I padroni della notte

We Own the Night

USA - 2007
I padroni della notte
Nella New York degli anni Ottanta, una famiglia che è sempre stata dalla parte della legge vede i due figli prendere strade diverse. Uno aprirà un locale notturno e si metterà al soldo della mafia russa, mentre l'altro cercherà di contrastarlo.
  • Altri titoli:
    La nuit nous appartient
    Helden der Nacht
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GIALLO
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX, 35MM (1:1.85)
  • Produzione: MARC BUTAN, JOAQUIN PHOENIX, MARK WAHLBERG, NICK WECHSLER PER 2929 PRODUCTIONS, INDUSTRY ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: BIM, DVD: BIM/01 DISTIBUTION HOME VIDEO (2008)
  • Data uscita 14 Marzo 2008

RECENSIONE

di Davide Turrini
L'idea è quella che I padroni della notte potesse durare almeno un'altra mezz'oretta rispetto alla timida versione finale di un'ora e quarantacinque. Lo diciamo perché è evidente che James Gray ha provato a far rientrare in un minutaggio canonico per le sale, l'epica saga familiare dei Grusinsky: padre Robert Duvall (Burt) capo della polizia, figlio Mark Wahlberg (Joseph) poliziotto devoto e quadrato come il padre, Joaquin Phoenix (Bobby) figlio reietto proprietario di un locale notturno da ballo. Siamo a New York, alla fine degli anni '80 e la mafia russa sta diventando la più potente gang del traffico di droga. Vadim, il mefitico capo dei russi è oltretutto un grande cliente di Bobby. Sarà la famiglia Grusinsky, un tutt'uno tra salotto di casa e centrale di polizia, a far pressione su Bobby affinché denunci il trafficante Vadim. La trappola scatta, ma la vendetta del russo sarà spietata. We Own the Night - questo il titolo originale - è cinema poliziesco allo stato puro che apre uno squarcio verosimile su una delle topiche classiche del cinema americano contemporaneo: l'unità della famiglia. Imbevuto di dicotomica violenza, I padroni della notte è più un progetto, un prototipo di film, dominato da archetipi strutturali e di genere, ma mai sviluppato più del dovuto in termini di psicologismi. Gray si sbilancia così su uno svolgimento narrativo piatto (ad esclusione delle tre scene madri di sparatoria), sperando nella completezza delle performance attoriali. Così, mentre può contare ciecamente su Duvall, Wahlberg e perfino la Mendes (la prima sequenza del film con lei e Phoenix è davvero conturbante), suona a vuoto un Phoenix catatonico e imbolsito. Negli annali la battuta di Duvall (80 anni) che si sta allenando in palestra, quando un suo collega gli arriva vicino, assieme al cappellano della centrale. I due in silenzio lo guardano e Duvall, riferendosi ai figli, dice: "Quale dei due?". Da gelare il sangue.

NOTE

- IN CONCORSO AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).


- LA REVISIONE MINISTERIALE DELL'AGSTO 2009 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Anche se più che l'intreccio, non imprevedibile, conta il gioco di risonanze affettive e familiari che Gray costruisce dentro a questo microcosmo di russo-americani più o meno integrati, conniventi o criminali. Con risonanze quasi bibliche nell'intrecciarsi di legami di sangue e di fedeltà dietro alla guerra sempre più feroce combattuta da Phoenix contro i suoi ex-amici. E con straordinarie impennate di stile che confermano il grande talento visivo di Gray, ma anche la natura intimamente manierista di un cinema che sembra sempre curiosamente in costume. Non perché evochi un passato relativamente recente, ma per il respiro mitico che si sforza di infondere nei suoi personaggi. Finendo però per accettare un finale posticcio poco intonato all'aria di tragedia che incombe sul resto del film." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 maggio 2007)

"Quanto contano i miti personali dei critici? Moltissimo, anche se l'equilibrio professionale dovrebbe essere in grado di non conceder loro credito illimitato. Sostenendo, allora, che 'We Own the Night' ('La notte ci appartiene') è il miglior titolo finora passato in concorso, ci sembra di andare al di là della nostra ammirazione per i film dedicati alle odissee quotidiane del NYPD, il corpo di polizia che incarna uno dei simboli più carismatici dell'ecumene newyorkese. Del resto il trentottenne James Gray non è un autore sbrigativo o seriale: dopo il folgorante esordio con 'Little Odessa' arriva, infatti, oggi a firmare il terzo film in dodici anni per restare fedele al suo senso classico - potremmo dire anti-tarantiniano - della drammaturgia e dell'estetica cinematografiche. (...) Gray non ha alcuna intenzione di reinventare il genere, ma la linearità e persino la prevedibilità narrativa s'inquadrano in un teorema tanto elegante quanto risolutamente anti-televisivo: da una parte, la livida fotografia, le tenebrose scenografie, il montaggio ieratico e le musiche indiavolate rievocano le viscerali atmosfere del neo-noir alla Coppola, Friedkin o Scorsese; dall'altra, la densità delle recitazioni e la stilizzazione della violenza rendono il pathos eloquente e, soprattutto, credibile rispetto alla cruciale questione di una frattura insieme familiare, morale e sociale." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 26 maggio 2007)

