Il cane giallo della Mongolia

Die hohle des gelben Hundes

GERMANIA - 2005
Il cane giallo della Mongolia
Uno spaccato della vita di una famiglia nomade che vive in una remota regione della Mongolia. Il film trae spunto da un episodio che ha come protagonista Nansal, un bambina che trova un cucciolo di cane cui dà il nome di Zocher e che la sua famiglia inizialmente rifiuta. Quando il piccolo cane salva la vita del fratello minore di Nansal, il padre e la madre della bambina accettano di buon cuore il valoroso cagnolino.
  • Altri titoli:
    Der Mongolische Hund
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: AVVENTURA
  • Produzione: SCHESCH FILMPRODUKTION
  • Distribuzione: BIM (2006)
  • Data uscita 28 Aprile 2006

RECENSIONE

di Massimo Monteleone

Lassù, sulle montagne della Mongolia, il tempo sembra essersi fermato a secoli fa, all’esistenza semplice dei pastori nomadi, in accordo coi cicli della natura, e con fedeltà alle tradizioni orali e religiose (buddiste). Solo la motocicletta, che papà Batchuluun usa per raggiungere la città, rivela il tempo presente. E’ estate. I suoi tre bambini partecipano al lavoro quotidiano col gregge, assieme alla mamma. Questa vera famiglia nomade è stata scelta da Byambasuren Davaa (una regista mongola cresciuta nelle scuole di cinema tedesche) per girare Il cane giallo della Mongolia. E’ una “docu-fiction” che intreccia realtà e leggenda, documento etno-antropologico e racconto etico, antiche credenze (reincarnazione, rituali contadini) e attuali problemi della Mongolia (il passaggio dal nomadismo all’urbanizzazione). La sequenza insieme verista e simbolica, che esprime lo “smantellamento” della cultura nomade da parte della modernità, è quella della famigliola che smonta la tenda-abitazione per trasferirsi altrove. L’elemento esterno che però penetra nel nucleo familiare è un cagnolino, trovato in una grotta dalla bimba più grande, Nansal (6 anni). “Macchia” diventa suo compagno di giochi. Ma il padre non vuole che resti, teme che attiri i lupi a straziare le pecore. Nonostante il divieto, la bambina lo tiene di nascosto. La presenza dell’animale si ricollega alla “favola del cane giallo” che l’anziana della steppa racconta alla piccola. Mito ed esperienza reale quasi si confondono nella sensibilità infantile. Ma se il cane della leggenda scompare per “reincarnarsi” in un neonato, “Macchia” salva infine il fratellino di Nansal dagli avvoltoi, guadagnandosi l’accoglienza del capofamiglia. Dal punto di vista cinematografico, se da una parte la spontaneità dei protagonisti non ha bisogno di artifici (e le facce dei bambini si fanno contemplare con stupore), il ritmo e lo stile dell’autrice, documentarista per vocazione, appaiono un po’ statici e poco coinvolgenti. Dato che non si tratta di una puntata di “Quark”, forse la regia poteva inventare qualcosa di più.

CRITICA

"Con intenti quasi documentari, negli stupendi ed infiniti paesaggi mongoli visti in 'Urga' di Michalkov, la regista del 'Cammello che piange', Byambasuren Davaa racconta la vita quotidiana di una famigliola nomade col bestiame e il lupo che minaccia nottetempo. (...) Alla fine - l'unica sequenza davvero bella - il gruppo fa letteralmente le tende e muta domicilio, caricando la casa poeticamente sui carri mentre un camioncino viene ad avvertire che votare è un diritto ed è come un inserto fantascientifico. Tutto molto a tesi, buonista, ghiottonerie per antropologi alla Lévi Strauss." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 aprile 2006)
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