La vita e niente altro

La vie et rien d'autre

FRANCIA - 1989
La vita e niente altro
Sulle pianure di Verdun, ancora due anni dopo la fine della prima guerra mondiale, il Maggiore Dellaplane continua nell'arduo, penosissimo compito affidato all'ufficio da lui diretto: quello di identificare non solo i tanti reduci accolti in ospedali ed edifici di fortuna, ma i morti e i dispersi dell'immane massacro. Un giorno, fra i familiari in gramaglie che arrivano da tutte le parti per riconoscere corpi sfigurati e piccoli oggetti personali, capitano sul luogo due donne. Una è Alice, maestra di un non lontano paese, in cerca del fidanzato François, l'altra Irene, ricca, elegante e altezzosa borghese, la cui famiglia (industriali che la guerra ha arricchito) capeggiata da un senatore, insiste perchè sia ritrovato il marito di lei, del quale poter essere fieri davanti al Paese. Contemporaneamente, l'ufficiale che lavora con Dellaplane è da questi incaricato, per ordine ricevuto, di trovare e raccogliere un cadavere, purchè indubitabilmente francese, che il Governo ha già destinato a memoria imperitura sotto l'Arco di trionfo di Parigi. Mentre si fa urgente la ricerca del futuro Milite Ignoto, continua quella delle due donne, ora a contatto con l'angosciante, cruda realtà soprattutto di un cantiere di scavo e di raccolta, aperto nei pressi di una galleria ferroviaria minata dai tedeschi, che tuttora nasconde un intero treno della Croce Rossa. Il Maggiore, che odia la guerra e detesta i politicanti, ma svolge con puntiglio il suo difficile compito, raccoglie e raffronta innumerevoli dati, concernenti caduti e smemorati, affinchè morti e dispersi abbiano almeno diritto al loro nome. Attorno a lui e ai suoi genitori si danno da fare individui che per danaro si occupano di tutte le pratiche susseguenti, oltre che scultori più o meno noti, poichè ogni Comune ha i suoi morti (e se non li ha è capace di inventarseli), pur di avere sulla piazza, scolpite sul marmo o sulla pietra, vittorie, aquile e bandiere. Fra gli artisti spera di trovar lavoro un giovane disegnatore, di cui Alice farà presto ad innamorarsi, soprattutto allorchè quel fidanzato morto potrebbe essere (come brutalmente le rivela Dellaplane) un uomo sposato. Quanto ad Irene l'odore della morte e i contatti umani incideranno su di lei. Tanto più che quel Maggiore così pungente e ruvido, ma generoso, le sembra trasformato per mille piccole premure. Mutilato di guerra, divorziato e tanto brusco, in non più di tre giorni Dellaplane appare quasi un altro uomo. Eppure quando, convinta della inutilità della ricerca di un uomo che ha capito di non amare, decide di ripartire, Irene pone Dellaplane davanti ad una scelta di vita e per sempre, sfidandolo a dirle "io ti amo", l'altro avverte il peso dei propri anni, esita e si ritrae, quasi intimidito e sgomento. Dopo che le spoglie di un ignoto sono state finalmente onorate, con vessili e Autorità presenti, il Maggiore lascia l'esercito e si ritira da pensionato in una sua proprietà fra i boschi e vigneti, a fare il gentiluomo di campagna. " da lì che ad Irene, ora residente negli Stati Uniti, egli scrive un giorno una lettera amichevole e sincera, per dirle quelle tre parole che non aveva osato pronunciare a Verdun, assicurandola che nè l'età, nè la lontananza potranno mai inquinarne l'intensità ed il significato.
  • Altri titoli:
    Life and Nothing But
    Das Leben und nichts anderes
    La vida y nada más
  • Durata: 134'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE A COLORI KODAKCOLOR
  • Produzione: HACHETTE PREMIER, CIE GROUPE EUROPE 1 COMMUNICATION, AB FILM, LITTLE BEAR, FILMS A2
  • Distribuzione: TITANUS DISTRIBUZIONE (1990) - VIVIVIDEO

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: SOFINERGE, INVESTIMAG, CENTRE NATIONAL DE LA CINÉMATOGRAPHIE FRANÇAISE, CONSEIL GÉNÉRAL DE LA MEUSE.

