In un mondo migliore

Hævnen

DANIMARCA, SVEZIA - 2010
4/5
In un mondo migliore
Anton è un medico che opera in un campo profughi in Africa e ogni giorno è costretto a fare i conti con la violenza e le ingiustizie cui è sottoposta la popolazione di un in paese costantemente vessato da guerre di ogni sorta. Nel frattempo, in un'apparentemente tranquilla cittadina danese, suo figlio adolescente Elias - timido, bersagliato da prepotenti compagni di scuola e tormentato per la separazione dei genitori - si lega in un'intensa ma rischiosa amicizia con Christian, un suo coetaneo da poco arrivato da Londra, arrabbiato con la vita e con il padre dopo la morte della madre. Le vicende dei due ragazzi porteranno le rispettive famiglie a incrociarsi in un tourbillon di fragilità e dolore, ma anche comprensione e perdono.
  • Altri titoli:
    In a Better World
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: DANMARKS RADIO (DR), DET DANSKE FILMINSTITUT, FILM FYN, FILM I VÄST, MEDIA, MEMFIS FILM, NORDISK FILM- & TV-FOND, SVERIGES TELEVISION (SVT), SWEDISH FILM INSTITUTE, TROLLHÄTTAN FILM AB, ZENTROPA INTERNATIONAL, ZENTROPA PRODUCTIONS
  • Distribuzione: TEODORA FILM - BLU-RAY: CG HOME VIDEO
  • Data uscita 10 Dicembre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Quale prezzo siamo disposti a pagare per difendere i nostri ideali? Che efficacia possono avere l’educazione, l’etica e il buon senso in un mondo travolto dal caos e rassegnato alla violenza? E che futuro consegnare ai nostri figli? Il nuovo, bel film di Susanne Bier,Heaven – In un mondo migliore (candidato danese all’Oscar), non ha paura di affrontare alcuni dei nodi più spinosi delle società occidentali. Lo fa disinnescando la retorica – e la carne al fuoco – che il soggetto del solitoAnders Thomas Jensen (al suo quarto film con la Bier) autorizzerebbe a spalmare. Di fronte a una sceneggiatura che prevede snodi e scorciatoie drammaturgiche prevedibili, è il cinema a fare la differenza, ad autenticare tutto grazie alla partecipazione e l’urgenza con cui la regista danese aderisce ai conflitti dei sui personaggi, alle piaghe del loro vissuto personale, alla fragilità di modelli valoriali e progetti di vita.
Sembrerebbe il suo solito film, il consueto cote familiare, la meccanica e il logorio della passioni. Centrale ogni volta il capriccio di circostanze che intrecciano destini: qui, quelli di Christian (William Johnk Nielsen) ed Elias (Markus Rygaard), pre-adolescenti entrambi, e ciascuno con una piccola croce da portare: Christian ha perso la mamma da poco, si è appena trasferito in Danimarca col padre e non ha voglia di fare sconti a nessuno. Di fatto si caccia sempre nei guai: prima quasi ammazzando a sprangate un bullo della scuola, poi improvvisandosi bombarolo nello scantinato di casa, infine mettendo a repentaglio la sua e la vita dell’amico; Elias ha un temperamento opposto: la sua timidezza è sinonimo di debolezza per gli altri, il suo apparecchio ai denti lo rende facile bersaglio di angherie ed esclusioni, e la separazione dei genitori non aiuta. In Christian troverà la guida, il fratello maggiore, il protettore. Finendo per farsi del male. Intanto padri e madri, dell’uno e dell’altro, faticano a gestire i loro ragazzi: pagano la riottosità del nuovo clima sociale che ne mina autorità e sistemi educativi (come porgere l’altra guancia quando gli altri conoscono solo la legge del pugno?); pagano per i propri errori, per le disgrazie che hanno incontrato (la difficoltà di sopravvivere ai lutti), per il livore, l’indisponibilità degli altri.
Ciascuno in fondo ha una pena da scontare, una storia che lo riguarda, un film a parte (come quello di cui è protagonista Mikael, padre di Elias e medico idealista che fa spola con l’Africa). La Bier non perde di vista nessuno, quasi che l’estasi e il tormento di ciascun personaggio fosse in fondo anche il suo. Dopo il mezzo passo falso americano (Noi due sconosciuti) la danese ritrova terra e ispirazione in un dramma morale che sarebbe piaciuto a Bergman. Ma se il maestro era austero e cerebrale, l’allieva è tutta cuore, viscere, macerazione. Ci sono scene – come quella in officina – dove puoi sentirlo forte il disagio, dove sono i corpi a farsi carico dei problemi di coscienza. Il (melo)dramma è il patema di un occhio che non può più osservare il mondo e non sentirlo. D’altra parte, la strategia degli affetti è l’unica risposta politica all’antipolitica diffusa degli umori, delle reazioni a caldo, dell’emotività. Opportuna poi la scelta di eludere il racconto di formazione classico, utilizzando l’adolescenza come banco di prova dei conflitti che agitano il presente: la scelta tra modelli educativi diventa bivio esistenziale, vendetta o perdono, violenza o comprensione, chiusura o dialogo. Gli adolescenti – questi qui, non quelli citrulli del cinema nostro – sono la posta in gioco del futuro. La Bier intercetta un malessere reale, assumendosi il rischio di prenderne parte, schierarsi. Apre e chiude il suo cinema come una fisarmonica, alternando momenti di massima tensione a quelli di quiete; dilata tempi e temi, forse abusa. Compone immagini, musica (di Johan Soderqvist) e fotografia (Morten Soborg) in un affresco impressionista e kantiano, trovando nei suoi personaggi – e negli attori diretti alla perfezione – il conforto di una legge morale. Nei cieli stellati i presagi dell’avvenire. E il suo, se continua così, sarà certamente radioso.

