La corte

L'hermine

FRANCIA - 2015
4/5
La corte
Xavier Racine, Presidente della Corte d'Assise, è un giudice molto temuto che non infligge mai pene inferiori ai dieci anni. Ma l'esistenza dell'integerrimo Xavier viene messa a soqquadro dall'incontro con Ditte Lorensen-Coteret, membro della giuria popolare in un caso di omicidio, nonché la donna di cui è stato segretamente innamorato sei anni prima...
  • Altri titoli:
    Courted
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: ALBERTINE PRODUCTIONS, IN CO-PRODUZIONE CON GAUMONT, CINÉFRANCE 1888, FRANCE 2 CINÉMA, IN ASSOCIAZIONE CON ENFIN SEUL(S) PRODUCTION
  • Distribuzione: ACADEMY TWO (2016)
  • Data uscita 17 Marzo 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Che bravo, Fabrice Luchini. Soprattutto, che ovvietà dirlo. E’ bravo, bravissimo, Monsieur Luchini, e non fa nulla per nasconderlo: che sia cinema o teatro, lui incanta, e per rimanere alle prove più recenti sul grande schermo chi ha visto Nella casa, Gemma Bovery e Moliere in bicicletta sa bene di che parliamo.

Stavolta si mette al servizio di Christian Vincent, sceneggiatore e regista de L’hermine (L’ermellino, la pelliccia che borda la toga del giudice, pars pro toto), e all’ultima Mostra di Venezia son fioccati i premi: Coppa Volpi per Luchini, miglior sceneggiatura per Vincent. Verdetti ineccepibili.

Fabrice, dunque, interpreta il signor giudice, anzi, il signor presidente di Corte d’Assise Xavier Racine: non ha buona nomea, per le pene in doppia cifra che commina e, ancor più, per l’abitudine ad asservire il processo, a imbrigliarlo per - accusano i detrattori - spirito di protagonismo. Quando ne facciamo la conoscenza, ha una febbrona e un’iniezione di anti-dolorifico che non può essere rimandata: esce in piena notte, cade pure per strada. Verremo a scoprire, un incidente gli ha lasciato un’anca in pessime condizioni e, sempre sul piano privato, sta divorziando. Al tribunale il caso è quello di una neonata uccisa a calci: il sospetto è il padre, che però dopo una frettolosa confessione ora si dichiara innocente.

Tra i giurati c’è una vecchia conoscenza di Racine, l’anestesista che si prese cura di lui durante le sette settimane passate in ospedale sei anni prima: è splendida, è danese, si chiama Birgit Lorensen-Coteret (Sidse Babett Knudsen, nota per la serie Borgen) e il nostro Monsieur le President ne è, ancora, innamorato. Interpreti splendidi, sceneggiatura che dosa humour e sentimenti con sapienza e palato, La corte, questo il titolo italiano, miscela romance e court drama con gusto, eleganza e sensibilità, ovvero, per dirla francese, ibridando esprit de finesse ed esprit de geometrie. Un gioiellino, un piccolo film di grande ebanisteria che riconcilia con il buon cinema.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL+, CINÉ+, FRANCE TÉLÉVISIONS.

- COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE A FABRICE LUCHINI E PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA ALLA 72. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2015).

CRITICA

"Sarebbe un film processuale (...). Ma in realtà è una storia d'amore, di quelle che oggi sono più raccontate e piacciono di più, al cinema, nelle poste del cuore, in siti appositi: un amore tra persone ormai mature, che di amori ne hanno già vissuti e subiti, e non ci pensavano più. Poi il caso combina incontri occasionali e la vita cambia. (...) il processo, per quanto occupi la maggior parte del film 'La corte', e abbia i suoi colpi di scena, è quasi un pretesto che fa da sfondo al vero protagonista, il presidente della Corte d'Assise (...). Dentro il mantello rosso bordato di finto ermellino (il titolo originale è 'L'hermine') c'è Fabrice Luchini che (...) ha il fascino straordinario dell'ultra-sessantenne bruttino che si vorrebbe subito consolare per la sua apparente desolazione. (...) Il suo viso indecifrabile si anima quando inaspettatamente vede tra i giurati una bella signora che è sepolta nel suo cuore muto, ma che di lui non ha alcun ricordo. (...) Ma quell'uomo importante e severo non ha dimenticato e in quella sua vita vuota di affetti e dedicata al suo solenne incarico (...) si lascia andare a gesti impropri per la sua carica, come chiedere alla giurata di incontrarsi in un bistrot. Tanto avventato e invincibile amore nella finzione cinematografica, è giustificato dalla bellezza matura e radiosa di Sidse Babett Knudsen (...). Bastano questi due attori (...) a rendere molto piacevole un film serenamente qualunque anche se lo svolgersi del processo ha momenti e personaggi interessanti. (...) Film soprattutto per signore, ma anche per i loro compagni che un po' sospireranno per quella anestesista dal sorriso luminoso e accogliente." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 14 marzo 2016)

"Francesissimo, parlatissimo, talvolta senza parole, il film di Christian Vincent (...) una raffinata commedia detta e non detta, che deve risolvere, sfidando la giuria che litiga su economia e religione, un caso d'infanticidio, in realtà si sposta nella privacy di un misantropo, infelice senza desideri. E dalle pareti del tribunale l'occhio si sposta nella vita, il fattore umano riprende il suo posto e si dà ancora ragione a Jean-Jacques Rousseau: è la società che forgia sentimenti e sentenze." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 marzo 2016)

