Jackie

USA, CILE - 2016
5/5
Jackie
Il film racconta i giorni immediatamente successivi all'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, dal punto di vista della moglie Jaqueline. "Jackie" ha solo 34 anni quando JFK viene eletto Presidente degli Stati Uniti. Elegante, raffinata e imperscrutabile, la First Lady si impone immediatamente come icona globale, soprattutto per il suo gusto nella moda, nell'arredamento e nelle arti. Poi, il 22 novembre 1963, durante un viaggio istituzionale a Dallas, il Presidente Kennedy viene assassinato. Le immagini del vestito rosa di Jackie macchiato dal sangue del marito passeranno alla Storia e a bordo dell'Air Force One che la riporta a Washington c'è una donna la cui esistenza è andata in frantumi. Sconvolta dal dolore, Jackie si troverà quindi ad affrontare la settimana più difficile della sua vita per ritrovare la fede, consolare i suoi figli e definire l'eredità storica lasciata dal marito. Ma anche come lei stessa sarebbe stata ricordata.
  • Durata: 100'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: JUAN DE DIOS LARRAÍN, DARREN ARONOFSKY, MICKEY LIDDELL, SCOTT FRANKLIN, ARI HANDEL PER JACKIE PRODUCTIONS LIMITED, IN COPRODUZIONE CON PROTOZOA, LD ENTERTAINMENT, FABULA, WILD BUNCH, WHY NOT PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT (2017)
  • Data uscita 23 Febbraio 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
"Non ho mai voluto la celebrità. Sono solo diventata una Kennedy".
Le distorsioni sonore degli archi feriti di Mica Levi provano ad insinuarsi sotto il velo funebre di una donna, tra le più in vista del pianeta in quel periodo, da pochissimo diventata vedova.
E' Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis, detta semplicemente Jackie, il soggetto attraverso il quale, ancora una volta, il cinema di Pablo Larraín insegue i fatti della storia per tentare di rileggerli attraverso differenti prospettive, mostrando come sempre quanto la verità, soprattutto quella del potere, sia il più delle volte frutto di dinamiche molto complesse.

Ma all'indomani della morte di JFK, sulla cui figura e sulla cui fine è stato detto, scritto e raccontato (anche al cinema) di tutto, qualcuno si è mai chiesto che cosa furono quei giorni per Jackie, moglie e madre distrutta dal dolore, oltretutto costretta ad affrontare questioni come l'organizzazione del funerale e il trasloco dalla Casa Bianca? "Regina senza corona, che perse in un colpo solo marito e trono", come la definisce lo stesso regista cileno, Jackie venne intervistata il 29 novembre 1963 (sette giorni dopo l'omicidio di Dallas) da Theodore H. White per Life: Larraín fa partire il film da lì, dall'incontro tra la sua Jackie (Natalie Portman, sensazionale, l'Oscar lo meriterebbe lei) e il giornalista (Billy Crudup) che portò in superficie la leggenda di "Camelot", musical preferito di Kennedy e, da quel momento in poi, termine usato per riferirsi al periodo della sua presidenza, considerata come un'epoca idilliaca (la cui fine spesso venne paragonata alla caduta di Artù).

Ed è stato proprio grazie a Jackie, sembra volerci suggerire il film, che la Storia ha potuto comprendere chi fosse realmente "Jack", un uomo "ordinario capace però di cambiare il corso degli eventi". Ma è un percorso, quello di Larraín, che naturalmente (e per fortuna) si allontana dalle solite agiografie hollywoodiane, così rassicuranti e asettiche, prevedibili e denaturate nei loro bei barattolini di formaldeide.
Il regista di Tony Manero e Post Mortem, di No, El Club e Neruda, per la prima volta alle prese con un progetto non ambientato in Cile, vuole invece far emergere il caos, soprattutto emotivo, ricostruendo - letteralmente, visto che non viene utilizzata neanche un'immagine di repertorio (anche laddove la grana sfibrata potrebbe far pensare il contrario), ad eccezione di fugaci notiziari televisivi sullo sfondo - quei giorni di tormento e sgomento, di tensioni politiche (con l'investitura lampo di Lindon Johnson a nuovo Presidente USA sull'aereo che avrebbe riportato Jackie da Dallas a Washington) e familiari, con Bobby Kennedy (Peter Sarsgaard) fratello, cognato, zio lacerato dalla perdita, umana e al tempo stesso simbolica: "Passo di fronte alla stanza di Lincoln e sento il peso della storia, quello che quest'uomo è riuscito a fare per l'umanità. E invece la nostra tradizione finisce qui, ancor prima di iniziare".
Anche per questo, allora, contro i suggerimenti dell'intelligence e di chiunque avesse intorno, Jackie non si arrese all'idea di poter marciare al fianco del carro funebre del marito, consegnando agli sguardi del mondo intero la memoria di una figura politica poi passata alla storia.

