Il Grinta

True Grit

USA - 2010
3/5
Il Grinta
Stati Uniti, 1870 circa. La 14enne Mattie Ross è determinata a vendicare il padre assassinato a sangue freddo dal codardo Tom Chaney. Dopo aver incrociato il gioviale e ubriacone marshall Rooster Cogburn, lo costringe suo malgrado ad affiancarla nella caccia all'assassino Chaney. I due si spingeranno nei territori indiani, ma sulla loro strada si inserirà un Texas Ranger di nome LaBoeuf...
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: WESTERN
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX CAMERAS, 4K/SUPER 35 (3-PERF) STAMPATO A 35 MM (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "Un vero uomo per Mattie Ross" di Charles Portis (ed. Mondadori e Club degli Editori, 1969)
  • Produzione: ETHAN COEN, JOEL COEN, SCOTT RUDIN PER SKYDANCE PRODUCTIONS, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY (2011) - DVD E BLU-RAY: UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT (2011)
  • Data uscita 18 Febbraio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Cos'è Il Grinta? Un adattamento filologico del romanzo di Charles Portis? Un omaggio divertito alla versione cinematografica del '69, quella col leggendario John Wayne? L'ennesima rilettura (post)moderna del "genere dei generi" americani, il western? O il film più "classico" che i Coen abbiano mai girato? Probabilmente niente di tutto questo. La sensazione, semmai, è che i due fratelli abbiano voluto rinverdire le gesta dello sceriffo dal grilletto facile, Rooster Cogburn detto "il Grinta", a modo loro: affogando nel nichilismo la retorica della mitologia americana, livellando eroi e antieroi in misura delle loro miserie e dei loro peccati, condensando la narrazione non nei suoi momenti topici - sbrigativamente risolti, come nel caso del duello finale - ma nelle azioni di raccordo, se non addirittura nei "tempi morti" (si veda la lunga sequenza del tiro alle ciambelle, in cui lo sceriffo ubriaco sfida il ranger ferito al braccio).
Il lavoro di "riscrittura" dei Coen è dunque riconoscibile, soprattutto in riferimento alle ultime prove (Non è un paese per vecchi e A Serious Man più di Burn After Reading), che avevano già evidenziato il progressivo abbandono della poetica deformante e grottesca degli anni '90. Il loro cinema non si è per questo normalizzato. Semmai ha messo in luce la cifra recondita della loro ispirazione, debitrice dei temi dell'ebraismo (della colpa e del castigo), incline alla disperazione ed emotivamente piatta, a-patica. Se queste sono le premesse per accostarsi a un film come Il Grinta, i risultati lasciano perplessi. Innanzitutto l'ossatura della storia è articolata secondo una progessione (temporale, tematica e ideologica) lineare, che mal si concilia con l'insofferenza dei Coen per la narrazione "forte". Non è un caso se i nodi centrali del racconto - la relazione tra la piccola Mattie Ross e i due comprimari adulti, la resa dei conti con i ladroni brutti e cattivi, il finale - appaiono anche i più incerti, i meno incisivi, quasi sottotono. E' come se la coppia riuscisse sì a disattendere le "inclinazioni naturali" del testo, ma senza liberarsene mai, impantanandosi in un'operazione segnata da un attrito di fondo, poetica contro archetipi, film contro genere. A loro sfavore gioca la memoria viva del western, un codice condiviso (dal pubblico) di attese e risposte, la forza ottusa di una mito che resiste a ogni tentativo di smascheramento.
Si può fare, si è fatto, il grande western crepuscolare. E si son fatti - ma a patto di raccontare la frontiere in maniera radicalmente diversa - anche western senza fronzoli, glaciali, com'era il veneziano Meek's Cutoff di Kelly Reichardt. Vietato invece - la prova è questa - il western iconoclasta e classico insieme, svuotato e mitico. Da questo paradosso non si esce. Il nuovo film dei Coen non è brutto. La prima mezz'ora è di grande intensità, il controllo della messa in scena superbo e notevole è il lavoro degli attori - non tanto quello di Bridges, troppo gigionesco nel ruolo che fu (e che rimane) di John Wayne, ma di Damon e della piccola Hailee Steinfeld, prima vera eroina del loro cinema. Resta però un film sbagliato, squilibrato, a tratti stancante. Frutto di un malinteso simile a quello in cui è incappata l'Academy che - scambiando forse Il Grinta per un "classico" - lo ha candidato a 10 Oscar. A conferma di come l'America non abbia mai perso l'amore per il western. E di come, al contrario, non ne abbia mai avuto troppo per i Coen.

NOTE

- REMAKE DEL FILM "IL GRINTA" DIRETTO DA HENRY HATHAWAY NEL 1969 E INTERPRETATO DA JOHN WAYNE.

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE STEVEN SPIELBERG.

- FILM D'APERTURA DEL 61. FESTIVAL DI BERLINO (2011).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (JEFF BRIDGES), ATTRICE NON PROTAGONISTA (HAILEE STEINFELD), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA, COSTUMI, MISSAGGIO E MONTAGGIO SONORO.

