Ho affittato un killer

I Hired a Contract Killer

FINLANDIA, GRAN BRETAGNA, GERMANIA, SVIZZERA - 1990
Ho affittato un killer
Il francese Henri Boulanger vive a Londra, dove è impiegato da molti anni in una ditta. Quando all'improvviso viene licenziato si dispera perché è solo al mondo e senza lavoro per cui decide di morire. Dopo qualche maldestro tentativo di suicidio, pensa di ingaggiare un killer. Avute informazioni da un tassista, si reca perciò nello squallido bar Honolulu, dove può incontrare il capo di un'organizzazione specializzata in questi "servizi". Il boss si fa dare mille sterline, l'indirizzo ed una foto, e gli promette che il lavoro sarà eseguito entro due settimane, con la massima segretezza. Dopo aver stipulato il contratto, due loschi figuri, incaricati di accompagnarlo fuori, cercano inutilmente di dissuaderlo dal voler morire. Poco dopo, Henri conosce la fioraia Margaret, se ne innamora subito, ricambiato, perciò cambia idea. Ora Henri vuole vivere, e cerca di sfuggire al suo sconosciuto assassino, dal quale si sente braccato. Ritorna al bar Honolulu, per annullare il contratto, ma trova che è stato demolito; poi, avvistati da lontano i due individui che avevano tentato di dissuaderlo, li raggiunge mentre stanno svaligiando un'oreficeria. In quel momento uno di loro spara accidentalmente al gioielliere, uccidendolo, quindi fugge col compare, mettendo la pistola in mano a Boulanger, che, ripreso dalla telecamera interna, viene ricercato per omicidio. Intanto il killer cerca Henri a casa di Margaret, la quale, spaventata, lo tramortisce colpendolo con un vaso. I due pensano di nascondersi in un albergo. Per salvare la sua amata e sfuggire all'assassino, Henri fa perdere a tutti le sue tracce. Dopo intense ricerche, Margaret riesce a trovarlo mentre lavora nel negozio di hamburger del francese Vic, e gli chiede di partire con lei per la Francia. Il killer, da tempo malato di cancro, apprende dal medico di essere prossimo a morire e, dati alla figlia tutti i soldi che gli sono rimasti, la saluta per sempre, poi si mette ancora in cerca di Henri per ucciderlo. Mentre i giornali pubblicano la notizia dell'innocenza di Henri, provata dall'arresto dei due ladri, il killer lo trova, e, sentendo che egli non vuol più morire, si uccide con la pistola, che stava puntando contro di lui. Henri e Margaret, salvi, possono partire insieme.
  • Altri titoli:
    Vertrag mit meinem Killer
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: GROTTESCO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, PANORAMICA, METROCOLOR
  • Produzione: CHANNEL FOUR FILMS, ESSELTE VIDEO, FINNKINO OY, MEGAMANIA, PANDORA FILMPRODUKTION GMBH, PYRAMIDE FILMS, SVENSKA FILMINSTITUTET (SFI), VILLEALFA FILMPRODUCTION OY
  • Distribuzione: ACADEMY

CRITICA

"Il modello di questo cinema, che strizza l'occhio al Polanski dei thriller sovranazionali, non consente forse un grande spessore: ma la scrittura filmica è impeccabile i dialoghi fanno centro e vivaddio si ride". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 30/1/91).

"Il film riesce a dimostrare che piccolo non vuol dire necessariamente minimalistico e povero non significa necessariamente rinunciare allo stile". (Irene Bignardi, 'La Repubblica', 30/1/91).

"Il film di dichiarate 'intenzioni' e di prospettive pseudofilosofiche, mostra impietosamente i suoi limiti e le sue impasses". (Flavio Vergerio, 'La Rivista del Cinematografo').

"Pur di fondo nero, imparentato alla narrativa e al teatro dell'assurdo, 'Ho affittato un killer' è alleggerito da un umorismo all'inglese, piuttosto eccentrico. (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 1/2/91).

"'Ho affittato un killer' dispensa infatti sorrisi, rapidi ma franchi. Quelli meritati da un'operina ben fatta spendendovi più intelligenza che soldi. (Giovanni Grazzini, 'Il Messaggero', 5/3/91).

"Commedia perfetta e divertente, stile d'una purezza e densità ascetiche, inquadrature fisse e pochi dialoghi, musica irresistibile. Vivo, asciutto, il film è tragico in partenza, comico nello svilupparsi del racconto, toccante in qualche momento, poetico nella figura fiabesca dell'innamorata". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 10/3/91).
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