Le distorsioni (non solo sonore) continuano così ad alternarsi nel susseguirsi di momenti che ci riportano ad una Jackie più "costruita", nel chiuso di un bianco e nero difettato, intenta a mostrare ai telespettatori i cambiamenti apportati all'interno della Casa Bianca, in termini di mobilio e arredamento, in un anno di soggiorno (il celebre tour trasmesso dalla CBS nel febbraio del '62). Per poi mostrarcela sconvolta, nel suo tailleur rosa chiaro sporco di sangue, alle prese con la svestizione da un abito che, però, non potrà levare mai più. Un frammento indelebile, anche nel nostro immaginario, con cui Larraín cerca di riassemblare un puzzle inevitabilmente lontano dall'ordinario, a sua volta composto da ulteriori frammenti di memoria, pezzetti di apparizioni fugaci e discontinue, che fanno di Jackie "la donna famosa più sconosciuta dell'era moderna". E l'unico modo possibile per "raccontarla", anche attraverso la cifra emotiva di una solitudine nel dolore che solamente il potere è capace di generare, era con un film di questo tipo.

The rain may never fall till after sundown.
By eight, the morning fog must disappear.
In short, there's simply not
A more congenial spot
For happily-ever-aftering than here
In Camelot.

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA E PREMIO MOUSE D'ORO (CONCORSO) ALLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016).

- NATALIE PORTMAN È STATA CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE 2017 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (NATALIE PORTMAN), COLONNA SONORA E COSTUMI.

CRITICA

"Non solo nel West, ma anche alla Casa Bianca «se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda». Con una differenza: che se nel film di John Ford 'L'uomo che uccise Liberty Valance' la «leggenda» che ha spianato la carriera politica del senatore Stoddart ha una bella base di realtà (...) nel film 'Jackie' di Pablo Larraín quel mito lo vediamo costruire ex novo, quasi sul nulla, con una determinazione e una lucidità che affascina e insieme mette un po' paura. Ma anche con una capacità di scavare nei rapporti tra lotta politica, mezzi di comunicazione e ambizione che fanno dell'ultimo film del regista cileno un appuntamento da non mancare. (...). A Larraín non interessa l'ennesima ricerca di mandanti e responsabili dell'attentato ma piuttosto il percorso con cui si possono piegare i mezzi di comunicazione di massa al proprio progetto politico. (...) Girato per buona parte a Parigi, negli studi di Luc Besson dove Jean Rebasse ha ricostruito tutti gli interni, Casa Bianca compresa, e sostenuto da una prova straordinaria di Natalie Portman, mimeticamente magistrale ma soprattutto ammirabile nel rendere la glaciale determinazione e la sofferta bellezza della protagonista nel momento più duro della sua vita (nessuno più di lei meriterebbe l'Oscar), il film di Larraín diventa così il ritratto di una donna che la politica vorrebbe tenere da parte (illuminanti le scene dove entrano in gioco Robert Kennedy, interpretato da Peter Sarsgaard, Lyndon Johnson e sua moglie Bird, rispettivamente John Carroll Lynch e Beth Grant, e la sua governante Nancy, cioè Greta Gerwig) ma soprattutto ci offre il quadro di come il potere e i mezzi di comunicazione siano ormai intrinsecamente legati, di come una cosa passi attraverso l'altra. E di come l'arte (e il cinema) possano essere strettissimamente uniti nel creare ma anche nll'analizzare quel connubio." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 febbraio 2017)