- DAVID DI DONATELLO 1990 A PHILIPPE NOIRET COME MIGLIOR ATTORE STRANIERO. IL FILM ERA CANDIDATO AL DAVID COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Nella coerenza del marmo e del grigio, colore e stato d'animo, il film chiede complicità solenni allo spettatore, parlandogli al cervello e rinunciando alle scorciatoie per il cuore. Ma nel sottile ricamo della psicologia cinematografica in cui uomini e natura si alternano mostrando panorami dentro e fuori allucinanti, Philippe Noiret, al suo 100mo film, è ancora più straordinario nel togliere al personaggio ogni effettismo o ridondanza: il suo volto grigio e invecchiato sarà un nuovo santino della Grande Guerra. E Sabine Azema, così psicosomaticamente perfetta e nello spirito del tempo, gli sta al fianco senza cadute: è un punto focale della sua carriera. Non un rullo di tamburo, né di grancassa: Tavernier insegue l'inconscio fotogramma dopo fotogramma, sposando un solido impianto storico con l'osservazione del quotidiano, anche a costo di qualche calcolata lentezza narrativa e di una certa monotonia monocromatica. Il regista riassume le sue puntate precedenti, parla d'amore onorando i vivi e i morti e si permette perfino una punta di ironia vagando con campi lunghi sull'altopiano, nonostante tutto bellissimo, proprio perché domani è un altro giorno, e una altra follia." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 8 Febbraio 1990)

"Convince meno, invece, il rapporto d'amore che alla fine si instaura fra l'ufficiale e la parigina e, soprattutto, un facile risvolto narrativo che porta presto a identificare in una sola persona l'uomo cercato dalle due donne. Un difetto, anche di gusto che, pur finendo nella retorica dei sentimenti dopo aver tanto combattuto quella dei miti, non sminuisce però troppo la forza di un film cui per il suo antimilitarismo doloroso, potrebbero perfino paragonarsi 'Orizzonti di gloria', il nostro 'Uomini contro' e il durissimo 'All'Ovest niente di nuovo'. Lascia col cuore stretto, esalta per la sua bellezza formale, e non costringe nemmeno a rinunciare del tutto a certi legittimi palpiti: come in quella scena in cui a Verdun viene tirata a sorte la salma di chi diventerà poi il 'Soldat Inconnu'; una scena che il protagonista contesta ma che ha egualmente in sé una sua forte tensione emotiva: per il rispetto con cui comunque è proposta. Dà volto a questo protagonista un Philippe Noiret mai così grande. Soffre, comanda, scatta, si ribella e dopo anche ama con una violenza pari solo alla sua finezza di mimica e di reazioni interiori; secondo una gamma di atteggiamenti e di sentimenti che domina per intero, unico vero successore, ormai, di Gabin. La parigina è Sabine Azéma, anche lei adesso attrice così completa da non sfigurare vicino al suo partner. Merito, anche questo, di Tavernier." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 Febbraio 1990)

"Trascorrendo da scenari di finzione alle grigioverdi luci del paesaggio normanno (sapientemente fotografato da Bruno de Keyzer), Tavernier raccoglie in un unico movimento di camera uomini e cose, ben consapevole di lavorare sul risvolto del cinema classico di Renoir che con tanto amore rivisita. Gli fanno da controcanto emotivo due magnifici interpreti: l'aggraziatissima, riservata Sabine Azema e un Philippe Noiret (Oscar europeo per il migliore attore) pieno di malinconico pudore." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 16 Febbraio 1990)
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