Il curioso caso di Benjamin Button

The Curious Case of Benjamin Button

USA - 2008
3/5
Il curioso caso di Benjamin Button
La vita di Benjamin Button scorre in maniera molto particolare. Nato alla fine della Prima Guerra Mondiale, Benjamin sin dalle sue prime ore di vita rivela tutte le caratteristiche di un uomo di oltre ottant'anni destinato a morire subito. Invece, la sua esistenza attraverserà tutto il 1900 con un miracoloso e graduale ringiovanimento...
  • Durata: 163'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASY, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: THOMSON VIPER FILMSTREAM CAMERA
  • Tratto da: racconto omonimo di F. Scott Fitzgerald
  • Produzione: PARAMOUNT PICTURES, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, WARNER BROS. PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2009) - DVD E BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO (2009)
  • Data uscita 13 Febbraio 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Enrico Magrelli
L'uragano Katrina ruggisce contro le finestre di una stanza d'ospedale. Distesa sul letto Daisy (Cate Blanchett), assistita dalla figlia (Julia Ormond), aspetta la morte e l'approssimarsi della tempesta che devasterà New Orleans, sommergendo un vecchio orologio costruito da un padre annichilito dalla scomparsa del figlio. Le lancette di quell'orologio, muovendosi a ritroso, sono il countdown delle ore che precedono le perdite irreparabili di cui è intessuta la vita di ognuno. Il tempo di Daisy sta per finire, gli ultimi minuti quelli che non possono più ferire o fare del male. Chiede alla figlia di leggerle un diario custodito tra le sue cose. Pagine e pagine scritte da Benjamin Button (Brad Pitt) che narra il suo straordinario e assurdo destino. Quello di un uomo, nato nel 1918, nel giorno in cui si festeggia la fine della guerra. La madre muore durante il parto e il padre Thomas Button (Jason Flemyng), sconvolto dal suo aspetto lo abbandona sulle scale di una casa di riposo gestito da Queenie (Taraji P. Henson). Benjamin è un neonato ma ha l'aspetto rugoso e fragile di un ottantenne. La sua avventura attraverso il Novecento è segnata dal passaggio inesorabile dal tramonto all'alba della sua esistenza. Nato anziano e malfermo sulle gambe, crescerà ringiovanendo anno dopo anno: il vecchio imprigionato nel corpo di un infante diventerà un giovane con un'anima attempata. Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher (uno dei talenti più strutturati e floridi del cinema americano moderno), ispirato a un breve racconto di F.Scott Fitzgerald ed esito di una lunghissima gestazione, è una commovente e calda meditazione sul tempo (biologico e cinematografico), un affresco di temi ed emozioni, l'odissea di un Candido che più che decifrare o elaborare pensieri profondi o acuti sugli eventi della Storia si chiede quanto si possa essere eroe e protagonista della propria storia, di quella vicenda circoscritta, limitata e provvisoria, che tutti si trovano ad interpretare. Benjamin Button sta alla prima metà del secolo scorso come Forrest Gump sta alla seconda. Le analogie tra i due film e i due personaggi sono dovute allo stesso sceneggiatore, Eric Roth. Abbandonandosi (azione non casuale e patto di fiducia proposto dal film allo spettatore ) al flusso delle immagini - lavorate con scrupolo e qualche eccesso manieristico dal regista - alla voce narrante, alle oscillazioni affettive tra presente e passato, alla mappatura dei paesaggi e dei passaggi psicologici, si apprezza la fusione tra tecnologia, effetti speciali, "trucco" e valori di un racconto sviluppato secondo le norme della sintassi classica. Come Big Fish, altro film meraviglioso sul desiderio di inventarsi e di sostenere il peso di una biografia insolita, Benjamin Button è un film sull'amore assoluto. L'amore materno sembra prevalere sulle altre accezioni possibili, quali la passione, differita dal diagramma anagrafico, tra il protagonista e Daisy, l'amore sovrastato dalla nostalgia per i familiari e gli amici perduti, l'amore di due solitudini nelle notti di parola spese nella cucina di un albergo. Il film ci rammenta che il tempo continua ad essere una convenzione. Un décalage di coincidenze, di inversioni di marcia, di bivi e ardui tornanti. Il nostro personale orologio accelera, frena, si inceppa. Per qualche frazione di secondo ci disloca in un flashback dell'esperienza. Vale la pena nuotare, conoscere tutto sui bottoni, ballare, essere colpiti da un fulmine, essere madri perché la vita e l'amore sono in prestito e, prima o poi, bisogna restituirli.

