I giorni del cielo

Days of Heaven

USA - 1978
Bill, un operaio costretto a fuggire da Chicago per una lite con il padrone, si dirige verso i campi del Midwest insieme alla giovane amica Abby e alla sorellina Linda. Trovato lavoro presso l'immensa fattoria del giovane Chuck, Bill e Abby notano l'interessamento del padrone per la ragazza che, tra l'altro, si è fatta passare per sorella di Bill. Per pura casualità Bill viene a sapere che il ricco rivale è condannato a sicura e rapida morte da male incurabile e per questo spinge Abby ad accettarne l'offerta di matrimonio. L'avvenimento permette a Bill e a Linda di stabilirsi nella casa di Chuck a stagione finita, assaporando i piaceri della ricchezza. Tuttavia, quando Bill s'accorge che Abby si sta innamorando del marito, tenta di riconquistarla ma poi si allontana. Quando Bill, non potendo dimenticare Abby, torna dall'amata, Chuck ha modo di consolidare i sospetti propri e quelli dell'anziano fattore. Infuriato, il marito tradito dà fuoco alla piantagione invasa dalle cavallette; lega la moglie e affronta Bill che lo uccide. Bill, Abby e Linda devono nuovamente vagare. Vengono raggiunti dal fattore e dalla polizia che colpisce a morte Bill. Linda, che ha annotato diligentemente tutti i fatti e li ha raccontati, scappa dall'istituto dove è stata internata da Abby e si trova a vagare di nuovo accanto ad una ragazza con la quale ha fatto amicizia.

CAST

NOTE

- OSCAR 1979 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA. CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR COLONNA SONORA, COSTUMI E SONORO (JOHN WILKINSON, ROBERT W. GLASS JR., JOHN T. REITZ, BARRY THOMAS).

- DAVID DI DONATELLO 1979 PER MIGLIORE ATTORE STRANIERO (RICHARD GERE, EX-AEQUO CON MICHEL SERRAULT PER "IL VIZIETTO" DI EDOUARD MOLINARO) E MIGLIOR SCENEGGIATURA STRANIERA.

- PREMIO COME MIGLIOR REGISTA A TERRENCE MALICK AL FESTIVAL DI CANNES (1979).

- BAFTA 1980 PER LA MIGLIORE MUSICA AD ENNIO MORRICONE.

CRITICA

"(...) Riassunto così 'I giorni del cielo' ha sapore di un melodramma sul tema della ricchezza distruttrice. Visto sullo schermo, riceve un fascino inconsueto dalla messinscena di Malick, dal suo gusto della composizione (forse fin troppo studiata, per cui l'eleganza formale talvolta raffredda l'impatto emotivo), dal contrappunto fra l'ambiguità dei sentimenti e l'insidiosa doppiezza della natura. Soprattutto da una sorta d'iperrealismo che sublima in magica ballata i temi antichi dell'avventura, della fatica, delle minacce incombenti sull'Eden. Disteso nell'inno all'oro del grano o contratto fra le pieghe d'anime oblique (bellissima è la scoperta delle cose dei ricchi da parte di Abby), il film è sempre - anche per una parentesi burlesca che ne accentua il tono fantastico - intensamente sui fatti e sul loro senso storico e sociale, ma come in una tragica fiaba li descrive e li mitizza. Fa piacere che insieme all'interpretazione di Richard Gere (un Bill dal tratto robusto), di Brooke Adams (venuta dall'Actors' studio a dare ad Abby commossi chiaroscuri) di Sam Shepard (il padrone), anche le musiche di Ennio Morricone aiutino lo spettacolo ad acquistarsi un posto di bel rilievo nel cinema americano e nel nostro immaginario". (Giovanni Grazzini, 'Corriere della Sera')

"(...) Quanto nel primo film di Malick era secco e riarso, tanto, in questo secondo, è effuso e caldo, con predilezioni manifeste, nelle situazioni e nei dialoghi per la letteratura. A volte in modo persino troppo insistito (la voce 'off' del personaggio che ricordando racconta, enuncia spesso frasi e concetti che sanno troppo di poesia libresca), in genere però con un'attenzione ispirata per le cornici naturali, i ritmi delle stagioni, le scenografie e, determinati da questi, i ritmi degli animi, messi in evidenza da una passione cui non è mai estraneo comunque un certo distacco specie quando il dramma comincia a prepararsi e quelli che, per tre poveri infelici - una ragazza con il suo amante e la sorellina di lui - potevano essere dei veri e propri 'giorni di cielo' come annunciava il titolo della versione originale, si trasformano in un girone infernale in cui ogni speranza si dissolve. Dà evidenza e rilievo figurativo alla vicenda, ma soprattutto alle cornici e alle stagioni, la fotografia sontuosa di Nestor Almendros non a caso quest'anno premiata con l'Oscar. Tutto ben considerato ha persino più peso della regia: è sempre quadro, pittura, con un senso profondo della luce, del colore e con uno sfoggio continuo di virtuosismi tecnici d'ogni tipo, ai limiti spesso dell'acrobazia. Con il rischio, ad ogni immagine, del troppo prezioso, dell'effettistico, sempre però con un'armonia cui, almeno sul piano strettamente visivo, non si può non aderire (sia pure con il sospetto, legittimo, del calligrafico e del compiaciuto (...)".(Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo')

"Fra i sintomi di un ritorno al mondo contadino, nella galleria di film che va dalle commedie rusticane del sovietico Sciukscin a "Novecento" da"Padre padrone" a "L'albero degli zoccoli", si colloca questa ispirata evocazione del Texas Panhandle prima dell'intervento americano nella guerra '14-'18. Senza aver dietro un romanzo, ma nel gusto avvertito di una narrativa alla Theodor Dreiser, Terrence Malick si rifà alla saga dei braccianti agricoli che popolavano nelle grandi baronie terriere delle comunità provvisorie quanto tumultuose. (...) Testimonianza di un talento già sicuro, rigoroso nell'amministrare i tesori della fotografia di Nestor Almendros e di una cattivante partitura di Ennio Morricone, il film riesce a combinare la sacra ritualità del lavoro campestre con l'intimo disagio di una nevrosi osservata sotto un doppio profilo individuale e sociale. Dalla narratrice Linda Manz alla tragica coppia Richard Gere e Brooke Adams, gli interpreti sono utilizzati al meglio delle loro possibilità, ma l'apparizione più intensa è quella del commediografo Sam Shepard, il nobile e patetico feudatario morente". (Tullio Kezich, 'Panorama')
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