Hollywoodland

USA - 2006
Hollywoodland
Hollywood, anni '50. Il detective privato Louis Simo è chiamato ad investigare su un caso di omicidio. La vittima è il celebre attore George Reeves, protagonista di Superman, apparentemente morto per suicidio. Dalle indagini che ripercorrono tutta la carriera artistica e la vita privata di Reeves, volute dalla madre dell'attore che non vuole credere al suicidio, salta fuori anche la relazione che l'attore aveva con Toni Mannix, la bella moglie del produttore Eddie Mannix, che potrebbe essere il movente dell'assassinio...
  • Altri titoli:
    Untitled George Reeves Project
    Truth, Justice, and the American Way
  • Durata: 126'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: BACK LOT PICTURES, FOCUS FEATURES
  • Distribuzione: BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA (2007)
  • Data uscita 23 Marzo 2007

RECENSIONE

di Boris Sollazzo
Può un supereroe televisivo sfondare nel cinema? Hollywoodland dice di no. Può Allen Coulter, regista televisivo famoso per Sex & the City e I Soprano fare bene all'esordio al cinema? Hollywoodland dice di sì. Bel noir, ambientato nel quartiere della speculazione edilizia e cinematografica per eccellenza come La Dalia Nera, rispetto all'ultimo De Palma è un film meno preoccupato e più libero da compromessi, grazie anche a un cast riuscito. Un Adrien Brody sempre impeccabile è Louis Simo, investigatore scapigliato e (in)dolente, Humphrey Bogart riscritto dai più veraci Hammett e Chandler. La bella e sofferente Diane Lane (altro che Johansson e Swank) è Toni, moglie adultera del produttore MGM Eddie Mannix (Bob Hoskins, perfetto). Ben Affleck è il primo Superman televisivo, George Reeves, amante di quest'ultima e gallina dalle uova d'oro, da vivo e da morto, un po' per tutti. La trama: George- Superman muore suicida il 16 giugno del 1959. Mammà non ci crede e ingaggia un detective privato, che scopre tutto per non arrivare a niente. Un viaggio negli inferi di Hollywood, tentazione di molti, da Atom Egoyan a Paul Thomas Anderson - solo per citare gli insospettabili -, raccontato con la giusta cattiveria e un'abile mano nello scrivere, per immagini e con parole, la storia della "città della finzione, in cui ognuno ha la sua verità". Si è rumoreggiato fastidiosamente sulla Coppa Volpi ad Affleck: la sua interpretazione di un attore incapace che vuole il successo, frustrato e depresso perché senza tutina adamitica perde la forza, ha una grande dignità. I maligni dicono che interpreti se stesso. Se fosse, bravo Coulter a sceglierlo, bravo Ben a mettersi in gioco. Qui si fa del superbo noir nella Los Angeles in cui "viverci rende famosi e morirci rende leggende", lo si fa con la sadomasochistica perversione di uccidere l'invincibile (lei sì) Mecca del Cinema sapendo che resusciterà. Una storia che conosciamo bene ma che qui rileggiamo con piacere perchè scritta, interpretata e girata con passione e talento.

NOTE

- IL REGISTA ALLEN COULTER ESORDISCE NELLA REGIA CINEMATOGRAFICA DOPO UNA SOLIDA ESPERIENZA TELEVISIVA MATURATA CON 'I SOPRANOS' E 'SEX AND THE CITY'.

- COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE A BEN AFFLECK ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

CRITICA

"Ancora un film americano, 'Hollywoodland', di un esordiente, Allen Coulter, noto però per alcuni cortometraggi. La storia, che gli ha scritto Paul Bernbaum, sembra rifarsi ai modi e agli schemi che avevano fatto il grande, meriratissimo successo di autori come Hammett e Chandler, specialmente, quando per protagonisti sceglievano gli investigatori privati. Qui ce n'è uno, anziché Marlowe o Spade, si chiama Louis Simo e agisce in quei Cinquanta, per di più a Hollywood, in cui più d'una volta si erano mossi i suoi celebri predecessori letterari. (...) Si va dalle vicende in tempo presente dell'investigatore a quelle, nel passato, di George, non solo con un disegno preciso del mondo di Hollywood e delle sue leggende nere, ma con la ricerca quasi costante di una cifra thriller, specie quando si dà spazio alle indagini di Simo, tra rischi, minacce, aggressioni e ricatti. Forse i due tempi non sempre si equilibrano in modo giusto e chiaro, ma l'effetto che comunque se ne ricava, sia sul piano dell'azione, sia su quello dei caratteri, può convincere. Anche se, purtroppo, lo sceneggiatore ad Hammett e a Chandler si ispira solo alla lontana. L'investigatore ha il viso segnato e lungo di Adrien Brody che un po' imita Humphrey Bogart nel 'Falcone Maltese'. George è Ben Affleck, un Superman verosimile." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 1 settembre 2006)

"Con più modestia (e meno compromessi produttivi) di 'The Black Dahlia', anche il noir n°2 della Mostra punta sulla classica dark lady che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella corsa verso l'autodistruzione di Reeves, arruolato sporadicamente nei cast stellari di 'Via col vento' e 'Da qui all'eternità', ma in realtà incatenato suo malgrado al giustiziere in calzamaglia adorato da milioni di ragazzini; e in effetti Diane Lane, nella parte della moglie del magnate MGM Eddie Mannix e amante del modesto attore, riesce facilmente a stravincere l'indiretto confronto le svogliate star del kolossal depalmiano. Il film, d'altronde, si fa seguire per la fluidità delle recitazioni, la precisione delle ricostruzioni e l'insinuante senso di disagio morale e fisico che s'accompagna ai saliscendi nei quartieri alti e quelli bassi di Hollywood. Con il surplus di una colonna sonora che ha buon gioco nello spalmare sulle riprese i contrappunti glamour di sempreverdi come 'Lonely Boy' di Paul Anka, 'On the Sunny Side of the Street' di Frankie Laine, 'The Girl Can't Help It' di Little Richard o 'The Great Pretender' dei Platters. Meno risolta e, anzi, evanescente risulta però la «presa di coscienza» dell'investigatore, che si addentra nei recessi ambigui della carriera di Reeves scoprendo una nuova e non meno drammatica prospettiva sulla sua stessa esistenza (forse) perduta. Così come alquanto vago e didascalico appare, al tirar delle somme, l'intento di svelare i retroscena del periodo contrassegnato dall'incontro/scontro tra la rutilante onnipotenza del grande schermo e la prosaica avanzata del nuovo mezzo di comunicazione." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 settembre 2006)