"Autore dei più duri e profondi film che raccontano la recente storia cilena (...) Pablo Larraín si aggiunge con 'Jackie' ai registi latinoamericani di successo approdati a Hollywood, come i messicani Alejandro Iñárritu, Cuarón, Guillermo del Toro. Una scelta quella di Larraín che crea curiosità perché il suo è un linguaggio poco disponibile alle concessioni. Sembrava anomala anche la scelta del soggetto del film (Jacqueline Kennedy), così legata alle pagine patinate delle riviste, agli scandali che hanno segnato i Kennedy, 'Jackie' invece (...) rivela ancora una volta la perfezione dello stile di Pablo Larraín che procede nel costruire un film implacabile, di lettura non certo diretta né illustrativa, tanti sono i sotto-testi suggeriti, i riferimenti a tutta la vasta letteratura, i reportage televisivi in diretta, i film che sono stati realizzati negli Usa. Lo stile di Larraín non assomiglia a nessun altro, sta nello spettatore servirsi delle sue conoscenze per allargare lo stile del suo racconto piuttosto scarno nell'azione, generoso nei dialoghi ed esplosivo nelle allusioni. Si muove perfettamente a suo agio nei saloni e nel cerimoniale della Casa Bianca. Lui l'alta società la conosce bene, la sua famiglia conta esponenti di governo e di potere, ne manovra bene i meccanismi e le movenze, certo gli sarà stato facile dirigere Natalie Portman che interpreta la First Lady, intuirne i gesti, il tono di deciso, di tagliente comando sotto una fragilità del tutto apparente." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 22 febbraio 2017)

"Morte di un presidente, nascita di una leggenda. Anzi due: John Fitzgerald Kennedy e sua moglie Jacqueline, che cominciò a trasformarsi nell'icona di se stessa il 22 novembre 1963, dopo l'assassinio del marito. Anche se nessuno ce lo aveva mai raccontato con tanta dolorosa chiarezza e gelida precisione. Questo è 'Jackie', primo film 'americano' (con quel che significa in termini di peso produttivo) del cileno Pablo Larraín, l'autore del formidabile 'Neruda'. Uno dei migliori registi politici di oggi, capace come pochi di tuffare le mani nel sangue e nel fango del potere e delle sue retrovie, come sa chi ha visto 'Post mortem', 'Tony Manero' o 'II club'. Anche se qui segue lo script di Noah Oppenheim, meno estremo dei suoi a prima vista (e forse in parte debitore del geniale monologo del premio Nobel Elfriede Jelinek, 'Jackie' [...]). Copione di ferro dunque, ma capace di concentrare mille spunti ed emozioni in 90 minuti di andirivieni fra i quattro giorni successivi all'assassinio e una calibrata serie di flashback. Se Larraín è uno dei grandi registi della nostra epoca è perché sa meglio di chiunque fino a che punto lo spettacolo è politica e viceversa. Spettacolo ovvero messinscena, controllo delle immagini, del loro assemblaggio. Dell'effetto che dovranno produrre sugli elettori-spettatori. Lo spettacolo del potere e il potere dello spettacolo. Scena per scena. (...) Tutto chiaro, coerente, a tratti straziante. E affidato a una Natalie Portman che usa la propria fragilità fisica, così dissimile dalla grinta dell'arrogante, colta, ricchissima Jackie, per puntare non sul mimetismo (come avrebbe fatto un qualsiasi biopic) ma proprio sul trucco e sull'artificio. Il filtro più potente per arrivare al cuore del personaggio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 febbraio 2017)

"Chi pensa che il biopic sia un genere convenzionale e noioso dovrà fare i conti, d'ora in poi, con Pablo Larraín. A breve distanza dall'eccellente 'Neruda', il regista cileno ci propone un'altra biografia fuori dagli standard, incentrando l'azione sui pochi giorni successivi al delitto di Dallas. Protagonista assoluta Jacqueline Kennedy: una Natalie Portman che la macchina da presa marca stretta e che è perfetta nel conferire alla first lady un'espressione - al contempo - risoluta e smarrita." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 23 febbraio 2017)