NOTE

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA.

- OSCAR 2009 PER MIGLIOR SCENOGRAFIA, TRUCCO ED EFFETTI VISIVI. LE ALTRE CANDIDATURE RICEVUTE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), ATTRICE NON PROTAGONISTA (TARAJI P. HENSON), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA, MONTAGGIO, COSTUMI E MISSAGGIO SONORO.

CRITICA

"Tolto il paradossale spirito iniziale, 'Il curioso caso di Benjamin Butten', candidato a 13 premi Oscar è un film all'antica. Volendo coinvolgere lo spettatore nell'analisi del protagonista, la cinepresa segue ritmi pacati. Questo non è un film da tagli rapidi e movimenti frenetici. Lo ha compreso Fincher e Pitt e gli altri attori lo hanno assecondato. Il racconto attraversa molti momenti storici, tutti risolti con sensibilità da un artista che si concede, qua e là, pause distensive: il sommergibile affondato dal rimorchiatore nella II Guerra Mondiale e l'uomo dell'ospizio colpito cento volte dal fulmine senza danni." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 13 febbraio 2009)

"Amore, morte, la fatalità del tempo che passa senza poterlo fermare. Il racconto di Fitzgerald più che curioso come l'autore lo aveva definito, semmai strambo, come giudicato dalla critica, interessò per anni il cinema, sia pure senza successo date le difficoltà soprattutto tecniche che faceva sorgere, oggi invece in anni in cui su uno schermo si può fare ormai quel che si vuole, ecco David Fincher tentare la prova affidando a Brad Pitt la parte del protagonista, avendolo già avuto al fianco in 'Sever' e in 'Fight Club'. Due thriller che non gli facevano comunque dubitare della sua capacità di affrontare una storia in cui lo strambo, appunto, si accompagnava al fantastico. Eccolo così ricorrere per il testo a Eric Roth, lo sceneggiatore di 'Forrest Gump', ed eccolo raccontare la vita a ritroso di Benjamin puntando molto sul suo candore e sulle sue ingenuità proprio alla Forrest Gump, fino a quell'amore che diventerà il punto fermo della sua vicenda. Con molto realismo nel resto, con una certa attenzione per le cornici e gli eventi in mezzo, lasciando che il segno stilistico più forte sia dato dalle immagini - la fotografia è di Claudio Miranda - quasi decolorate come
a voler citare i viraggi del cinema di ieri. Al centro, Brad Pitt è convincente anche quando il trucco e il corpo immiserito di un altro rischiano di cancellarne i carismi almeno fino a quando non ci apparirà come è oggi. Lo affianca Cate Blanchett con cui torna a far coppia dopo 'Babel', il momento più doloroso e drammatico del loro amore è quando l'età che con il tempo non si ferma, li dividerà di nuovo. Non era del tutto la cifra di Fitzgerald, ma è la più forte (e commovente) del film di oggi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 febbraio 2009)

"Soprattutto nuovo è lo spostamento dai colori picareschi e grotteschi di un racconto che voleva divertire e semmai ammiccare in modo piccante all'eterna ambizione maschile, di non smettere mai di amare donne sempre più giovani, al dramma romantico e melò di uno scherzo della natura e del destino, del corto circuito che rende impossibile un grande amore." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 13 febbraio 2009)

