Il regista di matrimoni

ITALIA, FRANCIA - 2005
Il regista di matrimoni
Un regista, Franco Elica, è messo in crisi dal matrimonio della figlia con un fervente cattolico e dalla necessità di dover girare ancora una volta una versione dei Promessi sposi. Decide così di partire per la Sicilia alla ricerca dell'ispirazione che sembra aver perso. Lì ritrova un suo amico di vecchia data, anche lui regista, che si spaccia per morto nella speranza di raggiungere la fama che finora gli è stata negata. Incontra anche un uomo che vive realizzando le riprese dei matrimoni. Conosce anche il principe Gravina di Palagonia, un nobile spiantato che gli propone di dirigere le riprese del matrimonio della figlia Bona. Franco si innamora subito della giovane e bellisssima ragazza e si propone di riuscire a evitarle di contrarre un matrimonio di convenienza.
  • Altri titoli:
    Le metteur en scène de mariages
  • Durata: 107'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: MARCO BELLOCCHIO E SERGIO PELONE PER FILMALBATROS, RAI CINEMA, DANIA FILM, SURF FILM, FILMTEL, CON IL SOSTEGNO DEL MIBAC
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2006) - DVD: 01 DISTRIBUTION (2011)
  • Data uscita 21 Aprile 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Angela Prudenzi
Da quaranta anni Marco Bellocchio continua a fare del cinema il terreno privilegiato per la ricerca della sua identità di uomo e artista. Ne è un'ulteriore prova Il regista di matrimoni, opera quanto mai intima, al limite dell'autobiografico, eppure sorprendentemente aperta al mondo esterno. La storia, niente più che un pretesto. A corto d'ispirazione, un maestro del cinema impegnato nell'ennesima trasposizione dei Promessi sposi approda in Sicilia per trovare un po' di pace. Incontra un mestierante che vive filmando cerimonie e tramite lui accetta di dirigere il film delle nozze di Bona, principessa triste. Se ne innamora al primo incontro, ricambiato. Peccato che il padre della sposa, sull'orlo della bancarotta, l'abbia promessa a un ricco notaio e quindi non veda la cosa di buon occhio. Insomma, rovesciando Manzoni, questo matrimonio si deve fare. Quello che conta, nell'architettura complessiva, è l'emergere del potere della ribellione sull'ineluttabilità del destino. Nulla è segnato, purché si abbia il coraggio di fuggire. Alla fine fuggono anche Franco e Bona, regalandosi un futuro che sembrava impossibile. E' la luce al termine del viaggio. Una luce ricercata durante tutto il film e che si riflette nella fotografia straordinaria come nei tagli di inquadrature scelti da Bellocchio. Immagini che restituiscono costantemente i moti dell'anima e che fanno la differenza rispetto al mediocre cinema che circola. Merito, inutile dirlo, anche della bravura di Sergio Castellitto, passionale, toccante, quasi muto. E del fatto che il film parla di noi più di quanto siamo disposti ad ammettere. La Sicilia è l'Italia intera. Paese governato da morti, cioè da vivi senza più idee, come ossessivamente è ripetuto nel film.

NOTE

- PRESENTATO AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006) NELLA SEZIONE "UN CERTAIN REGARD".

- NASTRO D'ARGENTO 2007 PER MIGLIOR SOGGETTO E MONTAGGIO (FRANCESCA CALVELLI E' STATA PREMIATA ANCHE PER "IN MEMORIA DI ME"). IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGIA, ATTRICE PROTAGONISTA (DONATELLA FINOCCHIARO), FOTOGRAFIA E SCENOGRAFIA.

CRITICA

"In molti già dettano il libretto d'istruzioni. Ma non rendono un buon servizio a Marco Bellocchio, il più visionario, il più inquietante, il più indecifrabile tra i registi italiani: se il suo puzzle volesse dire qualcosa di preciso e quindi, fatalmente, di scontato o perentorio non ci sarebbe esperto che tenga, la partita dello spettatore sarebbe persa in partenza. Di fronte agli intarsi de 'Il regista di matrimoni' è proprio l'ansia d'incanalarlo in una direzione che rischia di smontare le scene allusive, i fili in sospeso, le immagini a doppia o tripla chiave: il pendolo sempre in moto tra il sublime e il ridicolo deve giocoforza riguardare il film stesso - se non addirittura il cinema - anziché il gioco delle interpretazioni. La sensibilità dell'autore piacentino (mai così vicino a Buñuel o a Ferreri) si esprime, insomma, in forma di stile e la trama, che sembrerebbe assai pretestuosa, funziona come una squisita favola iniziatica che trasfigura senza sosta tempi, corpi e luoghi. Del resto i sogni non sono un surrogato della realtà, bensì un'altra e più profonda realtà alla quale è in parti uguali doloroso e piacevole abbandonarsi senza remore. (...) L'unica cosa certa è che occorre decidersi se rincorrere le metafore interne - Moretti contro Placido, 'Il Caimano' in concorso a Cannes con 'Il regista di matrimoni' sterilizzato in una sezione collaterale - e le uscite oracolari - 'In Italia comandano i morti' - oppure leggere il film come l'epopea di un moderno cavaliere che affronta mostri e labirinti per potersi congiungere con un'ammaliante dea del mare. Al di là del mandato critico, non avremmo dubbi nello scegliere la seconda strada." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 22 aprile 2006)

