I fratelli Sisters

The Sisters Brothers

FRANCIA, BELGIO, ROMANIA, SPAGNA - 2018
3,5/5
I fratelli Sisters
Oregon, 1850. Un cercatore d'oro è inseguito dal famigerato duo di assassini, i fratelli Sisters...
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: WESTERN
  • Tratto da: omonimo libro di Patrick Dewitt
  • Produzione: PASCAL CAUCHETEUX, MICHAEL DE LUCA, ALISON DICKEY, MEGAN ELLISON PER ANNAPURNA PICTURES, MICHAEL DE LUCA PRODUCTIONS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES (2019)
  • Data uscita 2 Maggio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Certe volte il cinema è bizzarro. Perché capita che nel giro di neanche 24 ore ti metta di fronte a due film completamente distanti, per racconto, ambientazioni, periodo, eppure così radicalmente vicini.

E così, dopo il polar umanista di Oelhoffen (Frerès Ennemis), film che non può non aver fatto pensare ad una matrice molto prossima alla poetica di alcuni lavori di Jacques Audiard, ecco che la Mostra di Venezia ospita proprio la nuova opera del regista del Profeta e Dheepan, The Sisters Brothers, western ambientato nel 1851 e incentrato – guarda caso – su due fratelli, che di cognome fanno Sisters, ovvero “sorelle”.

Sulle loro mani scorre il sangue, quello di criminali o innocenti in egual misura, perché per vivere Charlie ed Eli Sisters sanno fare solamente questo: uccidere.

Assoldati, ancora una volta, dal losco commodoro (Rutger Hauer, un paio di pose, entrambe silenziose, la prima lo scorgiamo dietro ad una finestra, la seconda in una bara), i due si mettono sulle tracce di un detective (Jake Gyllenhaal) impegnato a seguire un uomo (Riz Ahmed) che deve prima essere bloccato. E poi, ovviamente, fatto fuori.

Dall’Oregon alla California, il viaggio non sarà solamente uno spostamento di natura fisica. E seppur rifuggendo la più ovvia mitologia insita nella cinematografia western, Audiard trasla quell’anomalo romanzo di formazione firmato da Patrick DeWitt (su cui il film è naturalmente basato) in un anomalo “on the horses” che guarda sì ad esempi recenti quali Hostiles o Le tre sepolture ma operando uno scavo ancor più intimistico sulla natura dei rapporti umani. E sulla possibilità, o meno, che la natura degli uomini possa mutare a seconda delle prospettive in campo.




Caccia all’uomo e caccia all’oro: Audiard per tutta la prima parte del film sembra voler costruire una sorta di doppio buddy-movie, con questo strano gioco delle coppie Reilly-Phoenix / Gyllenhaal-Ahmed, sfruttando gli evidenti contrasti in gioco, maggiormente evidenti per quello che riguarda i personaggi dei due fratelli. Uno, Charlie, pragmatico e senza fronzoli, è nato per uccidere e per sbronzarsi; l’altro, Eli, sembra invece più incline a farla finita con quel tipo di vita, è aperto al nuovo, al punto di acquistare anche uno spazzolino da denti (avete mai visto un western in cui qualcuno si lava i denti?...), porta con sé uno scialle lasciato in eredità da un’amata di cui sapremo nulla di più, si affeziona al proprio cavallo neanche fosse suo figlio: così lontani, così diversi (anche fisicamente, non a caso), entrambi però cresciuti all’ombra di un padre violento e ubriacone.

È un discorso legato alla violenza dei padri fondatori contrapposta ad un’utopia di civilizzazione e realtà democratica: Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), l’oggetto della caccia iniziale, è un chimico che ha scoperto una formula in grado di far brillare l’oro che si nasconde tra le pietre dei letti dei fiumi. Morris (Gyllenhaal), il detective assunto con il compito di rallentarne la corsa e tenerlo fermo in attesa dell’arrivo dei due fratelli, un uomo, anche lui, fuggito da un padre non proprio irreprensibile.

Il percorso di ognuno di questi quattro personaggi conduce ad una sorta di illuminazione. Perché non è tutto oro quel che luccica, ma ogni tanto si può anche credere che sia così. Cambiando il modo di vedere le cose.




