I figli del fiume giallo

Jiang hu er nv

CINA, FRANCIA - 2018
3/5
I figli del fiume giallo
Qiao, una ballerina innamorata del gangster Bin, si trova coinvolta in un combattimento tra bande locali e per difendere l'uomo che ama spara un colpo di pistola. Per questo viene condannata a cinque anni di carcere. Dopo il suo rilascio, Qiao va alla ricerca di Bin per ricominciare una vita insieme a lui. Ma non tutto è come prima...
  • Altri titoli:
    Ash is Purest White
  • Durata: 141'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: D-CINEMA, ARRI ALEXA XT, ARRIFLEX 435
  • Produzione: SHOZO ICHIYAMA PER SHANGHAI FILM GROUP CORPORATION, XSTREAM PICTURES, HUANXI MEDIA GROUP LIMITED, HUANXI MEDIA GROUP LIMITED, MK PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON ARTE FRANCE CINÉMA
  • Distribuzione: CINEMA DI VALERIO DE PAOLIS
  • Data uscita 9 Maggio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Quando le cose bruciano ad altissime temperature sono più pure, ma durano? E’ la calcinazione la cifra poetica, e ideologica, di Ash Is Purest White, il nuovo film del talentuoso cinese classe 1970 Jia Zhang-ke, Leone d’Oro nel 2006 con Still Life e poi pluripremiato, in Concorso a Cannes 71.

Dal precedente Mountains May Depart, Cannes 2015, mutua le dimensioni d’affresco, la ripartizione in tre epoche, l’addossamento ai personaggi quali vettori e Virgilii nella Cina oggi. Non più un triangolo, ma una coppia: il boss di provincia Bin (Liao Fan) saggio e pacato e la sua fidanzata Qiao (Zhao Tao), tosta, volitiva e, a conti fatti, predominante, sono loro le cartine la tornasole dei cambiamenti repentini, drastici, immani che il Paese asiatico affronta oggi, e che ne riguardano il tessuto sociale, l’architettura industriale, persino l’oro e l’idrografia (le Tre Gole del fiume Yangtze).

Addavenì, ed è già arrivato, il capitalismo, e abbracciarlo equivale disabbracciarsi: per Bin e Qiao, sopra tutto per Jia Zhang-ke, che usa la love story per riflettere sull’evoluzione dei codici d’onore (criminali, relazionali, etc.) al mutare del contesto. Che cosa va in cenere e che cosa permane? Qiao finisce in prigione, si è immolata per Bin e si fa cinque anni, ma non lo trova ad aspettarla: che ne è di Bin, che ne è della loro relazione? Jia tallona per due ore e 21’, cercando nella ricerca di Qiao le tracce del rogo – quanto poi? – controllato che divampa in Cina: truffe abortive, cattoliche che rubano, miniere in dismissione, palazzoni da sommergere, ex autisti in Bentley, sedie a rotelle e la certezza che tutto cambia, le persone e i rapporti in primis.

C’è in Ash Is Purest White la dolenza crespuscolare degli yakuza movie fuori tempo massimo di Kitano Takeshi, qualche eco di Kill Bill in Qiao, se vogliamo, ma ogni vendetta, ogni rivalsa è impossibile perché si è davanti a uno specchio: non è un film perfetto, è troppo lungo e meno compatto di Mountains, e anche meno interessante, però Jia si conferma senza moralismi né lezioni la coscienza fatta cinema della Cina oggi.

Il suo cinema come Araba Fenice, i suoi amori come tubi di scappamento: che cosa, se rimane, è più puro?

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: ARTE FRANCE, BEIJING RUNJIN INVESTMENT, WISHART MEDIA CO., ENCHANT (SHANGHAI) FILM AND TELEVISION CULTURE CO.

- IN CONCORSO AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018).