"Davanti a 'Il regista di matrimoni' si resta divisi fra la tentazione di andare dove ci porta Marco e quella di trattenerlo dagli scivoloni che comporta ogni confessione a cuore aperto. Per la centesima volta negli oltre quarant'anni trascorsi da '8 ½' assistiamo alla crisi di un cineasta che non ha più voglia di girare un film. (...) Al di là degli improbabili personaggi, nel film contano soprattutto i panorami mediterranei fra sole e mare, i notturni smaltati, i riti religiosi e le musiche scelte di Mascagni e no. Sergio stesso si concede una serenata intonando 'O Lola ch'ai di latti la cammisa' e rimedia una secchiata d'acqua in testa: a conferma del fatto che fra le braccia di Morfeo bisogna aspettarsi di tutto, incluse le umiliazioni. Del bravo Castellitto si può dire che suscita la voglia di affidarsi a lui come all'unica guida possibile nel confuso paesaggio che lo circonda. A momenti brilla la speranza che quel mancato regista dei 'Promessi sposi' ne sappia più di noi, però sulla stanca subentra la sfiducia. Si intuisce che Bellocchio, invisibile burattinaio, non vorrà spiegarsi, lasciandoci in mezzo agli interrogativi; e proprio questo succede, nonostante una parodia di lieto fine. In cui risuona come estremo sberleffo la voce ironica di Mariangela Melato che canta 'Sola me ne vo per la città'. Si esce dal cinema con la sensazione che questo film, ammirevole sotto il profilo dello stile, è troppo narrativo per essere astratto e troppo astratto per proporsi come racconto. 'Il regista di matrimoni' va messo fra le cose che non si spiegano con le parole, come un quadro o una musica. 'Ein traum, was sonst?': Kleist aveva capito tutto." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2006)

"Le prime inquadrature di Castellitto evocano in automatico 'L'ora di religione'; però 'Il regista di matrimoni' è un' 'Ora di religione' proseguita con altri mezzi: un film ancor più personale, inconsueto, libero - nello spirito e nella realizzazione - come non se ne vedevano da parecchio tempo. Il modo singolarmente rilassato della realizzazione ammorbidisce i toni, vela il film di uno strato umoristico e ironico. Il che non frena impulsi polemici contro il cinema italiano contemporaneo o la realtà sociopolitica. Tra i cadaveri dominanti, è compreso un testo sacro come 'I promessi sposi', da cui il regista Elica dovrebbe ricavare un film e che il regista Bellocchio, invece, si diverte a rileggere importandone personaggi e temi nella sua storia per poi ribaltarli con spirito sanamente iconoclasta. Divertenti le sentenze 'godardiane' sul far cinema, attribuite al personaggio del Principe di Gravina: 'è il film, il film che conta, non il supporto' e 'il cinema è montaggio'. Sia vero o no, il montaggio di Francesca Calvelli è perfetto." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 aprile 2006)

"Riabilitato l'inconscio e le associazioni libere, ecco il film più sperimentale e oscuro di Bellocchio, che mixa onirico e reale, il piacere del sogno dove tutto è lecito e l'imbarazzo della vita, richiamandosi ai temi preferiti. Con momenti di grande suggestione visiva, dogmi godardiani (il cinema è montaggio) e anche una sorta di prontuario imbarazzante su come vincere i David in un Paese dominato dai morti. Nella storia metacinematografica del regista in crisi che, approdato nella barocca Sicilia, vuole rapire la fanciulla di cui dovrebbe riprendere le nozze, c'è di tutto e di più: la fiaba, l'ironia surreale buñueliana, e pure la versione intellettuale di Divorzio all' italiana. Gli elementi in gioco sono quelli anche se nel finale, ovvio, il divertimento è spaiare, lasciare aperto tutto per impressionare ancora e sempre l'odiato pubblico borghese." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 maggio 2006)
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