi, specie quelli della vita in prigione, si alternano al resto con qualche incisività ma qui, dal punto di vista narrativo, si affastellano troppi temi, troppi personaggi e troppe situazioni di contorno che non solo intralciano la logica del filone vendetta ma ne smorzano il clima che pur dovrebbe procedere in crescendo verso quella conclusione terrificante. Basta però questa conclusione e il disegno sempre ben precisato di quella protagonista lacerata e stravolta per dare un senso al film. Con la consapevolezza che anche questa terza puntata di Park Chan-Wook sulla vendetta potrà ottenere consensi. Sia pure con riserve." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 settembre 2005)

"La novità del regista coreano è una novità di 'sguardo'. Per intenderci, basta pensare alla sposa del 'Kill Bill' di Tarantino: donna ma portatrice di una vendetta - come dire? - tutta maschile. Invece, la storia di Geum-ju sposa la spietatezza con la dolcezza, la legge del contrappasso col sacrificio e con la redenzione. Le inquadrature sono perfette: il racconto - nella prima parte fitto di anacronie e rimandi temporali, poi lineare - esige di essere seguito con una certa concentrazione." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 gennaio 2006).

"Cinema estremo che arriva a un omicidio ritual-collettivo, "sani" giustizieri di famiglia all'opera contro il peggior crimine, le torture ai bimbi. Efferatamente innocente ed etico, nel finale che mette tutti in imbarazzo, il film accumula tensioni nel gioco grottesco dei contrari. All'autore piace la figura non l'azione, ed è suadente nel film l'improbabile cammino dalla vendetta alla redenzione che trova nell'ultima mezz'ora un taglio di tempi e luci magistrale, fascinazione visiva che fa perdonare il resto di un esercizio manierista dove risplende il volto retrò di Lee Young-ae." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 gennaio 2006)

"Cinema allucinato, sadico, decostruito, ricercato. Con 'Lady Vendetta' Park Chan-wook conclude la sua trilogia sulla giustizia, un tema che oggi come sempre può benissimo interpretarsi come tragedia pulp. Sul leitmotiv alla Conte di Montecristo il regista coreano innesta le note personalissime di uno stile che fonde l'ironia con l'efferatezza, il realismo con il delirio, il raziocinio filosofico con l'aggressività ferina, spingendoci senza remore in un vortice spiazzante e travolgente che si frammenta nei dettagli più esplosivi e si ricompone in una riflessione equanime e disillusa sulle (scarse) possibilità dell'uomo di reggere alla sfida degli angeli e dei demoni che coesistono nella sua essenza. (,,,) Nel climax del film - punteggiato d'immagini brutali nella loro poesia e viceversa - la protagonista s'immerge sino allo spasimo nell'oscurità psicologica e nella tortura fisica che l'istinto primordiale pretende come inevitabile risarcimento. Lo stile di Park Chan-wook non ha, forse, eguali nel panorama contemporaneo e persino gli incubi tarantiniani impallidiscono di fronte alla sua maniera fredda e asciutta di dettagliare il veleno interiore dei personaggi distillandone goccia a goccia la tensione spiritualista: 'Lady Vendetta' riesce a rendere la rabbia dolce, l'odio elegante, la violenza delicata. Il principio della redenzione, applicato a una catena di misfatti che colpisce e scandalizza in senso evangelico lo spettatore, diventa, così, la logica stessa del film, il collante della sua struttura arcana e complessa." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 gennaio 2006)
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