- PRESENTATO AL 36. TORINO FILM FESTIVAL (2018), NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"(...) Presentato al festival di Cannes dell'anno scorso, 'I figli del Fiume Giallo' è il nuovo grande film di uno dei grandi registi contemporanei. Attraverso le sue opere negli ultimi vent'anni Jia Zhang-ke ha raccontato la mutazione della Cina (come a dire: il cuore della nostra storia globale) attraverso drammi personali, sfiorando i vari generi in opere di grande respiro. E in questo caso fa una sorta di riepilogo del proprio cinema: anche alla lettera, perché utilizza a volte riprese girate in vari momenti della sua carriera, e abilmente mescolate, come a creare una invisibile stratificazione. Anche la vicenda ripercorre atmosfere dei suoi lavori precedenti (...) la fanno lievitare alle dimensioni di un grande romanzo che copre due decenni di storia, dal 2001 al 2018. Tra questi momenti, spesso memorabili, spiccano le parentesi tipiche del regista con brani di musica pop (qui i Village People e la cantante cantonese Sally Yeh), più malinconiche che ironiche, come un ballo incosciente e leggero ai bordi di cambiamenti epocali. Allo stesso modo, sfondo e primo piano si scambiano idealmente i ruoli all' interno dell'inquadratura. Protagonisti diventano i luoghi mutanti attraversati dai personaggi: le città, i villaggi, le imbarcazioni, la diga delle Tre Gole (già al centro, fra l'altro, di 'Still Life', Leone d'oro a Venezia nel 2006) si impongono con un'evidenza assoluta, attraversati dalla macchina da presa di ieri e di oggi. E il film, oltre che un dramma umano reso con autenticità, diventa una riflessione sullo spazio e sul tempo, radicata nella storia." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 9 maggio 2019)

"Ci sono storie interrotte che tornano nei film di Jia Zhang-ke, qualcosa sospeso nello scorrere del tempo, travolto dalla realtà del mondo il cui battito non si accorda quasi mai con chi lo percorre. Questione di ritmo, o di desiderio, a volte sbagliare il passo, troppo avanti o troppo indietro, può essere una scelta di vita. 'I figli del fiume giallo', il nuovo film di Jia Zhang-ke che esce in Italia un anno dopo la presentazione allo scorso Festival di Cannes - e il doppiaggio, vale ripeterlo, suona davvero arcaico in un film così - è un melò, un noir, la storia di un amore, un omaggio ai film di cappa e spada di Hong Hong e a John Woo, citato in alcune sequenze, in cui entra con prepotenza la contemporaneità che per il regista, nato nello Shanxi prende forma nel suo Paese. Film dopo film dagli esordi di 'Pickpocket', ne ha illuminato mutamenti drastici, violenza, contraddizioni nell'intimità esistenziale dei suoi personaggi, nei luoghi, nei cambiamenti del paesaggio che il romanzo di 'Ash is Purest White' - questo il titolo internazionale del film - sembra quasi ripercorrere come un «archivio» dei suoi film precedenti. (...) Forse è anche autoritratto 'I figli del fiume giallo', il racconto della giovinezza e della sfida di un fare cinema che, con la stessa ostinazione di Qiao, continua a cercare nuove e possibili scommesse. Soffermarsi ancora su quei luoghi a distanza è un modo per riguardarli, per cogliere dettagli, sfumature impreviste che sono sfuggite e che offrono invece chiavi importanti rispetto al presente. E al futuro. Dice Jia Zhang-ke: «La città del mio primo film, 'Pickpocket' è stata demolita. Il decor naturale di 'Still Life' e le cittadine intorno presto saranno completamente scomparsi. Le fabbriche di '24 City' non esistono più. Questi drastici mutamenti rendono ancora più necessario il compito del cinema che è quello di opporsi all'oblio...». Le immagini e le storie. L'ultima scena di 'I figli del fiume giallo' mostra la vita della protagonista e ciò che la circonda attraverso una telecamera di sorveglianza. C'è la malinconia di qualcosa che si è perduto e insieme la dichiarazione di un movimento che continua: la volontà di una resistenza come quella di Qiao , fedele ai suoi principi nonostante tutto, il piacere di una forma poetica che destabilizza. Con dolcezza." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 9 maggio 2019)

"Certamente avvinto al suo cinema che racconta il divenire del Paese, Jia Zhangke chiude nelle segrete del gangster movie 'I figli del fiume giallo' una love story che dal 2001 al 2018 in 3 capitoli, si sgretola in polvere. Tipo un 'C'era una volta in Cina' con l'occhio al poliziesco di Hong Kong e un'anima che soffre nel degrado global del paese che balla Y.M.C.A. Un grande personaggio e una grande attrice, Zhao Tao, quasi alla Kill Bill (...). In un algoritmo sociale impazzito il film vive di nichilismo nostalgico e terrore del domani: lo slancio epico si scontra con l'epoca e poi sprofonda nelle tre Gole, tra inondazioni, miniere e una irriconoscibile popolazione di uomini miseri e piccoli." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 maggio 2019)

"Non ingannino né la targa (Cina), né la vetrina (Festival di Cannes), che bastano alla critica colta per eleggerlo capolavoro. Questa storia d' amore, che si snoda dal 2001 al 2018, ha le carte in regola per piacere a tutti. (...) Mezz'ora meno sarebbe certo stata salutare, ma, a conti fatti, va bene anche così." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 maggio 2019)
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