Il mondo dei replicanti

Surrogates

USA - 2009
2/5
Il mondo dei replicanti
Apologo futurista in cui gli esseri umani interagiscono tra loro attraverso dei 'surrogati' di se stessi, ovvero robot che sono delle versioni perfezionate di sé. Quando un terrorista decide di eliminare i 'surrogati' e ridare la vera vita alle persone, una coppia di detectives si mette sulle sue tracce.
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: FANTASCIENZA, THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: omonima graphic novel di Robert Venditti (sceneggiatura) e Brett Weldele (illustrazioni)
  • Produzione: TOUCHSTONE PICTURES, MANDEVILLE FILMS, ROAD REBEL
  • Distribuzione: WALT DISNEY STUDIOS MOTION PICTURE ITALIA (2010)
  • Data uscita 8 Gennaio 2010

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Se il racconto di fantascienza, come sosteneva Philip K. Dick, è un mondo trasformato in qualcosa che non è, o non è ancora diventato, Surrogates di Jonathan Mostow - maldestramente tradotto in italiano con Il mondo dei replicanti, a suggerire improprie assonanze con l'universo del grande scrittore americano - è quantomeno precoce rispetto all'ipotesi di verificabilità della Sci-Fi: quel mondo, con i dovuti distinguo, è già in atto. I surrogati messi in scena dal film - tratto da una cyber-serie a fumetti - sono più simili in effetti ai milioni di avatar che circolano nella reta come maschere dell'identità, proiezioni mentali di ciò che siamo e insieme di quel che vorremmo essere, piuttosto che agli androidi immaginati da Dick e re-immaginati da Ridley Scott.
Certo, questi sono avatar "incarnati", fatti di pelle, congegni elettronici e arti robotizzati la cui funzione - non dissimile da quella richiesta ai replicanti di Blade Runner - è sostituire l'uomo in tutte quelle attività che lo molestano e lo mettono in pericolo maggiormente, come fare la fila alla posta o combattere in guerra. Ma se il modello di Dick è quantomeno normodotato rispetto all'essere umano - capace in definitiva di ricostruire per sè la topica del pensiero metafisico: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? - quello di Surrogates è a intelletto zero, dipendente in tutto e per tutto dal suo referente di carne e alla sua mente connesso con un sofisticatissimo "link" neurale. Anche la terminologia dunque rimanda alla rete - vedremo che a innescare l'azione del film sarà l'utilizzo di un "virus" capace di eliminare il surrogato e bruciare il cervello al suo utilizzatore - a segnalare un'interessante ibridazione di immaginari, quello software della sci-fi virtuale e quello hardware, fatto di macchine e ferraglie, ovvero dei robot.
Questi surrogati sono insieme il compimento degli avatar virtuali - perché ci sostituiscono rendendo confortevole il nostro impatto sul mondo (sono più belli di noi, senza forfora né adiposi, non si ammalano, possono essere danneggiati, ma non morire mai) - e la premessa dei replicanti di Blade Runner. Senza che a questo bolo immaginativo corrisponda una moltiplicazione dei problemi: il film di Mostow non possiede l'ambizione filosofica del capolavoro di Scott, non viene neanche lontanamente tentato dal tema dell'identità e della morte. La distinzione tra uomo e surrogato - almeno a livello ontologico - non viene mai messa in discussione. L'approccio è meno metafisico e più situazionista, perfettamente inserito nella tribuna socio-politica odierna.
In fondo le pulsioni che muovono trame e sottotrame del film sono declinazioni al futuro dei tarli correnti: il primato dell'apparire sull'essere (l'ontico sull'ontologico), l'esito disumanizzante del capitalismo evoluto e la fuga dalla paura. Se il primo tema è affrontato in modo superficiale, mettendo all'indice soprattutto l'ossessione estetica - ma non si capisce allora perché Bruce Willis debba scegliersi un surrogato identico a lui però col parrucchino - e la critica politica è quanto meno ambigua (nel film chi vuole distruggere le conquiste del capitalismo è colpevole quanto chi le ha prodotte), un'attenzione maggiore sembra aver ricevuto il problema della sicurezza, il totem dell'inattaccabilità.
La morale qui è cristallina, vivere è un rischio che vale la pena correre. Ma anche spicciola a ben vedere, perché taglia di netto ogni altra questione - politica e culturale - nel nome di un ottimismo della volontà fragile nella sostanza e irrisolto nella forma. Come dire le idee ci sono, ma l'intelligenza per svilupparle no. La regia di Mostow è illustrativa oltre ogni immaginazione e paga pegno a una sceneggiatura che si accomoda lesta sotto la pensilina dell'action, senza molte altre pretese. La sensazione è di un ingolfamento drammaturgico (due-tre-quattro situazioni cardine che si avvitano su se stesse), di personaggi finti come i loro manichini servo-motori, e di un attutimento generale, come se l'urlo potenziale dell'idea rimanesse strozzato sotto cumuli di compromessi e sciocchezze.
L'alba dei replicanti può attendere. Per la sci-fi invece è ancora notte fonda.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE ELIZABETH BANKS.