"Forse non è un film straordinario, ma sicuramente straordinaria è la prova della Portman (...). «Jackie» del cileno Pablo Larraín, trasferitosi a Hollywood sull'abbrivio dei suoi titoli torvi e insinuanti, non assomiglia alle solite e grigie biografie di servizio bensì esplora con successo le cangianti sfumature della subitanea e forzata mutazione di Jacqueline Bouvier Kennedy (1929-1994) in un'icona di stile ed eleganza e una protagonista stabile dell'immaginario collettivo. Non era facile mettere da parte l'immensa messe d'inchieste, disamine storiche e pettegolezzi mondani che grava sulla memoria della ex first lady, ma il regista anche sceneggiatore è riuscito a tenere strettamente uniti gli elementi cronistici e realistici della messinscena con i dettagli sfuggenti, imprevedibili, atmosferici che alla fine diventano persino più avvincenti delle drammatiche situazioni in cui si svolgono. Un risultato, peraltro, dovuto all'ottanta per cento alla performance della piccola grande attrice, anch'essa abilmente in equilibrio tra il mimetismo fisiognomico e la strenua quanto autosufficiente ricostruzione psicologica. (...) a Larraín, finora considerato antiamericano per principio, non importa nulla estrarre un articolato giudizio politico: il nucleo drammaturgico che lo stimola e lo guida sta esattamente in quei tre giorni che trascorrono dal colpo di fucile alla Dealey Plaza di Dallas alle maestose esequie al cimitero militare di Arlington. In questo senso gli spezzoni di repertorio vengono subissati da quelli recitati, tenendo sempre alta l'emozione ma non smettendo mai di rifinire, ritagliare, rimodellare le inquadrature sull'indomita volontà di una donna trovatasi di colpo sola e accerchiata di dedicarsi all'edificazione di un'inscalfibile mitografia kennedyana." (Valerio Caprara', 'Il Mattino', 23 febbraio 2017)

"Film complesso 'Jackie', da affrontare nell'ottica giusta, senza pensare di trovarsi davanti un tipico biopic hollywoodiano. Alla sua prima esperienza di lavorazione in Usa, il cileno Pablo Larraín è rimasto fedele alla propria poetica, ritagliando un ritratto della first lady più mediatica della storia fino a Michelle Obama che risulta senz'altro intrigante, seppur non convincente fino in fondo per via di un meccanismo di sceneggiatura a tratti faticoso. (...) Fredda o fragile? Manipolatrice o ingenua? Disperata per la morte dell'uomo amato o per la perdita di status? In 'Jackie' convivono molte dinamiche che ne fanno un personaggio ambiguo, una perfetta esemplificazione del mistificatorio rapporto fra potere e comunicazione così centrale nel cinema di Larraín. (...) Larraín ha un suo affascinante approccio metaforico, la musica di Mica Levi crea echi allarmanti, Natalie Portman (...) lavora di mimica la sua Jackie riprendendone espressioni e gesti, a volte lasciandone trasparire l'umanità sotto le varie maschere indossate. Però persino la sua validissima interpretazione risente di quella certa meccanicità del copione di cui si diceva all'inizio." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 febbraio 2017)

"Impresa difficile, rischiosa, riluce quanto più sfuma la politica e la sindrome del complotto, scavando reazioni emotive, fisiche, procedurali, immaginative: gli spazi vuoti della Casa Bianca, la testa del marito tra le mani, la pressione dell'establishment sui funerali, la spoliazione dal tailleur insanguinato, il senso del matrimonio." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 23 febbraio 2017)

"Piacerà non solo a coloro che reclamavano per 'Jackie' un ritratto vicino alla leggenda. Anche se alla leggenda Pablo Larraín si tiene stretto. Grande regista (tra i migliori del momento) ha imparato da un grandissimo (John Ford) che il pubblico reclama sempre la bella storia, e pazienza se si discosta dalla realtà. Certo, per fare il ritratto eroico, Pablo ha dovuto tenersi alla larga dalla Bouvier giovane (...). E anche dalla Jackie Onassis banalissima moglie spendacciona del pirata dei mari. No, per la leggenda, l'unico periodo giusto è quello dei 'Four days', quando la pupattola vestita di rosa è chiamata a farsi carico di tutto il dolore del mondo. E nella difficile impresa Larraín ha trovato un apprezzabile aiuto da Natalie Portman (...) che ci offre una Jacqueline indurita dal dolore, attanagliata da un'inattesa solitudine. Larraín da parte sua ci mette dei tocchi registici difficili da dimenticare." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 febbraio 2017)

"Fortunatamente il regista cileno Pablo Larraín, amatissimo dalla critica colta, evita le dietrologie, limitandosi a ricostruire il periodo tra Dallas e i funerali. Una storia ben fatta, addirittura magnifica nei costumi dell'epoca, ma che non riesce a suscitare emozioni." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 23 febbraio 2017)
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