I bambini sanno

ITALIA - 2015
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I bambini sanno
Un viaggio nell'infanzia raccontato attraverso gli occhi, i volti e le voci dei bambini, per conoscere i loro progetti futuri, i loro sogni e la loro opinione sui grandi temi della vita.

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RECENSIONE

di Massimo Giraldi

39 bambini tra i 9 e o 13 anni. Ognunoi viene intervistato nella propria stanza. La telecamera, che documenta in presa diretta le loro testimonianze, diventa il mezzo per guardare il mondo con gli occhi dei più piccoli, per toccare da vicino pensieri, sensazioni, attese, desideri, speranze. Quella che emerge è una confessione a cuore aperto sul presente e sul futuro dell’Italia, un tipo di approccio alla vita secondo quello che si agita nella mente e nel cuore della futura generazione di italiani.
All’inizio c’è una frase tratta da Saint Exupery: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stufano di spiegargli tutto ogni volta”. Detta la prima volta, fa un certo effetto, più avanti ne emerge quella certa banalità che riassume il fiato corto dell’operazione.
Lo scorso anno (2014), per il suo film d’esordio (‘opera prima’ sembra troppo generoso), Walter Veltroni aveva diretto Quando c’era Berlinguer e certo si trattava di una materia con la quale per vari motivi aveva maggiore confidenza: conoscenza diretta del protagonista e di altri personaggi coinvolti; possibilità di usare vecchi spezzoni d’archivio, interviste d’epoca, in parallelo e sul fronte contemporaneo incontri con giovani per i quali il none appariva quasi sconosciuto. Insomma un lavoro utile di ricostruzione di una fetta importante della memoria storica e politica dell’Italia recente. Il salto fatto ora obbliga a scendere su un terreno delicato, difficile, scivoloso. I bambini si vedono rovesciare addosso domande alle quali non si capisce come possano rispondere nei tempi minimi indotti dalla telecamera.
“Cosa serve nella vita per essere felici?” è una di queste, oltre ad altre opinioni sollecitate su temi quali amore, famiglia, religione, sessualità. Non è possibile naturalmente dubitare circa l’autenticità delle risposte ma è forse lecito avanzare qualche perplessità sull’opportunità o meno di sollecitare pensieri in bambini con un equilibrio ancora in via di formazione e non ancora in grado di difendersi e controbattere.
Ne emerge la sensazione di un confronto sperequato e sbilanciato, nel quale l’adulto mette in campo la propria inevitabile ‘superiorità’ e i bambini sono costretti a subire richieste incalzanti di spiegazioni su argomenti che non possono ancora conoscere bene. L’intervistatore ci mette solo un algido contenitore di richieste di spiegazioni, senza mai aiutare, andare incontro, cercare di essere portatore di gioia, leggerezza, comprensione.
Si chiude dopo quasi due ore monotematiche, senza il ricordo di qualche passaggio commovente e anzi con la sensazione di un prodotto artificioso, fuori centro, un po’ accomodante.

NOTE

- VIGNETTE: FRANCESCO TULLIO ALTAN.

- CONSULENZA EDITORIALE: MICHELE ASTORI ED ELENA SCIOTTI.

- PRODUTTORE ESECUTIVO: OLIVIA SLEITER.

- PRODUTTORI ESECUTIVI SKY: NILS HARTMANN, ROBERTO AMOROSO E SONIA ROVAI.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2016 COME MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO.

