La legge del mercato

La loi du marché

FRANCIA - 2014
3,5/5
La legge del mercato
Thierry Taugourdeau ha cinquant'anni ed è disoccupato. Dopo venti mesi senza lavoro trova posto come guardia di sicurezza in supermercato. La sua vita sembra prendere una piega migliore, fin quando si trova di fronte a un importante dilemma morale perché gli viene chiesto di spiare i suoi colleghi.
  • Altri titoli:
    A Simple Man
  • Durata: 92'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE
  • Produzione: NORD-OUEST FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA
  • Distribuzione: ACADEMY TWO
  • Data uscita 29 Ottobre 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

51 anni, da 20 mesi disoccupato, 500 euro al mese di sussidio, la vita di Thierry è fatta di colloqui (anche su Skype) e trattative (con la banca, con ipotetici acquirenti dell’amata casetta mobile al mare), di momenti quotidiani in famiglia (una moglie e un figlio con qualche ritardo) e di momenti di svago (un corso di ballo con la moglie). Poi, finalmente, arriva il lavoro: addetto alla sicurezza di un supermercato. E Thierry, inappuntabile come di consueto, sarà ben presto messo di fronte ad una situazione difficilmente “negoziabile”.

È molto difficile non pensare all’ultimo film dei Dardenne (Due giorni, una notte), presentato a Cannes 2014, di fronte a La loi du marché di Stéphane Brizé, in Concorso lo scorso maggio sulla Croisette: le analogie sono molte, a partire dall’argomento comune, quello del lavoro e delle implicazioni sociali contemporanee, poi un rigore e al tempo stesso la scelta di un percorso “semplice” per seguire un personaggio chiamato a far fronte ad uno dei mali del nostro tempo.

La differenza sostanziale tra il film di Brizé e quello dei Dardenne – uniti comunque da due grandi interpretazioni, allora Marion Cotillard, stavolta il sempre convincente Vincent Lindon (premiato a Cannes) – è soprattutto di carattere strutturale: in Due giorni, una notte la protagonista (depressa, apatica) doveva far di tutto per convincere i colleghi a rinunciare a dei bonus in modo tale che lei non perdesse il lavoro, mentre Brizé si concentra su un personaggio che, una volta riottenuto un impiego, viene messo di fronte ad un impietoso dilemma morale.

Brizé si prende il tempo necessario per creare i giusti presupposti di un finale coerente, in linea con quanto mostrato fino a quel momento della vita di Thierry, uomo giusto ma mai accondiscendente, marito premuroso e tenero padre, disposto sempre a rimettersi in gioco pur di garantire lo stretto necessario alla propria famiglia: mai una scena madre, o cadute nel patetico, il film sceglie una linea di condotta austera ma non per questo insincera. E la mantiene anche nel momento cruciale, quando Thierry è costretto, suo malgrado, a smascherare prima qualche taccheggiatore occasionale, poi alcuni colleghi del supermercato dediti a lucrare sulle fidelity card o a nascondere qualche buono sconto.

Gente disperata, forse più di lui: e quando “la legge del mercato” viene messa di fronte alla “misura di un uomo” (splendida contrapposizione a cui fa riferimento anche il doppio titolo del film) bisogna per forza di cose prendere una decisione. Soccombere e disumanizzarsi, o smettere la divisa di un sistema che non accettiamo più. Chapeau.

NOTE

- VINCENT LINDON ET STÉPHANE BRIZÉ FIGURANO ANCHE COME PRODUTTORI ASSOCIATI.

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL+, CINÉ+, ARTE FRANCE, TS PRODUCTIONS; CON IL SOSTEGNO DELLA RÉGION ÎLE-DE-FRANCE; IN PARTNERSHIP CON IL CNC.

- PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE A VINCENT LINDON AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015). IL FILM HA OTTENUTO LA MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA.

CRITICA

"L'orrore economico dei nostri anni in venti scene secche e implacabili costruite sul confronto serrato tra un più che perfetto Vincent Lindon e una serie di attori non professionisti ma intensi e sorprendenti nei panni di personaggi molto vicini alle loro vere vite. (...) Sono i tempi in cui viviamo. Su cui questo film getta una luce cruda e impassibile, che ricorda i fratelli Dardenne ma si spinge ancora più in là, abolendo quasi del tutto la drammaturgia per lasciare a noi il compito di interpretare ciò che vediamo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 ottobre 2015)

"Da una breve in cronaca Stéphane Brizé indaga un eroe di oggi, tallonandolo alla maniera dei Dardenne (...). Bravissimo, Vincent Lindon regala al personaggio dubbi e ambiguità, smussando il «messaggio» che arriva al cuore e risulta di allarmante attualità in una società che non conosce più etica, comprensione, fattori umani." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 ottobre 2015)