NOTE

- GRAN PREMIO DELLA GIURIA MARC'AURELIO E PREMIO MARC'AURELIO DEL PUBBLICO COME MIGLIOR FILM ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010).

- GOLDEN GLOBE 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- OSCAR 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"L'ultimo film della regista danese Susanne Bier, 'In un mondo migliore', non è passato inosservato, come tante altre cose, all'ultimo Festival di Roma, dove era selezionato in concorso. (...) La domanda che muove il film: come si sta al mondo? Quale legge bisogna seguire? Quella della vendetta (il titolo originale è 'Heavnen', che vuol dire vendetta) o quella della remissione? A queste domande sono chiamati i ragazzini? La Bier non si esime dal rispondere, seppure talvolta rasentando lo schematismo. In una sequenza, invero piuttosto incisiva, il padre di Elias, tornato da un paese dell'Africa in guerra (sembra il Sudan), davanti al figlio e all'amico, viene per strada insultato e preso a schiaffi da un buzzurro. Non reagisce alla violenza, seguendo la sua fede anti-violenta e cercando di spiegarlo ai due ragazzini. Ma l'insegnamento non serve... il figlio non capisce, e l'amico pure. Se a scuola sono riusciti a farsi rispettare solo con la forza, perché non dovrebbero farlo per strada e nella vita? 'In un mondo migliore', per citare il titolo, si potrebbe pensare diversamente. In questo no." (Dario Zonta, 'L'Unità', 10 dicembre 2010)

"Che cos'è, oggi, un buon padre? Non è una domanda da predica della domenica. È il cardine di ogni possibile discorso sul futuro delle nostre società. Quali che siano le nostre convinzioni religiose o morali. Che cosa deve fare (o non fare) dunque un padre per essere all'altezza del ruolo più in crisi d'Occidente? Nel nuovo film di Susanne Bier, 'In un mondo migliore', un buon padre è quello che porge - letteralmente - l'altra guancia. Uno che non risponde alle provocazioni, ma tiene il punto. Che non si abbassa a restituire il colpo, ma mostra al figlio come la debolezza (momentanea) possa tradursi in forza. A rischio di perdere (momentaneamente?) la faccia e il rapporto con i figli. (...) Mentre la Bier sembra troppo ansiosa di domare i demoni che ha risvegliato per andare fino in fondo al suo film. Se ne esce come da un bel viaggio, ma interrotto a metà." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 dicembre 2010)

"Susanne Bier in questo film, candidato agli Oscar per la Danimarca, e acclamato nei festival, da Toronto a Roma, dove ha vinto il Gran premio per la giuria, riprende i temi dei suoi lavori precedenti, la società danese come esempio di un occidente che sembra avere perduto la sua umanità. La dialettica aspra tra perdono e vendetta, porgere l'altra guancia e rispondere, non va però in un'ottica cattolica, anzi. Il punto di vista di Bier vuole essere morale interrogandosi su quella che a volte appare quasi una ineluttabilità di questa violenza. È, infatti, il 'doppio registro' che interessa la regista: come può il medico, così controllato a casa, permettere in Africa un linciaggio? Nel sottile intreccio di queste emozioni, trattenute e spesso confuse a qualcos'altro, Bier costruisce la sua indagine/riflessione sulla consapevolezza dell'umano e la perdita dei valori di riferimento collettivi. La brutalità di un quotidiano di sangue e di miseria è anche in una dimensione di pace e di benessere, camuffata dall'ipocrisia della «regola» sociale, che però non ne riesce più a controllarne gli sbalzi. C'è forse qualcosa di schematico in questa visione: prima di tutto il parallelo tra l'occidente benestante e l'Africa sofferente è un po' più che esemplare, considerando quanto sia programmatico sfruttamento e lucro bellico e responsabilità da parte di uno verso l'altro. Chissà se questa violenza non sia anch'essa 'di ritorno'?" (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 10 dicembre 2010)

