Ich war zuhause, aber

SERBIA, GERMANIA - 2019
3/5
Ich war zuhause, aber
Dopo la recente perdita del padre, uno studente di 13 anni scompare senza lasciare traccia per una settimana e improvvisamente riappare nel cortile della scuola, sporco e cambiato. Sua madre e gli insegnanti si confrontano con domande esistenziali. Il comportamento del ragazzo invalida, ciò che hanno dato per scontato fino a quel momento...
  • Altri titoli:
    I Was at Home, But
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: DART FILM & VIDEO

RECENSIONE

di Simone Porrovecchio

Arriva la poesia alla Berlinale con il contributo di Angela Schanelec Ich war Zuhause, aber (Ero a casa, ma). Tra i tre film tedeschi in competizione, questo è l’unico rappresentante della cosiddetta Scuola di Berlino, anche se il lavoro della Schanelec si sta evolvendo sempre di più rispetto alle sue controparti berlinesi.

Il film inizia con un mistero, il ritorno a casa di un ragazzo scomparso da una settimana, che non vuole dire dove sia stato. È forse il titolo ad essere il primo tassello del mistero? L’opera ricorda chiaramente uno dei primi capolavori del giapponese Yasujiro Ozu, Sono nato, ma. Forse la risposta alla scomparsa misteriosa è in uno spettacolo studentesco di Amleto, che in frammenti ritorna attraverso il film.

E il non chiaro, o non detto, non finisce qui. Anche la madre del figliol prodigo non si capisce quale funzione abbia nella scena culturale berlinese. La regista ci racconta solo questo: dopo la morte del padre dei suoi due figli, un regista teatrale, la sua visione della vita, sulla realtà e forse sulla morte è cambiata molto. Questa sfiducia nei confronti delle convenzioni della vita e delle convenzioni dell’arte ispira una serie di episodi di una marginalità fondamentale. C’è la sua disputa con il venditore di una bicicletta usata che non funziona a dovere.

Questo dissenso, tuttavia, procede in modo commovente e parallelo alla realtà che vive nelle strade di Berlino. O la lite con un’artista che ha fatto domanda per una cattedra in un’accademia. La critica che lei getta su di lui si trasforma nel dialogo centrale del film – e allo stesso tempo apre un metadiscorso sul film che stiamo vedendo. Cosa succede quando gioco e realtà, bugie e verità si scontrano violentemente, seppure in silenzio? La via scelta da Schanelec è nuova e antica allo stesso tempo, è il modo di Cocteau, Straub e Ozu: una teatralità consapevole che fotografa la realtà.

Una porta aperta sulla magia indefinita di un colore, un cielo stellato o una piccola meraviglia naturale come quella dell’asino, a cui la regista sembra dare, senza motivo, un ruolo centrale, decisivo. I giornalisti in conferenza stampa hanno disperatamente chiesto chiarimenti sul ruolo dell’asino nel lunghissimo piano sequenza, ovviamente invano. La via migliore per cogliere la poesia di questo film non è necessariamente quella che ci riporta al cinema.

NOTE

- IN CONCORSO AL 69. FESTIVAL DI BERLINO (2019).

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA AL 69. FESTIVAL DI BERLINO (2019).
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