CRITICA

"BruceWillis è tornato. L'icona macho del cinema d'azione adrenalinico, violento e iperspettacolare stavolta si cala nei panni di un poliziotto nelle atmosfere più esistenziali e dickiane di 'Il mondo dei replicanti', un thriller fantascientifico con l'estetica dei vecchi B movie. (...) Ispirandosi a un fumetto di Robert Venditti e Brett Weldele, gli sceneggiatori Michael Ferris e John D. Brancato hanno lavorato sui codici, i ritmi, la tensione dei vecchi film di genere senza trascurare le implicazioni socio-politiche della storia, secondo la migliore tradizione della sci-fi. Bruce Willis in doppia versione, con tanto di parrucca bionda appiccicata al suo replicante, è un poliziotto deciso a tutto, anche a sfidare le regole, pur di raggiungere il suo obiettivo, ma dosa la sua abituale esuberanza distruttiva in sintonia con un percorso narrativo fatto anche di pause, sospensioni, interrogativi inquietanti, riflessioni sui due mondi (reale e virtuale) nati sulla base del compromesso degli umani che hanno rinunciato a vivere delegando tutto (compreso il sesso) agli avatar sfavillanti e goderecci. Non mancano inevitabilmente gli echi di 'Terminator', 'Strange Days', il solito 'Blade Runner'. Ma Mostow sa gestire gli sviluppi del plot con abilità e originalità, riesce a comunicare allarmanti considerazioni d'attualità sui confini etici che la scienza dovrebbe darsi, facendoci percepire il sottile conflitto psicologico ed esistenziale tra gli umani, che prendono coscienza del pericolo della fantastica soluzione tecnologica, e i surrogati che nell'illusione dell'autosufficienza non vogliono più rinunciare ai privilegi acquisiti." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 13 gennaio 2010)