"Classe 1969, James Gray è uno dei rari registi americani ad aver tale considerazione per il cinema
anni Settanta da rifiutare gli effetti speciali, in favore di un rigore classico. Nel 1994 'Little Odessa' ciò gli è valso il leone d'argento alla Mostra di Venezia (e la coppa Volpi a Vanessa Redgrave); nel 2000 il suo 'The Yards' è stato presentato al Festival di Cannes; ora firma 'We Own the Night' ('La notte ci appartiene', motto della polizia di NewYork). I tre film di Gray si somigliano: sono sempre gialli a sfondo familiare, con risvolti di tradimento, che guardano al primo Scorsese ('Mean Streets') e al Coppola dei vari Padrino. Nonostante la cadenza non proprio assillante con la quale escono i suoi film, o Gray non trova chi gli finanzi storie diverse o non ha altri interessi nella vita che la malavita. Così con 'We Own the Night' si ha di nuovo la sensazione di déjà vu. Che si aveva con 'The Yards' rispetto a 'Little Odessa'. (...) Nulla è meno che professionale in 'We Own the Night', ma i personaggi sono logori. Uno l'incarna Tony Musante, con severa dignità." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 26 maggio 2007)

"Il regista, dichiaratamente viscontiano nelle sue ossessioni patrilineari, James Gray (e un cast superbo, da Robert Duval, il patriarca piedipiatti, ai figli, diversamente indocili e dello stesso dipartimento, Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg; che sono perfettamente rispecchiati nella struttura piramidale della contrapposta mafia russa) riprende, non senza humour perfido, lo schema del 'giustiziere della notte' alla Michael Winner, rovesciandolo secondo le sensibilità di una nazione in guerra, bisognosa di segnaletica e disciplina esplicita." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 26 maggio 2007)

"Venature mistiche e simbologie religiose apparentano 'I padroni della notte' a certi film di Scorsese o di Abel Ferrara. Circola un'atmosfera depressiva che si traduce in scelte scenografiche: il minaccioso locale notturno, gli squallidi distretti di polizia, i motel anonimi e tetri." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 marzo 2008)

"'Padroni della notte' è un'immersione totale nei luoghi della città, una New York anti-cartolina. I suoi rituali etnici in via di estinzione, sradicati dalla gentrificazione del tessuto metropolitano. I personaggi che si materializzano dal buio e dalla pioggia per poi venirne reinghiottiti. Bellissima la scena dell'inseguimento in macchina. Barocco, eccessivo come iperbolico melodramma criminale giapponese il finale tra le canne. Gray manca di ironia, di distanza. In realtà, l'essere un occhio così 'fuori moda' dà al suo cinema una ricchezza preziosa." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 14 marzo 2008)

"Una difficile e bella storia di famiglia simile alle tante uscite in questo periodo: interessante anche perché diretta dal singolare regista newyorchese trentottenne autore di 'Little Odessa' (...) Il film forte, ben fatto, moraleggiante, svela un dettaglio criminale: gli spacciatori possono trasportare droga sul pelo delle pellicce femminili. Prediletto l'opossum." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 marzo 2008)

"'I Padroni della notte' è un poliziesco vecchio stampo che James Gray si lascia sfuggire di mano solo nel finale, un po' troppo a cliché. Gray è un cineasta 'raro' (finora tre film, uno ogni sei anni) con ossessioni riconoscibili: racconta sempre favole morali sullo sfondo di una Brooklyn violenta e multietnica, nella quale i valori arcaici dei vecchi immigrati vengono messi alla prova dalle sfide della 'giovane America'." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 14 marzo 2008)

"James Gray, classe 1969, sfrutta il motivo più classico dei fratelli rivali in seno al suo ambiente favorito, la comunità russo-americana (era suo il notevole 'Little Odessa'). (...) Più che l'intreccio, non imprevedibile, conta il gioco di risonanze affettive che Gray costruisce dentro a questo microcosmo di russo-americani più o meno integrati, conniventi o criminali. Con risonanze quasi bibliche nell'intrecciarsi di legami di sangue e di fedeltà dietro alla guerra spietata combattuta da Phoenix contro i suoi ex-amici. E con straordinarie impennate di stile che confermano il grande talento di Gray, ma anche la natura intimamente manierista di un cinema che sembra sempre curiosamente "in costume". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2008)

"James Gray, di cui in Italia si è visto solo il magico debutto 'Little Odessa', è un autore che parla solo di e col cinema, osservando i volti e muovendo la macchina, agendo di montaggio e di sceneggiatura ma anche richiamando in servizio la tragedia greca. Un film che fila via senza stop come un treno nella notte, ricco di cromosomi di Aldrich e Fleischer. E l'analisi di sentimenti in gloria finale di famiglia non sbanda nella retorica: il soggetto così banale e telefilmico diventa qualcosa che ci sembra di vedere per la prima volta. Anche perché è molto azzeccato il trio con papà Duvall e i suoi juniores, Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 marzo 2008)
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