CRITICA

"Tra 'I bambini ci guardano' (1943) di De Sica e 'Il futuro - Comizi infantili' (2007) di Stefano Consiglio, il 'buonista' Veltroni rimanda al mittente l'etichetta e conta su vera sensibilità di ascolto, ripresa e montaggio di «visioni di umanità in crescita», anche se la fiducia nella sola forza dei primi piani, nelle loro stanzette o sul seggiolino nel campo nomadi a volte mostra la corda. Giusto." (Silvio Danese, Nazione - Carlino -Giorno, 24 aprile 2015)

"Facce fresche, nuove, occhi profondi che sanno bene accompagnarsi alle parole pronunciate con accenti diversi, da nord a sud e riuscendo anche solo con poche immagini a farci conoscere situazioni familiari e sociali. (...) Non però episodi staccati, perché il testo e la regia di Veltroni riescono a tenere tutto unito, alternando con ritmi fluidi quei volti e quelle parole che non tardano a diventare un tutt'uno narrativo e, in qualche caso, anche poetico." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 23 aprile 2015)

"'I bambini ci guardano' ammoniva Vittorio De Sica, 'I bambini sanno', ribadisce Walter Vetroni e ce lo dimostra con il suo bel documentario, (...). Fuori campo, il regista apre il discorso con una domanda semplice e poi lascia la scena al piccolo protagonista di turno, che - timido o estroverso, impacciato o divertito - la occupa con disarmante autenticità. (...) un succedersi di spaccati di vita visti ad altezza di uno sguardo infantile che intenerisce per l'innocenza e sconcerta per la (forse «inconsapevole») consapevolezza, rimandando al quadro di un intero paese. Veltroni guida il gioco con un calore e una freschezza di approccio intonata a quella dei suoi «personaggi» - che alla fine (un bel colpo di cinema) ci «raccontano» tramite video la loro stanza - lasciandoci nell'impressione che a «non sapere» siamo proprio noi adulti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 aprile 2015)

"Si sorride spesso e si ascolta catturati, anche per certe pillole di saggezza sconosciute a molti adulti." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 23 aprile 2015)

"'I bambini sanno', è il titolo di questo viaggio nell'infanzia nata fra web, nuove famiglie, immigrazione. E l'intento è interessante, giacché davvero questa generazione cresce in un mondo rivoluzionato. Però, è la prima domanda, i bambini 'sanno', ma sanno cosa? Perché è vero, come suggeriva Saint- Exupery, che i bambini posseggono una loro innata saggezza; però la mostrano, in genere, quando si può osservarli nella loro piena genuinità. Altrimenti il rischio è di sentirsi ripetere da loro semplicemente ciò che ascoltano in casa. Ciò che lascia perplessi del lavoro di Veltroni, pure spinto da un autentico interesse all'universo infantile, è il modo scelto per raccontare i bambini. Davvero con una telecamera e un adulto, amichevole ma sconosciuto, davanti, un ragazzino di 8 anni può mostrarsi autenticamente? I bambini raccontano se stessi stando accanto a loro, guardandoli giocare, leggendone gli sguardi, le facce, e i silenzi, più che attraverso le parole. Un'intervista, una telecamera so no capaci di conoscere quell''oggetto' delicato e complesso che è un bambino? Il risultato ottenuto è, talvolta, una certa rigidità, oppure un adattamento a stereotipi di adulti. (...) si dimostra che sì, i bambi ni forse 'sanno', a dieci anni, ma imitano quello che hanno visto nei grandi, o quello che pensano ci si aspetti da loro. Una parola comunque torna spesso nelle interviste, ed è 'solitudine'. In molti dicono di senti si soli. Forse i più fortunati sono quelli con radici forti, come il ragazzo di Lampedusa che dice che n on lascerà mai la sua is ola, o il figl io di circensi, orgoglioso di diventare un acrobata. Paradossalmente sembra più 'forte' dei coetanei benestanti il bambino rom, maltrattato dai compagni di scuola, che nel suo campo di periferia sogna però di avere una moglie, dei figli, e una casa vera. Sogna, anche, di vedere il mare. E la scena in cui, vedendo il mare per la prima volta, sorride e corre a tuffarsi, del film è la più bella. Forse perché mostra un bambino che fa, genuinamente, il bambino." (Marina Corradi, 'Avvenire', 21 aprile 2015)
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