"Cosa ci fa Bruce Willis con una parrucca bionda visibilmente posticcia? Eppure le apparenze ingannano. Il suo non è un parrucchino. Altroché: si tratta di realtà. O almeno di un'idea di realtà parallela che sempre di più si sta diffondendo nel mondo contemporaneo subissato da immagini. Certo, un film come 'Surrogates', tratto dall'omonima graphic novel di Robert Venditti e Brett Weldele, rispettivamente scrittore e sceneggiatore e tradotto in Italia inutilmente 'Il mondo dei replicanti', spinge un po' il piede sull'acceleratore. E trasforma in esseri fisicamente operativi i cosiddetti «surrogati», ovvero i replicanti di umani troppo pigri per vivere la vita in prima persona, troppo edonisti per non cedere alla tentazione del simulacro eterno, o troppo preoccupati dalla realtà e dalle sue insidie. (...) Così il film, di fatto, diventa una sorta di giallo futuribile, ma con una struttura e dei colpi di scena abbastanza classici, nonostante gli effetti speciali, il ritmo da film d'azione e le trovate appartenenti al repertorio fantascientifico più collaudato. Il cinema del resto, sin dai suoi esordi, con punte di eccellenza durante l'Espressionismo, si è sempre interrogato sulla rappresentazione del doppio, golemico o robotico. E il mondo dei replicanti non aggiunge niente a ciò che abbiamo già letto e visto in letteratura o sullo schermo. Ma non si può negare la volontà di competere con la fama di 'Blade Runner' ad un autore come Jonathan Mostow, che dimostra tutto il suo talento con un film d'esordio memorabile e dinamico come 'Breakdown - La trappola'. E confidenza con l'universo dei robot con il non eccelso 'Terminator 3 - Le macchine ribelli'. Nè si può negare competenza al fumetto originale, che coniuga con dignità 'Il ritratto di Dorian Gray' di Oscar Wilde e i capolavori fantascientifici di Philip K. Dick tra cui 'Gli androidi sognano pecore elettriche?' da cui è stato tratto 'Blade Runner'. E gli sceneggiatori, Michael Ferris e John Brancato, che hanno firmato 'The Net - Intrappolata nella rete', il già citato 'Terminator 3' e 'Terminator: Salvation', non saranno geniali, ma colgono le inquietudini tra le pieghe di una modernità ossessionata dalla tecnologia. (Anton Giulio Mancino, 'La Gazzetta Del Mezzogiorno', 15 gennaio 2010)

"L'idea è attuale ('Avatar' la porta alle estreme conseguenze, qui la soluzione è luddista), qualche trovata azzeccata (i replicanti si drogano con l'elettricità), la trama gialla insulsa (facile scoprire l'assassino), il coinvolgimento di Bruce Willis pari a zero (possibile che il suo replicante con frangetta da Big Jim sembri più coinvolto dell'originale umano pelato e con pizzetto?). Non è un disastro. Se vi basta un surrogato." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 15 gennaio 2010)

"Adattamento di una storia a fumetti, un film di anticipazione dal gusto paradossalmente vecchiotto. Che ti lascia con un dubbio: vivere da eremiti e lasciar fare tutto ai cloni sarà anche sicuro; ma a conti fatti, che gusto ci si prova?" (Francesco Nepoti, 'la Repubblica', 09 gennaio 2010)

"Jonathan Mostow, il regista di 'Terminator 3', manda avanti spedita la storia, ispirata senza intellettualismi a una graphic novel di Venditti e Weldele. Il che va a scapito di pensose considerazioni sul tema «dove andremo a finire di questo (tecnologico) passo?», ma il film si segue volentieri; e Willis si disimpegna bene tra durezza e malinconia." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 08 gennaio 2010)

"Jonathan Mostow, ricordato finora per il pessimo 'Terminator 3', tratta il tema, caldissimo nella società di oggi, con la giusta ironia - vedi l'impietoso confronto fisico originale-replicante -, qualche trovata brillante e una discreta prova di regia. Il tutto è ben confezionato, come la strategia di marketing che sui manifesti del film non ha messo i protagonisti ma dei modelli (in tutti i sensi) commerciali di questi umanoidi replicanti. Quasi fosse una vetrina. E uscendo dalla sala vien da pensare che non è poi così strano e impossibile ciò che si è appena visto." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 05 gennaio 2010)

"Acuto lo spunto, non l'esito del 'Mondo dei replicanti' di Jonathan Mostow. Rendere ogni film ambientato nel prossimo futuro un giallo significa renderlo una variante della stessa storia. Unica novità, questa volta, il fatto che mal rasato, grasso, sciatto, ogni abitante di Boston, incluso Bruce Willis, invecchia sedentario, tele-controllando il proprio doppio, che lavora per lui. Poteva essere una commedia nera. Invece Mostow riproduce, per la Disney, le situazioni di 'Io, robot'. Che non era un capolavoro." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 06 gennaio 2010)
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