La grande corsa

The Great Race

USA - 1965
La grande corsa
Agli inizi del 1900 due uomini, Leslie, un galante ed inappuntabile gentiluomo, ed il professore Fate, una mente ingegnosa ma diabolica, si stanno battendo in mille modi per aggiudicarsi il primato sportivo automobilistico. Leslie, sicuro di battere l'avversario, induce il direttore di un giornale americano ad organizzare un lunghissimo raid da New York a Parigi per ogni tipo di automobile. Il giovane vi prende parte con una vettura lussuosissima, tutta bianca, con maniglie in ottone e foderata di cuoio rosso, mentre il diabolico Fate, dopo aver costruito un'automobile nera capace di sollevarsi di due metri dal suolo per mezzo di un elevatore a pantografo e dotata di cannoncino, di pungiglione e di apparecchi per produrre cortine fumogene, vi partecipa con il fido Carmelo, come lui pronto ad usare qualsiasi mezzo. Tra i due concorrenti riesce ad infilarsi la signorina Maggie Dubois, una graziosa e intraprendente giornalista, desiderosa di approfittare della clamorosa manifestazione per farsi un nome. La rocambolesca avventura si svolge dal Texas agli immensi iceberg del Polo Nord, dalla Russia alla Carpazia, per terminare presso la torre Eiffel, ove Fate giunge vincitore perché Leslie si è fermato alcuni metri prima del traguardo per dare a Maggie un bacio come prova di amore sincero.
  • Altri titoli:
    Blake Edwards' The Great Race
    Das große Rennen um die Welt
    La carrera del siglo
    La grande course autour du monde
  • Durata: 163'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, AVVENTURA
  • Specifiche tecniche: 35 MM, CINEMASCOPE, TECHNICOLOR, PANAVISION
  • Produzione: MARTIN JUROW PER PATRICIA, JALEM PRODUCTIONS, REYNARD, WARNER BROS.
  • Distribuzione: WB - WARNER HOME VIDEO

NOTE

- PREMIO OSCAR NEL 1965 PER I MIGLIORI EFFETTI SPECIALI SONORI.

- NELLA VERSIONE ORIGINALE IL PRESONAGGIO DI PETER FALK SI CHIAMA 'MAX'.

CRITICA

"La tenue trama è il pretesto, non originale, per una lunghissima serie di gag, in prevalenza prive del mordente satirico e della felicità d'invenzione che potrebbe giustificare l'intero spettacolo. Nonostante l'impegno di tutti gli iterpreti principali e la messa in scena a volte stravagante, il film si rifugia troppo spesso in scenette buffonesche e stancamente farsesche." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 60, 1966)
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