"Cosicché l'opera - un melodramma in stile fantasy, forse troppo lungo con i suoi 163 minuti - emoziona solo a tratti, soprattutto nella parte finale, quando si evidenzia drammaticamente il percorso di ringiovanimento del protagonista. Tuttavia il film, insistendo sulla frase che ripete spesso la madre adottiva di Benjamin "non sai mai cosa c'è in serbo per te", non manca di suscitare riflessioni sulla vita e sulla morte. (...) Così, mentre il messaggio sembra essere, malgrado tutto, che non importa se si è costretti a vivere la vita a ritroso, l'importante è come la si vive e che comunque ognuno è responsabile del proprio destino, in realtà è sempre più evidente che è il tempo a governare il destino di ciascuno. Non solo. In una società in cui si è alla ricerca dell'eterna giovinezza, dell'elisir di lunga vita, questa storia paradossale e malinconica ci dice anche altro. In primo luogo, insinua che ringiovanire potrebbe essere tutt'altro che un'esperienza piacevole, soprattutto se allontana inesorabilmente dalle persone amate; potrebbe anzi diventare una terribile condanna, stemperata solo - come avviene nel film e nel racconto - dal progressivo venir meno della memoria e dei ricordi. In secondo luogo, sottolinea che la vita va accettata così com'è, con i suoi ritmi, le sue stagioni, con le sue gioie e i suoi limiti, e che è vano illudersi di poter rovesciare il corso delle cose, sovvertendo e violentando la natura." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 febbraio 2009)

"Da una battuta di Mark Twain ('La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18') a un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, a un kolossal di David Fincher... l'idea di un uomo che cresce ringiovanendosi ha perso di mistero." (Dario Zonta, 'L'Unità', 13 febbraio 2009)

"Tutto qui, verrebbe da dire. Con un gran numero di eventi e di personaggi a movimentare questa cavalcata attraverso il Novecento, da cui però non si cava un minimo di emozione. C'è una pesante cornice narrativa con Cate Blanchett pure lei sfigurata dal make up, che dal letto di morte racconta tutto a sua figlia Julia Ormond. C'è la nascita prodigiosa di Benjamin, che il padre industriale lascia sulle scale di un istituto gestito da una donna di colore, a New Orleans. Poi l'infanzia in sedia a rotelle: l'iniziazione sessuale di quel vecchietto gagliardo (Ma chi sei - dice stremata la ragazza del bordello - Dick Tracy?) i primi amori, la passione contrastata, per quella bambina conosciuta troppo presto, o troppo tardi, e inseguita per tutta la vita, che da grande farà la ballerina (Blanchett, appunto). Inframezzata da viaggi; amori, liti, battaglie, che instillano nello spettatore un dubbio capitale. Forse l'errore è nel manico. Un film così andava fatto in 3D, appunto. Oppure in bianco e nero e con immagini poco definite che lasciano più spazio all'immaginazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2009)

"David Fincher si è sempre buttato senza rete nell'inconscio, nella follia (da 'Seven' a 'Zodiac') e qui prende l'occasione giusta per fare un salto in alto nel tempo e nello spazio, con avvio clamoroso anche se i trucchi di Rick Baker sono prodigiosi, ma non si ha mai l'idea di un bimbo. Poi il film si allunga e si gode come chewing gum, talvolta torna il sapore forte dell'idea originale, la lotta proustiana contro il Tempo che Resnais girò in 'Providence', altrove il filo si allenta, prendendo scorciatoie sentimentali. E affiorano temi fitzgeraldiani, notti tenere di jazz e caviale (è magica la parte con Tilda Swinton), ma il continuo trasloco d'epoche e look appesantisce un film di 166 minuti che non trova sempre l'equivalente visivo al vorrei dell'autore. Comunque piacerà tantissimo. Anche perché, volere o no, il contrasto con il tempo ci appartiene e piacerebbe provare questo sgambetto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 febbraio 2009)

"Gran brutta moda quella dei film chilometrici. Nel 1920 il saggio Francis Scott Fitzgerald aveva scritto un racconto di cinquantanove pagine: 'Il curioso caso di Benjamin Button', che, tanto per capirci al volo, compie il percorso esattamente inverso del più celebre 'Il ritratto di Dorian Gray'. Il dispersivo regista David Fincher (l'autore di 'Seven'), con la complicità degli sceneggiatori Eric Roth e Robin Swicord, lo ha allungato a dismisura trascinandolo oltre le due ore e mezzo. Quindi tra qualche risata, molti oh di meraviglia, per la sublime fotografia, i magnifici costumi e soprattutto gli stupefacenti trucchi, c'è tempo, eccome, per diversi sbadigli. Resta comunque un eccellente film, anche se tredici nomination all'oscar sono decisamente troppe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2009)
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