"Sembra incredibile ma càpita ancora di dimenticarsi di essere al cinema, stando al cinema. Ci sono ancora film davanti a cui ci si incanta come se guardassimo la vita in diretta. Una volta eravamo noi a fare questi film così trascinanti da sembrare più veri del vero. Oggi i migliori sono i francesi perché sanno mescolare metodi e stili. E 'La corte' di Christian Vincent (...), in questo senso è addirittura esemplare. Film processuale, storia sentimentale, dramma sociale e molto altro ancora, perché il tribunale resta un palcoscenico in cui ognuno ha un ruolo e tutto finisce per manifestarsi in piena luce, anche se le persone mentono o recitano. Ma sempre in una prospettiva inattesa, perché sorprendente è il modo in cui Vincent ricombina tutti questi generi, portandoli a un punto d'incandescenza nuovo. Dunque ci sono attori eccellenti mescolati ad altri presi dalla strada, e sfidiamo chiunque non conosca i primi a distinguerli a prima vista. Ci sono personaggi che scopriamo un poco alla volta, perché il piacere al cinema è tutto lì, un personaggio deve stupire a ogni scena, (...) tutto avviene sempre in modo insieme naturale e inatteso. Perché il regista, che ha scritto il film dopo aver preso parte davvero a una giuria popolare, lavora con grande finezza sul montaggio. E ogni volta che un personaggio, un tema, un conflitto, sembra prendere il sopravvento, hop!, eccoci portati in un'altra direzione. (...) E poco a poco capiamo anche perché il nostro 'lavoro' di spettatori, invitati a diffidare delle apparenze pur non avendo altro a disposizione, sia così simile in fondo a quello dei giurati. Col giudice-regista che monta, inquadra, dà e toglie la parola, illumina un dettaglio o ne nasconde un altro. Ma soprattutto occulta la propria arma più efficace, che tanti invece esibiscono. Lo stile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 marzo 2016)

"All'ultima Mostra di Venezia il film di Christian Vincent ha riportato due premi: Coppa Volpi per il miglior attore e migliore sceneggiatura. Il primo è meritato. Se Fabrice Luchini, in alcuni film recenti, è diventato un po' la caricatura di se stesso, qui mantiene invece la necessaria sobrietà, aggiungendovi tocchi di humour non invadente. Meno evidenti i meriti della sceneggiatura, che alterna i livelli del processo, della storia d'amore e delle dinamiche della giuria senza voli d'ingegno. Bravo il cast di supporto e l'attrice danese Sidse Babett Knudsen, vincitrice di un César come interesse sentimentale del burbero giudice." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 17 marzo 2016)

"A venticinque anni dalla sua opera prima 'La timida', Christian Vincent è tornato a lavorare con Fabrice Luchini, offrendogli un succoso ruolo (...). Nonostante non manchi di un risvolto sociale, la commedia gioca la sua partita sul registro sentimentale e sul talento del suo straordinario protagonista. Imperturbabile, scostante, maniacale, Luchini svela poco a poco i segreti del suo cuore innamorato; e finisce, come sempre, per sedurre gli spettatori." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 17 marzo 2016)

"Piacerà a chi non si fa fuorviare dall'inizio (che ricorda i vecchi drammi giudiziari di Cayatte) e accompagna l'impagabile Luchini nella sua metamorfosi, da braccio spietato della legge a coinvolto in una passione autunnale. Così scoprirete una commedia un gradino più su di quelle che negli ultimi anni ci arrivano dalla Francia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 marzo 2016)

"Con Fabrice Luchini si va sul sicuro. (...) quell'espressione, prima sbigottita e poi radiosa, vale tutto il film (...) una gradevole, quasi toccante, commedia sentimentale." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 marzo 2016)

"(...) il film di Christian Vincent trasforma l'aula del tribunale in un teatro con l'austero Racine sovrano assoluto di un regno fatto di parole. Il processo resta dunque sullo sfondo, in primo piano c'è un'insolita storia d'amore che vede protagonista un uomo diviso tra la solennità del ruolo che ricopre e la voglia di lasciar finalmente emergere le proprie emozioni." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 18 marzo 2016)

"Abito di palcoscenico cucito con furbizia sulla personalità sobria, perversamente romantica, sottilmente morbosa, dei personaggi di Luchini (...). Apre però il cuore a un sorriso questa commedia, quasi di situazione, del Vincent di 'La timida' e 'Hotel a cinque stelle'. Alla leggerezza nevrotica di Luchini (...) è affidata una passione d'amore ambientata durante le sedute di un processo (...). Sa di antico, e di torbido ragionamento amoroso." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 18 marzo 2016)

"Un film quasi segreto, intimo, addirittura intimista, in climi che alla critica francese hanno ricordato perfino il grande cinema di Rohmer. Rispecchiato con vigore dall'interpretazione di Fabrice Luchini, egualmente premiato a Venezia. Tra impacci sottili, improvvise chiusure, per rifarsi all'alta carica del personaggio, calore sincero anche se trattenuto nelle davvero liberatorie dichiarazioni d'amore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 marzo 2016)
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