Prova a farlo, in qualche modo, lo stesso Audiard, che per la prima volta abbandona le periferie urbane e si tuffa nell'ignoto di una natura fredda e inospitale, alternandola a piccoli e polverosi paesini (come il neonato Mayfield, nella fase forse più esilarante del film) fino ad arrivare al caos di San Francisco. Mutano le ambientazioni e il periodo storico, restano le stimmate di un cinema che non dimentica mai l'oggetto primario della sua attenzione: l'uomo, la sua natura, la profondità delle relazioni, la sua violenza e le aberrazioni, la ricerca di felicità e la possibilità di un cambiamento.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON PAGE 114 e WHY NOT PRODUCTIONS.

- LEONE D'ARGENTO - PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA ALLA 75. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2018).

CRITICA

"Un western così non l'abbiamo mai visto: cowboy efferati che si lavano timidamente i denti; corsa all'oro corrosiva e fratellanza commovente Lo sceneggiatore e regista francese Jacques Audiard - al suo debutto in lingua inglese - simula la 'Frontiera in Europa'. L'attore Mark Reilly è superbo, premio prenotato." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 3 settembre 2018)

"Un'altra America, quella del West, è invece al centro di 'The Sisters Brothers' di Jacques Audiard, (...) Tra sparatorie e tradimenti, cambi di fronte e inseguimenti, il film si trasforma in una specie di riflessione sui miti fondanti di una nazione, a cominciare dal fascino della Natura e il gusto dell'Avventura. (...) Non è la prima volta che un europeo si misura con il più americano dei generi ma a differenza di Sergio Leone, il francese Audiard tiene a freno l'epica per privilegiare uno spirito picaresco da racconto morale avvincente e divertente. Per me un altro possibile candidato al Leone d'Oro." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 3 settembre 2018)

"Il western continua a essere dannatamente divertente a Venezia dopo il film a episodi dei fratelli Coen. 'The Sisters Brothers' di Jacques Audiard (Palma d'oro a Cannes nel 2015 con 'Deephan') è un'esilarante cavalcata di due coppie a tema virilità e utopia. (...) Sembra Pulp Fiction nel vecchio west: chiacchiere, malavita a cavallo, humour e schizzi di sangue. Poi la pellicola va nella stratosfera quando le due coppie litigiose diventano quattro uomini forse pronti a una svolta rivoluzionaria nelle loro vite da buzzurri per partecipare a un nuovo mondo fatto di amabile psicanalisi, libertà sessuale (due di loro, forse, si innamorano pure) e abbattimento del saggio di profitto. Praticamente da pistoleri a marxisti. Un bel cambiamento per chi dormiva ogni notte con la mano sulla pistola mentre i ragni gli entravano in bocca nidificando nell'intestino. Audiard non è mai stato cosi spiritoso perché, oltre a citare apertamente Tarantino, pare riprendere la satira del Mel Brooks di 'Mezzogiorno e mezzo di fuoco' che per primo aveva parodiato alla grande quei maschiacci del Vecchio West." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 3 settembre 2018)
"Il francesissimo Audiard riesce nel genere western meglio di come abbiano fatto negli ultimi tempi la gran parte dei registi americani. Forse perché il suo principale obiettivo non è il gioco cinefilo o la riflessione sulla "nascita di una nazione" ma una storia divertente e con una tensione narrativa e morale non superficiale tra i personaggi. (...) un racconto ben costruito, con una regia e sceneggiatura esemplari, e un cast straordinario." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 3 settembre 2018)

"E non è un western, semmai un lungo apologo più vicino alla fiaba ambientato nel West (girato in Romania), 'The Sisters Brothers' del francese Jacques Audiard, derivato dal romanzo del canadese Patrick DeWitt (Neri Pozza), con gli yankee Joaquin Phoenix e John C. Reilly. Dice assai già il gioco di parole del titolo (...). Nel vasto dizionario di retorica del western qui vale il principio del condizionamento tra buoni e cattivi: il cercatore e l'investigatore si alleano per fondare una nuova società, i due fratelli si aiutano e passano al Bene. Più che dal giro dei fratelli western, dagli Allison (Clark Gable e Cameron Mitchell) de 'Gli implacabili' ai terribili Jessie e Frankie James di molti episodi di Wyatt Earp, questi due vengono da un libro 'Cuore' con le pagine avvelenate. A oggi, ha incassato l'applauso più schietto." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 3 settembre 2018)
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