"Susanne Bier, non lo mettiamo in dubbio, è forse il talento nordeuropeo più interessante degli ultimi anni. Donna acuta, dalla buona sensibilità estetica, è riuscita in poco tempo a sfondare persino i muri del cinema statunitense, regalando un'ottima e sottovalutata performance attoriale a Halle Berry in 'Noi due sconosciuti'. Ora torna nel film 'In un mondo migliore' e risulta ormai chiara e soffocante la sua ossessione per morte e famiglia, in un tentativo quasi bergmaniano di girare opere etiche e morali sul nucleo base della società. Il problema è che Susanne Bier, inevitabilmente non all'altezza del maestro, sfocia facilmente nel moralismo, nel privato che si sforza di diventare pubblico, ma che spesso è solo facile stereotipo. (...) Sembra seguire uno schema ripetitivo, ormai, con cadute di stile imbarazzanti - vedasi il finale con i bambini africani che corrono che offusca anche le buone idee di sceneggiatura - le più feroci e di scelta registica. Piacciono i due ragazzini, amici sempre più (co)stretti da una relazione pericolosa, per loro e per gli altri, e vittime di genitori inadeguati. Mezzo cast viene da 'Festen' - e non a caso sono la parte migliore del film - ma la Bier si ricorda di essere un'allieva di Von Trier. E della sua eredità sembra amare, purtroppo, soprattutto la tendenza al melodramma ricattatorio e patetico." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 10 dicembre 2010)

" 'In un mondo migliore' è tra i pochi a porsi esplicitamente quale cinema-mondo, come titolo vuole. Non che sia un acquario, pur torbido, quello costruito con l'abituale sceneggiatore Anders Thomas Jensen, piuttosto, per dirla alla mediterranea, è un mare nostrum, dove il caos regna e i marosi mondani flagellano baie indifese, esposte alla violenza senza se e senza ma. Ovvero, senza una indicazione geografica tipica: se c'è del marcio in Danimarca, la putrescenza è incontrollata e garantita anche altrove. (...) Un storia che parla ad ogni uomo anche dal punto di vista poetico: il 'Mondo migliore della Bier' ha pretese simboliche, paradigmatiche, vuole dire dell'uomo al di là del colore della pelle, della latitudine, del domicilio fiscale. E dell'età." (Federico Pontiggia,'Il Fatto Quotidiano', 10 dicembre 2010)

"È davvero la violenza, sviscerata in forme e circostanze diverse con il suo strascico di vendette, la vera protagonista del bel film 'In un mondo migliore' della regista danese Susanne Bier? O non è piuttosto il perdono, che irrompe a conclusione della storia, a esserne il vero centro gravitazionale? Del resto la vicenda narrata si presta a più di una lettura, affrontando temi delicati, come l'elaborazione del lutto e l'incomunicabilità genitori figli, e difficili, come quello della crisi di coppia, che a sua volta racconta di adulti che fanno fatica a trovare la propria collocazione in un mondo sempre sull'orlo di una violenza insensata che non risparmia neppure i giovanissimi. (...) Con questo film Bier, formatasi alla scuola di Lars von Trier, prosegue nel suo personale lavoro di scavo nei sentimenti umani iniziato con 'Non desiderare la donna d'altri', 'Dopo il matrimonio' e 'Noi due sconosciuti', confermando particolare sensibilità nel cogliere e rappresentare le dinamiche affettive e relazionali più profonde. Ma stavolta punta più in alto, non fermandosi al livello dei rapporti interpersonali, ma utilizzandoli per affrontare alcune criticità dell'oggi. Ecco, allora, emergere la crisi di un modello educativo, che diventa il rovescio della medaglia, ovvero della crisi etica, con la possibilità di una morale adattabile alle circostanze; un'ambiguità che fa da sfondo a tanta violenza gratuita e inspiegabile, ma che nella sua irrazionalità pure trova sostegno, se non persino giustificazione, in un sistema in cui prevaricazione e prepotenza vengono troppo spesso tollerate. E non è casuale l'uso di due piani - quello degli adulti e quello dei ragazzi - per rappresentare la violenza, resa ancor più perfida nei secondi, dei quali si mette in discussione l'innocenza. Così come è pensata la scelta della Danimarca, che la regista vuole restituire a una realtà meno idilliaca di quanto non appaia nell'immaginario collettivo.
Strutturato come un film a tesi, nel quale alcune risposte sono già contenute nelle domande e alcune scelte narrative sembrano rispondere solo a questa esigenza, "In un mondo migliore" mostra passione civile e tensione morale - merce sempre più rara nel cinema - raccontando la storia esemplare di una normalità che sfocia nel dramma per poi ricomporsi. Una storia ben diretta e ben interpretata che ci dice come il male a volte covi dentro e che dall'esterno venga solo la scintilla che lo innesca. Ma ancor di più una vicenda in cui si sostiene quanto sia facile e devastante imboccare la strada della vendetta, spiegando tuttavia anche come il passo verso il perdono sia non solo possibile ma si configuri come l'unica possibilità per ricominciare a vivere. Tanto per gli adulti, quanto per i ragazzi. Per costruire un mondo migliore, appunto." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13-14 dicembre 2010)
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