Il sacrificio del cervo sacro

The Killing of a Sacred Deer

IRLANDA, GRAN BRETAGNA - 2017
2/5
Il sacrificio del cervo sacro
Steven, un importante chirurgo cardiotoracico di successo, conduce un'esistenza felice e benestante con la moglie Anna, eminente oculista, e i loro due figli, il 14enne Kim e Bob, di 12 anni. Tuttavia, dopo aver preso sotto la sua protezione Martin, un ragazzo di 16 anni senza padre che introduce nella sua famiglia, l'universo di Steve inizia a crollare. Le cose, infatti, prendono una piega sinistra e l'uomo si trova di fronte alla difficile scelta di compiere un terribile sacrificio o correre il rischio di perdere tutto.
  • Altri titoli:
    Mise à mort du cerf sacré
  • Durata: 121'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: ED GUINEY, YORGOS LANTHIMOS PER ELEMENT PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON LIMP
  • Distribuzione: LUCKY RED (2018)
  • Vietato 14
  • Data uscita 28 Giugno 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Il segnale, chiaro e inequivocabile, che Yorgos Lanthimos stesse reinventando il suo cinema come gioco vuoto ed elegante di pure forme, lo aveva dato The Lobster, il suo lavoro precedente.

The Killing of a Sacred Deer - in gara a Cannes 2017 tra molti fischi - certifica la metamorfosi definitiva. Il regista greco sembra perso.
Vellutati movimenti macchina, carrellate avanti e indietro, linee di ripresa che si intersecano secondo una punteggiatura precisa, che il montaggio restituisce come ritmica del visivo; scenari asettici, freddi;  personaggi anaffettivi, quasi incorporei (anche l'ultima frontiera dei sensi, l'atto sessuale, viene rimpiazzato da rituali necrofili).

Il mondo messo in scena irrimediabilmente postumano. Non ci vuole una grande ermeneutica per capirlo. Tutto molto esibito, trasparente: il film che si apre con un'operazione a cuore aperto in primo piano si sviluppa come puntuale, crudele vivisezione del genere umano, che Lanthimos si diverte a stendere sul tavolo autoptico.

Lo fa partendo ovviamente dalla cellula umana fondamentale, la famiglia. Borghese. Lui cardiochirurgo, lei oftalmica, corpo e mente, cartesianamente simbiotici, of course. Le simmetrie prestabilite contemplano anche la prole, maschio e femmina, lui (il minore) cocco di mamma, lei amore di papà.
Questa famiglia ha tutte le carte in regola, ma come si tiene insieme se le fondamenta sono marce?


 

La facciata della casa appare solida e opulenta, ma al suo interno le mura scricchiolano. Basta un soffio per farla crollare. E il soffio si ipostatizza in un ragazzo di sedici anni, che il cardiologo ha preso sotto la sua ala protettiva dal momento che, scopriamo, ha causato la morte di suo padre.

Scoperte le carte, il film si comporta come un classico home invasion, solo camuffato dietro volute di fumo estetico soffiate dall'unico fuoco che brucia qui, quello dell'autocompiacimento.

Ovviamente i meccanismi di genere vengono oleati da Lanthimos a forza di paradossi, fatti inspiegabili, grevi strumenti ad arco e quintalate di sadismo. Giusto per darsi un tono.

Il tono di chi sostanzialmente cerca di raccontare l'irruenza del sacro e dell'irrazionale nel temp(i)o del post-umano. Lanthimos riattualizza un sapere antico, il rapporto tra colpa e restituzione suggerendo - e sta qui l'unica intuizione del film - la sua ritualizzazione nelle forme contemporanee dell' economia di scambio, dove esistono solo  debitori e creditori. E dove nessuno, se può, paga di tasca propria.

Lanthimos denuncia a parole ma si tira indietro nei fatti. Lui non ama nessuno dei suoi personaggi (dispiace per attori come Nicole Kidman e Colin Farrell). Non ne salverebbe nessuno.
Non chieda dunque di essere salvato da noi. Si chiama restituzione anche questa.

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA (EX AEQUO CON "YOU WERE NEVERE REALLY HERE" DI LYNNE RAMSAY) AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"(...) l'asettica vita di un chirurgo (Colin Farrell), con moglie medico (Nicole Kidman) e due ragazzi viene spinta verso la tragedia dal figlio di un suo paziente morto sul tavolo operatorio. Vendetta? Maledizione? Riflessione morale? Pasticcio ricattatorio? Direi decisamente l'ultima ipotesi, con il «solito» presente distopico che vorrebbe raccontare l'inumanità dilagante e l'altrettanto inevitabile ricaduta nella violenza. Con un solo rimpianto: le pratiche erotiche tra moglie e marito, visto che le «invenzioni» della Kidman facevano sperare ben altre evoluzioni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 maggio 2017)

"Grandangoli, campi lunghi con lenti carrelli avanti, musica sinistra: una paccottiglia d'autore che mima il genere e, deraglia in un paio di scene molto brutte, e finisce col sabotare la pseudo-crudeltà dell'operazione: se i personaggi sono tutti cosi inutili e disprezzabili, lo spettatore non si mette nemmeno nei loro panni e, anziché soffrire come forse voleva il regista, si annoia." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica, 23 maggio 2017)

"(...) Metà thriller-horror all'americana, come l'ambientazione; metà film d'autore europeo, con interni scintillanti, inquadrature stranianti, ambiguità sparse a piene mani (solo la musica 'spara' senza vergogna), il nuovo Lanthimos però gioca con regole meno disturbanti del solito. Non basta aprire con il primissimo piano di un cuore pulsante, o accennare alle stravaganze sessuali del chirurgo per dare profondità simbolica a questa ennesima fiaba nera sulla famiglia come incubatore di patologie. Cast e confezione sono concepiti per il successo internazionale. Ma il rischio è il solito. La banalizzazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Fatto Quotidiano', 23 maggio 2017)

"Yorgos Lanthimos (...) ammicca alla tragedia greca, e punta tutto sull'estetica raggelata che è il suo marchio di fabbrica, cedendo qui e là alla tentazione di giocare con atmosfere di sottomarca lynciana. Gode nell'illustrare i patemi del dottore e la lotta fratricida e infanticida per la vita che ha luogo in casa sua, e non dà risposte che non siano quelle del Fato. Lui, furbo e cinico, si diverte, noi un po' meno: anche se questo è, alla fine, il più potabile dei suoi film." (Federico Gironi, 'Il Messaggero', 23 maggio 2017)

"Il regista greco esplora atmosfere angoscianti e ipnotiche per un thriller psicologico, a tratti horror, dove la vendetta porterà a violenza e scelte estreme." (Giulia Bianconi, 'Il Tempo', 23 maggio 2017)
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