CRITICA

"Panorami struggenti, personaggi scolpiti, pistole, cavalli e duelli al sole. 'Il Grinta', remake dell'omonimo western del '69, è ricco di tali e tante fiammate epiche, raffinate citazioni e saette di humour nero da rendere letteralmente estasiasti gli spettatori come noi nostalgici del cinema classico e della sua primigenia solennità. I fratelli Coen, del resto, erano gli unici registi contemporanei in grado di riavvicinarsi con classe e convinzione al romanzo. (...) Naturalmente il valore dell'operazione è strettamente collegato alla prova meravigliosa degli attori, tutti in grado di diventare sullo schermo 'più grandi della vita' come indicava il primo comandamento dell'età dell'oro hollywoodiana. (...) Nulla da invidiare alla pellicola del '69 con John Wayne (...) Con la pertinente complicità della fotografia di Roger Deakins e le musiche di Carter Burwell, 'II Grinta' scavalca le angustie e i complessi dell'immaginario anni Duemila e si riunisce per via diretta ai poemi di Ford, Hawks, Walsh e ai tormentati e rabbiosi neowestern del più giovane e disilluso Sam Peckinpah ('Sfida nell'Alta Sierra'). Si sarà capito a questo punto come il film sprigioni tutta la geometrica potenza - in apparenza un po' statica, in quanto lontana anni luce del frenetico movimentismo dell'odierno blockbuster - che serve a metaforizzare tematiche pregnanti come il rapporto tra giustizia e vendetta, la fine e la rinascita dello spirito di frontiera e, in quest'ultimo senso, l'eterno incontro/scontro tra l'anima americana zelante, espansionista e democratica e quella originaria e pionieristica, anarco-individualista e libertaria." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 febbraio 2011)

"Se quello di Hathaway con Wayne era a cavallo della crisi, questo dei Coen è un meraviglioso western che vive di puro cinema, nel rispetto del classico ma di una sconvolgente modernità di stile, con una sceneggiatura da insegnare a scuola. Il cast non fa una grinza: la Steinfeld è una teenager prodigio, Bridges-Damon due assi. Inizio e finale da urlo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 18 febbraio 2011)
"Piacerà a tutti coloro che amano il western e hanno seguito al colmo del gaudio I'iter del film dei Coen. Non solo piaciuto (e parecchio) alla critica (è un gran favorito nella corsa all'Oscar). Ma anche tantissimo (e questo è un dato che ha dell'incredibile) al pubblico Usa. Il film è stato in America un campione degli incassi natalizi (...). E va bene, molti fan del film con John Wayne storceranno (qualcuno ha già storto) il naso. Wayne 'era' Grinta, viveva la parte. Jeff Bridges per quanto bravo la recita solamente. Però riconosciamolo, la vecchia pellicola, pur fatta benissimo, era quasi disneyana nel racconto e nei personaggi. La ferocia del Grinta era solo dichiarata (mai vista) e lo show down finale (...) era plausibile solo per gli under 10. Con i fratelli Coen, si sa, la violenza non è mai bella e gloriosa. Gli scontri sono crudeli, quasi sempre sleali, il discrimine tra la violenza 'buona' e quella 'cattiva' diventa un optional. (...) Fosse vivo Sergio Leone farebbe follie per 'Il grinta' secondo Coen. Non tanto per come raccontano il West (lo stile è duro e secco, lontano dai barocchismi leoniani) per il senso di cupo tramonto con cui l'America chiude la sua fase eroica. Nel film dominano i 'vecchi' ('Grinta' e i fuorilegge, emblemi di un mondo che sta svanendo) ma s'affacciano i giovani. LaBoeuf che porta la civiltà e la legalità. Ma sopratutto Mattie, indifesa nel corpo, ma durissima nella determinazione, l'ambasciatrice di un'America che nel secolo successivo prenderà in pugno i destini dei mondo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 febbraio 2011)

"Violenza, avventura e delusione questa la storia raccontata sapientemente dai Coen che, attraverso immagini rese seducenti dalla splendida fotografia di Roger Deackins, prendono a prestito le tematiche classiche del genere per parlare dell'America di oggi e ancora una volta della propria personale visione dell'esistenza. Non si può non pensarla così guardando il mondo con gli occhi del vero 'Grinta' della storia, quell'eroina impertinente e sicura, dallo sguardo candido ed innocente che troppo spesso disarmato e malinconico si posa sui cadaveri che una società moralmente degradata e senza amore lascia dietro di sé. Bellissimi i primi piani di questa quattordicenne, reale alter ego dei Coen, che durante il film i due trovano sempre la scusa d'inquadrare, sfiorando quel volto fiero ma ancora morbido dell'adolescenza, unica possibilità in cui i due riscoprono ancora una volta e nonostante tutto il sogno di un mondo migliore." (Alessia Mazzenga, 'Terra', 18 febbraio 2011)

"Fedele al romanzo di Charles Portis più che al film di Hathaway con John Wayne (unico premio Oscar della sua carriera), che i due fratelli di Minneapolis dicono di non aver neppure rivisto. Ancora una volta i Coen riescono a depistare le aspettative. Perché, in fondo, era molto più un western 'Non è un paese per vecchi' questo di 'Grinta'. Dove, nella prima parte, i protagonisti sono impegnati soprattutto in estenuanti contrattazioni. Nel West dei Coen si mercanteggia su tutto e si parla tantissimo. Non esiste accordo, di nessun genere, che non passi per un lungo negoziare dialettico di cui Mattie è incontrastata regina. È lei stessa a farcelo presente quando, nel prologo, la sua voce fuori campo ci informa che a questo mondo nulla è gratuito 'eccetto la grazia di Dio'. E la bellezza del film è proprio nel saper passare da questo a quello e nel saper arrivare alla grazia di Dio raccontando i rapporti tra la ragazzina più tosta del West, l'ormai malandato 'grinta' e LaBoeuf. Quando si diventa una squadra si ha meno bisogno di parlare perché si è protetti dal tocco divino. 'Il Grinta' è commovente e intelligente. Ed è bello, bello. Grandi attori e grandissimi Coen. Che depistano ma non tradiscono mai. (Elisa Battistini, 'Il Fatto Quotidiano', 17 febbraio 2011)
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