"Dal che esiste Hollywood, la sua faccia oscura ha affascinato scrittori e sceneggiatori. In competizione all'ultima Mostra del cinema di Venezia assieme a 'Black Dahlia', il debutto nel cinema di Allen Coulter (regista di numerosi episodi di 'Sex and the City' e dei 'Soprano') riesce là dove il film di Brian De Palma falliva: solleva il velo smagliante della fabbrica dei sogni per rivelarne, in modo convincente, i risvolti più sordidi e segreti. (...) La ricostruzione d'epoca, fedele senza manierismi, trova un delicato equilibrio tra la dichiarazione d'amore alla Hollywood dell'età dell'oro e la denuncia dei suoi retroscena velenosi. Bravo Adrien Brody, che grazie a una recitazione istintiva aggiunge risvolti inediti al personaggio un po' logoro del detective privato. Scelto con cura il cast di supporto, con Bob Hoskins nella parte di uno spietato tycoon della Metro-Goldwyn-Meyer e Diane Lane in quella della sua infedele consorte. La sorpresa, però, è Ben Affleck. Per anni ha meritato di figurare sistematicamente nella classifica dei peggiori attori hollywoodiani: ed eccolo sorprenderci interpretando con sensibilità un personaggio cui, per molti versi, somiglia." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 marzo 2007)

"Del film si può dire che l'accurata ambientazione e alcuni sperimentati colpi di scena non compensano il fastidio di rivisitare per l'ennesima volta la Mecca del cinema secondo l'ottica scandalistica del libro 'Hollywood Babilonia'." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 23 marzo 2007)

"Un noir raffinato e ricercato, sulle 'false verità' della Mecca del cinema, ambientato nell'omonimo quartiere, teatro di feroci speculazioni edilizie e morali. La storia è il più classico dei gialli brutti, sporchi e cattivi. (...) Hollywood qui è maltrattata e uccisa così come cineasti irriverenti come Egoyan e Anderson hanno già saputo fare. Con il sapore, però, del noir d'annata che De Palma nella 'Dalia Nera' ha disperatamente cercato senza successo. Vi chiederete: perché un altro film su Los Angeles? Perché 'vivere lì rende famosi, morirci leggende'. Un mito persino più vecchio di Superman." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 23 marzo 2007)

"Hollywood un tempo era 'Hollywoodland', film di Allen Coulter (noto in tv per 'I soprano') ma anche scritta enorme che campeggia nei fotogrammi di 'Black Dahlia' di De Palma. (...) Ecco la più grande prova di Ben Affleck. Il suo George Reeves, attore frustrato, non stupido ma senza talento, ricorda proprio Mr. Affleck, non una volpe resuscitato però con la Coppa Volpi a Venezia. Si parte con la morte di Reeves. Louis Simo (Adrien Brody, ottimo), investigatore privato divorziato, indaga per conto della mamma dell'attore. Suicidio o no? Due piani temporali: Simo nel presente e Reeves nel passato. Ovvio che le esistenze dei due, dopo poco, entrino in metafisica relazione. Il resto è puro noir: musica d'atmosfera, dialoghi fulminanti, sigarette aspirate con voluttà, baci di Giuda, doppi e tripli giochi. Detective picchiato, attore forse ammazzato e amante del noir decisamente appagato. Non male." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 23 marzo 2007)

"Ambientato nel 1951-1959, 'Hollywoodland' di Allen Coulter appartiene al filone che si identifica
col detto: 'Vivere a Los Angeles vi renderà forse celebri; morirvi vi renderà certo celebri'. Hollywoodland propone dunque un delitto insoluto (...) Un film d'accusa contro Hollywood? No, perché negli ultimi minuti si rimescolano le carte, sbiadendo le circostanze che accusano il direttore della Mgm (Bob Hoskins). Ma è ovvio che un esordiente come Coulter voglia girare altri film." (Maurizio Cabona, 'Il giornale', 23 marzo 2007)

"Cinema di buon taglio, abito su misura, copione sicuro, un cast di eccellenti voci nel corso (Diane Lane, Bob Hoskins) e un ritmo narrativo che ti prende per mano e non ti molla anche se tutto, lacrime e indignazione postuma compresa, rientra nelle furbe regole del gioco degli studios." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 marzo 2007)

"'Hollywoodland' rivisita la migliore tradizione del noir americano scavando nel cuore nero della Mecca del cinema e di uno smagliante passato sul viale del tramonto. La tv avanza e si fa sempre più invadente, il piccolo schermo sta per detronizzare il grande e per confonderlo nelle sue trame banali. Effimero campione di questo passaggio epocale, George Reeves diventa così per Coulter l'esempio e il simbolo di una fama aleatoria, destinata a esaurirsi dietro la spinta di un consumo volubile e capriccioso che tutto corrompe e soffoca in un abbraccio promiscuo." (Enzo Natta, "Famiglia cristiana", 1 aprile 2007)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy