La gelosia

La jalousie

FRANCIA - 2013
3/5
La gelosia
Louis è uno squattrinato trentenne, attore di teatro, che vive con la sua nuova compagna Claudia, anche lei promettente attrice e ora senza lavoro, un'appassionata storia d'amore. Lui ha una figlia, nata da una relazione con un'altra donna, che a sua volta vive da sola con la bambina e deve lavorare per mantenerla, perché l'attore non le può passare nulla. Tuttavia, quando la sua nuova compagna lo abbandona, l'uomo decide di farla finita e si spara. Il suo tentativo, però, fallisce: invece di colpire il cuore mortalmente, la pallottola gli perfora il polmone sinistro. Ricoverato in ospedale, l'uomo riceve le visite di sua sorella. Oramai, tutto ciò che gli rimane sono la sorella e il teatro...
  • Altri titoli:
    Jealousy
  • Durata: 77'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, EASTMAN DOUBLE-X 5222 (1:2.35)
  • Produzione: SBS PRODUCTIONS, INTEGRAL FILM
  • Distribuzione: MOVIES INSPIRED (2014)
  • Data uscita 26 Giugno 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

“Non si può parlare d’arte con la morale della vita, con i buoni sentimenti non si realizzano buoni film”. Lo dice Philippe Garrel, ma manca qualcosa: con quelli cattivi, di sentimenti, che film si realizzano? Sbagliato, quest’osservazione non c’entra nulla con il film, La jalousie, che portava in Concorso a  Venezia70 e ora porta in sala, affidando al figlio Louis il compito di interpretare il nonno a 30 anni, ripercorrendone l’affaire con una donna (Anna Mouglalis) che rese la nonna gelosa assai.
Subito, interviene lo sfalsamento di piani: temporali, genealogici, e via dicendo, ovvero il cardine su cui il film muove le proprie coordinate poetico-stilistiche. Ma c’è un problema: ok costumi, pose, dialoghi, fogge, arredo anni ’70 con mood collettivo-pauperistico – invero, abbiamo l’irrefutabile certezza di essere qui e ora solo quando viene inquadrata la lavagna di un bar con i prezzi in euro… – ma almeno i batik appesi al muro, i maglioni 300%lana, i panini collettivi, i gattini a parati non si potevano evitare? E le circonvoluzioni esistenziali ammuffite e ritrite dovevano proprio essere riesibite? Garrel dice sì e, spinto anche dalla morte del padre, mischia passato e presente in una linguistica generale – ah sì, è il suo Cinema – che sconfessa qualsiasi prospettiva diacronica: il padre rivive nel figlio, i suoi anni nei nostri.
Con una esternalità eternamente positiva: l’amore non muta, gli abbandoni, il resto di niente e i figli, i tradimenti e le gelosie sono ancora, e sempre, hic et nunc. Ovvero, gli spari sopra sono per noi: uccidersi, ma perché? Soffrire, ma come? Vedere, ma cosa? E Philippe sfodera la domanda: “Questo cinema di poesia può continuare a esistere, industrialmente parlando?”. Viva le idee, viva la libertà, e quant’altro, ma cari tutti, e Philippe per primo, occhio all’accanimento terapeutico. E basta con il cherchez la femme: “Chi è che non trova colpa nella donna che ti lascia?”, ha detto Louis al Lido. Ma anche, aggiungeremmo al bel (?) tenebroso, chi è che non trova colpa nel padre che non ti lascia? Perché Philippe torna a Godard e Renoir, ma c’è un pericolo paradossale: cinéma de papa?

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013).

CRITICA

"Straordinario revival della famiglia Garrel, il padre Philippe alla regia (70 minuti scanditi nel bianco e nero) e il figlio Louis, al centro di un dramma della gelosia a più punte e voci, compresa una bambina. Intelligente e vezzoso nei richiami godardiani agli anni 60o, 'La gelosia' è un messaggio nella bottiglia di grande intensità ed efficacia, dove si gioca molto al rapporto tra realtà e finzione, col teatro in primo piano." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 26 giugno 2014)

"Il cinema di Philippe Garrel è rimasto un pezzo di Nouvelle Vague, e di acuta sensibilità 'autoriale' con tutti i relativi vezzi (il bianco e nero), in tempi che assieme ai vezzi hanno dimenticato anche le lezioni di quella maniera delicatamente inconcludente di raccontare persone, ambienti, gesti, sentimenti. Garrel si affida al figlio Louis, destinato a richiamare modelli precedenti come il truffautiano Jean-Pierre Léaud, per divagare intorno alla gelosia. (...) Gli interrogativi seminati qui e là, senza che il film fornisca una risposta netta, sono quelli eterni. L'amore è convalidato o indebolito dall'essere possessivi? Quale il limite? È più consapevole amore quello di lui che sconfina nella dipendenza o quello di lei, pronto a cambiare brutalmente rotta?" (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 26 giugno 2014)