"La crisi economica e le sue ricadute sulla vita delle persone sono state affrontate nei film con un approccio, a dir poco, timido. In Italia, generalmente, si è preferita la forma della commedia, inventandosi soluzioni più o meno improbabili e consolatorie. Anche il cinema di lingua francese ha preso tempo prima di rappresentare la crisi, la disoccupazione, le umiliazioni quotidiane che oggi infestano il mondo del lavoro: quando lo ha fatto, però, ha prodotto alcuni titoli importanti come 'Due, giorni una notte' dei fratelli Dardenne, 'Tutti i nostri desideri' di Phlippe Lioret e ora questo magnifico 'La legge del mercato' (...). Senza esagerazioni né sottolineature melodrammatiche, Stéphane Brizé racconta un'amarissima storia di declassamento sociale che tocca temi sensibili attraverso un personaggio immaginario, però rappresentato in modo da sembrare perfettamente plausibile. Un po' come la Sandra del citato 'Due giorni, una notte', alla quale rimanda la scelta finale di Thierry, presa all'insegna della dignità e del rispetto di sé. Il cinema dei Dardenne è evocato non solo nei contenuti, ma anche nello stile della regia di Brizé: lunghi piani-sequenza, inquadrature ravvicinate, riprese in semi-soggettiva. Per rendere il tutto più verosimile, e crudele, il cineasta è ricorso alla macchina da presa di uno specialista del documentario, Eric Dumont, e ha circondato Lindon di un coro di attori non professionisti che interpretano più o meno se stessi." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 29 ottobre 2015)

"(...) sul leitmotiv vieppiù indurito dei film di Loach e dei fratelli Dardenne (...) l'outsider francese Brizé mette in scena - con scabra cifra stilistica - l'odissea di un professionista espulso dal mercato del lavoro e costretto a subire, mantenendo però un atteggiamento controllato e cosciente, le umiliazioni e le violenze di un «sistema» societario occidentale bollato in toto come sadico più che ingiusto. Abolendo la drammaturgia in favore di un report sull'esistente - che naturalmente di verità ne conosce e riproduce una sola, la propria - il regista dà vita a sculture umane di rilievo e brani di efficace protesta morale, finendo però con il congelare la connessa aspirazione a una condivisione emozionale." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 ottobre 2015)

"Giocato in sottotono, nell'ambito di un'ordinaria quotidianità, il dramma sociale non per questo risulta meno efficace nel mettere sotto accusa un sistema economico iniquo, i cui effetti la crisi ha reso e renderà sempre più devastanti. Anche se il regista Stéphane Brizé non ne possiede la forza formale, per la coerenza e la verità della messa in scena si pensa al cinema dei fratelli Dardenne; e nei panni di Thierry, un formidabile Vincent Lindon, premiato per l'interpretazione a Cannes, filtra il messaggio attraverso uno sguardo in cui si legge il dolente dilemma di un essere umano consapevole di trovarsi, non si sa per quanto, dalla parte sbagliata della barricata." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 29 ottobre 2015)

"(...) non è un mélo strappalacrime, tutt'altro. É un dramma sociale asciutto che suscita emozioni forti, e che il 49enne regista Stéphane Brizé controlla con uno stile che deve qualcosa a Robert Bresson. Senza effetacci, senza compiacimenti: Brizé gira con lunghe inquadrature quasi fisse, in cui il lieve tremolio della macchina da presa comunica efficacemente l'ansia del protagonista. Lindon è in scena ininterrottamente, ma spesso recita 'da spalla', e di spalle, per giocare di rimbalzo sulle devastanti emozioni degli altri personaggi. (...) 'La legge del mercato' sembra a prima vista un racconto monocorde, ma ha alcune scene madri che tolgono il fiato nella loro feroce quotidianità. (...) Ma è soprattutto la seconda pane, ambientata nel centro commerciale a suscitare puro terrore: le telecamere spiano ogni gesto, il protagonista diventa un voyeur del proprio stesso dramma, i rapporti umani sono azzerati. La 'legge del mercato' non fa prigionieri. E non sembra esserci una rivoluzione possibile o imminente, anche se siamo in Francia. Questo film è il nostro presente, forse - ahinoi - il nostro futuro." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 29 ottobre 2015)

"Piacerà a quanti nella loro vita si trovano, si sono trovati, hanno paura di trovarsi nella pelle di Thierry. Stéphane Brizé è uno che racconta bene. Non sembrava dai suoi precedenti film (...). Ma qui ha calato il suo personaggio in un inferno, tanto più agghiacciante perché non c'è apparentemente «cattivo», tutti o quasi i personaggi sembrano brave persone affabili. Ma intanto ogni loro parola è una piccola spinta a Thierry verso il baratro. Un piccolo capolavoro (leggi, la sequenza che ti fa correre tanti brividi dietro la schiena) è l'entrata del cosiddetto «responsabile perle risorse umane». Una povera donna s'è suicidata. Bene, il «responsabile» è lì a dimostrare 1) che l'azienda non ne ha colpa 2) che i colleghi non debbono colpevolizzarsi («probabilmente aveva dei problemi privati»). Insomma è un quadro nerissimo del capitalismo all'inizio del secolo. (...) Certo, Brizé è bravo, ma ha trovato un fior d'interprete in Vincent Lindon, tra i migliori in Francia quando c'è da raccontare uomini qualunque inchiodati da un destino malevolo. Curiosamente, Lindon non ha molte battute. Parlano soprattutto gli altri, i possibili datori di lavoro, molto bravi (hanno fatto corsi aziendali?) a inzuccherare la pillola amara del rifiuto. Loro parlano, ma Lindon domina la scena come un pugile bombardato da una serie infinita di colpi." (Giorgio Carbone, 'Libero', 29 ottobre 2015)

"Ma com'è bravo Vincent Lindon, giustamente premiato a Cannes. (...) Una guerra tra poveri, con un briciolo di demagogia e infinite umiliazioni." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 29 ottobre 2015)
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