INGANNI

ITALIA - 1985
Il film è la storia del poeta Dino Campana - il celebre autore dei "Canti orfici" - nel periodo da lui trascorso (dal 1918 al 1932) in un manicomio della Toscana. Vi entrò poco più che trentenne (Campana è nato a Marradi nel 1885), dopo un tempestoso e appassionato amore con Rina Faccio, poetessa sotto lo pseudonimo di Sibilla Aleramo. Privato ben presto dell'amore e della comprensione dei genitori, misconosciuto dagli ambienti letterari ufficiali dopo una vita anche di vagabondo in Patria e fuori, abbandonato infine anche dall'Aleramo (che mai, tra l'altro, si recò da lui in visita), Dino Campana si trova ristretto nella squallida tetraggine della vita manicomiale. Non scriverà più un solo verso, anche se la poesia gli canta nel cuore. Un giovane psichiatra il dottor Carlo Pariani - avverso ai metodi terapeutici di una psichiatria punitiva all'epoca di moda, ottiene di prendersi cura di Dino, ne sonda la tumultuosa personalità, cercando di carpirne i ricordi e le allucinazioni e di penetrarne i più riposti segreti. Ma il "malato" resta tale, in un misterioso territorio che ondeggia tra i confini posti da una dichiarata psicopatia dissociativa e quelli della limpida freschezza della poesia, intesa come libertà e come difesa contro tutto e tutti. Il rifiuto di Dino è totale e irreversibile. Il fantasma di Sibilla, di continuo evocata, suadente ed ossessiva, non lo abbandona mai. Al giovane psichiatra, che si era sinceramente proposto di recuperare Campana e di farlo tornare tra la gente che ora ha cominciato a comprenderne il valore, non resta che constatare la propria sconfitta: il poeta, sigillato nella sua delirante solitudine, non uscirà dal carcere impostogli se non con la morte.
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Tratto da: BASATO SUL TESTO DI DINO CAMPANA
  • Produzione: M P PRODUZIONE
  • Distribuzione: OFF LIMITS - GENERAL VIDEO

CRITICA

"Eccoci al nodo centrale del film. La sfida raccolta da Faccini era dare corpo a questa estrema confusione mentale, allo smarrimento indicibile. che colpì Campana dopo che aveva a lungo soffocato la propria latente pazzia, fatta più che altro di emotività esasperata e di 'impulsività brutale e morbosa', manifestata fin dall'adolescenza. Egli vi è riuscito solo in parte; ciò è da imputare quasi certamente a una forma d'innato didascalismo che gli fa trattare il carattere del protagonista quasi come un reperto clinico da esame al microscopio, pur con accenti isolati di calda partecipazione umana al dramma dello scrittore solitario isolato dal mondo. Oltretutto, va quasi sciupata la bravura dell'attore Zanin, specializzato in ruoli psicologicamente instabili e bizzarri, come quello sostenuto nel Buon soldato di Brusati. Del resto, questa misurata cautela espressiva gli impedisce di cadere nell'errore opposto, negli eccessi della biografia lirica alla Nelo Risi (vedasi la Stagione all'inferno rimbaudiana). Forse la soluzione giusta sta in un'ipotetica mediazione dei due stili; ma in ogni caso Faccini si è reso responsabile di una meritoria operazione culturale nel tentare di far luce sul mistero campaniano, di capire per quali tortuosi e segreti sentieri passi la linea di demarcazione tra poesia e follia, di provare a dire se e come la scienza dell'uomo possa decodificare l'arte, la cruda luce della ragione possa rischiarare il fitto buio dell'inconscio." (Gian Carlo Bertolina, 'Attualità Cinematografiche')
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