"Presentato all'ultima Mostra di Venezia 'La gelosia' di Philippe Garrel è la cronaca, profondamente francese, della nascita e della morte di una passione, delle fughe di lei e del tentato suicidio di lui, della salvezza che potrebbe essere nell'affetto di una sorella, nello sguardo di una bambina, nel lavoro sul palcoscenico di un teatro. Ispirato all'autobiografia del regista (...), girato in un luminoso bianco e nero, il film è interpretato da Anna Mouglalis e dal figlio di Garrel, Louis, bel tenebroso del cinema d'oltralpe degli ultimi anni. Bruno, naso prepotente, broncio perpetuo e aria insieme fragile e aggressiva, Garrel junior, classe 1983, ex-compagno di Valeria Bruni Tedeschi, poi in coppia con la splendida iraniana Golshiffteh Farahani, è l'anima insostituibile di un film semplice e necessario, come i rapporti amorosi, anche quando sembrano inconcludenti." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 26 giugno 2014)

"(...) echeggiando Renoir e Godard, ma soprattutto se stesso, Garrel padre ci invita a sfogliare l'album di famiglia, sfalsando i piani sia genealogici che temporali. Gli Anni 70 come se fosse oggi, e viceversa, con batik al muro, maglioni di lana caprina, l'art pour l'art e l'arte senza un becco di un quattrino, cherchez la femme e amor ch'a nullo amato amar perdona: di tutto e di più, perché il privato è pubblico e, nell'occasione, il cinema assiste impotente. Piacerà ai radical chic effetto vintage, e solo a loro: 'Non si può parlare d'arte - ha detto Garrel - con la morale della vita, con i buoni sentimenti non si realizzano buoni film', ma con quelli cattivi che film si realizzano?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 giugno 2014)

"77 minuti di puro, affilato cinema francese firmato Philippe Garrel. Che con dialoghi perfetti, bianco e nero smagliante, atmosfere rarefatte e insieme aderenti come un guanto ai sentimenti dei personaggi (l'unica cosa che conti), rielabora una storia di famiglia. Quel giovane che va via di casa, oggi interpretato da suo figlio, era in realtà suo padre. Quella bimba allegra e crudele era lui, il futuro regista. E il tempo che sembra separare le due epoche forse non esiste, perché i sentimenti non hanno tempo, solo spazio. Lo spazio interiore che lega, a volte per sempre, padri e figli, autori e spettatori." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 giugno 2014)

"Una commedia travestita da dramma, una Ronde che non ha bisogno di specchi per moltiplicare i personaggi, è la magnifica opera 'La gelosia' di Philippe Garrel, (...). Tanto più semplice e aggraziato quanto più diventano strazianti i rapporti tra i protagonisti, è tutto condotto con esatto spirito geometrico, due personaggi in campo e un fuori campo che rappresenta l'oggetto della gelosia (ed era stato proprio Robbe-Grillet a teorizzare questo tipo di terzetto), un andamento circolare che farà terminare il film come è iniziato, con le stesse parole. (...) In un'atmosfera da film degli anni sessanta tra appartamenti pieni solo di libri dove manca solo la scala da biblioteca, nei canonici caffè senza i quali non ci sarebbero certi film, sulle panchine dei parchi, in una fuggevole inquadratura in ombra dove sembra perfino di vedere Léaud da giovane, con un certo spazio lasciato all'improvvisazione, il suo particolare bianco e nero, queste triangolazioni esplodono infine in un colpo di pistola andato a vuoto, inutile richiamo d'amore. Restano insieme, legati da rapporti che non si possono spezzare, il protagonista la sorella e la figlia, non hanno neanche bisogno di parlare su quella panchina del parco, resa tanto emblematica, in altri tempi, dagli innamorati di Peynet. «Comunicare tra uomini e donne è qualcosa di estremamente complesso, un mio oggetto di studio continuo», dice il regista. Film di famiglia, come le famiglie dei circhi, ricordava Garrel durante le giornate di permanenza al Lido (nel cast anche Esther, la sorella di Louis), nutrito anche di amore filiale, è stato girato poco tempo dopo la morte di Maurice il padre del regista, grande attore interprete anche dei suoi film." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 27 giugno 2014)

"Philippe Garrel è un regista che piace da matti alla critica colta e pochissimo al popolino. In questa pretenziosa commedia sentimentale in bianco e nero dirige l'antipatico, stropicciato figlio Louis." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 3 luglio 2014)
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