La condanna

ITALIA - 1990
Sandra, dopo la visita ad un Museo, rimane chiusa nell'edificio e qui a sera, fra statue e quadri, l'architetto Colaianni le capita alle spalle, le fa da guida e poi la violenta. E una notte di passione e all'alba l'uomo propone a colei che ha sedotta di uscire. Infatti, con grande sorpresa di lei, egli ha le chiavi. L'incredibile dichiarazione è percepita come un meschino inganno e subito la ragazza presenta una denuncia per violenza carnale. Al processo, Colaianni respinge l'accusa: a suo dire, l'orgasmo provocato in Sandra, raggiunto in una fase di pressochè totale incoscienza, dona al rapporto sessuale tutta la bellezza desiderabile. Durante la propria deposizione, la ragazza ammette che consensualmente cedette allo sconosciuto che ebbe ampiamente a soddisfarla. Il Pubblico Ministero Malatesta, ottenuta la condanna del violentatore a due anni (pochi, come presto gli rimprovera il suo superiore), entra però in crisi familiare. E' un uomo ancora giovane e sessualmente turbato perchè la moglie Monica lo tormenta, accusandolo di non saperla portare all'orgasmo che il condannato ha assicurato alla ragazza del Museo. Sandra durante un ricevimento, inopinatamente, scaraventa in faccia a Malatesta una torta alla panna in segno di disprezzo. Malatesta, la cui normalità e il cui equilibrio di vita sono ora turbati da una serie di "perchè", consulta l'uomo che ha mandato in galera, ma non ne ottiene che risposte per lui incomprensibili e inaccettabili. Provocato un giorno su un campo di mietitori da una procace contadina il Magistrato si ritrova davanti a lei irresoluto ed inerte: non accetta il gioco invitante e quel desiderio, che per lui consisterebbe solo in violenza da parte propria. Monica, che ha lasciato il marito, torna poi con lui, ma alla pochezza di un rapporto già pigro e non esaltante, si aggiunge ora anche il disprezzo. Irriso e sconfitto dalle tre donne, la vera condanna colpisce Malatesta, che circostanze di vita hanno travolto in una penosa ricerca sul piano fisico ed umano.

CAST

NOTE

PREMI: FESTIVAL DI BERLINO 1991: PREMIO SPECIALE GIURIA

CRITICA

In "La condanna" si apprezzano molto la fotografia di Beppe Lanci, la scenografia di Gian Tito Burchiellaro, anche la musica di Carlo Crivelli, e invece lascia scontenti la resa di Bellocchio al capzioso intellettualismo di chi affronta il tema principale del desiderio e della seduzione, del conflitto fra la legge e le pulsioni più segrete, con gli strumenti di una logora e anche un po' volgare trasgressività. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero) Fortunatamente, a colpi di intellettualismi, frasi sentenziose e comicità involontaria, "La condanna" non si fa prendere sul serio. Sennò ci sarebbe davvero da preoccuparsi. (Irene Bignardi, La Repubblica) Sembra di riaprire un testo decadente, votato al culto del superuomo. In "La condanna" prevale un'ottica che pretende d'essere d'avanguardia mentre è solamente passatista dato che riconosce virtù solamente al maschio. (Francesco Bolzoni, L'Avvenire)
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