Green Zone

USA, GRAN BRETAGNA - 2010
Cronaca dei giorni che precedettero l'inizio del conflitto in Medio Oriente, nel 2003. Roy Miller viene chiamato a Baghdad, insieme ad un team di ispettori dell'esercito, per cercare le armi di distruzione di massa che gli americani credono stoccate e nascoste nel deserto iracheno. Tuttavia, la missione si trasforma in un'inaspettata operazione di copertura...

CAST

CRITICA

"Chissà come fischieranno le orecchie a Bush. Le armi di distruzione di massa per cui è stata scatenata la guerra in Iraq non sono mai esistite. Lo specialista dei film d'azione Paul Greengrass va giù duro nel suo 'Green Zone', ambientato a Bagdad nell'aprile del 2003. (...) La cinepresa a spalla contribuisce a movimentare la scena ma anche a far venire il mal di mare. Un record in pieno deserto." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 aprile 2010)

"Come il Vietnam. Come, in parte, l'Afghanistan. L'Iraq entra prepotentemente nell' obiettivo del cinema americano. Dalla commedia grottesca a sfondo pacifista 'L'uomo che fissa le capre' all'adrenalinica consacrazione agli Oscar di 'The Hurt Locker', e prima ancora con 'Redacted' e 'Nella valle di Elah', bastava aspettare, far decantare gli umori, le polemiche, e anche questa guerra, come sempre a Hollywood, sarebbe stata messa a fuoco e sarebbe diventata film (con scarsi successi però al botteghino); i soldati sporchi di sabbia e con i nervi distrutti, personaggi; gli intrecci politici nascosti dietro a un reticolo di dossier e documenti top secret, una trama. Un thriller, come molto spesso si rivela essere la politica internazionale, se si scava un po' dietro quella che vorrebbero inocularti come verità ufficiale. 'Green zone' è questo: un film che affronta sotto le mentite spoglie di un action movie i fantasmi di quella guerra irrisolta, di un conflitto che ha saturato gli schermi di tutto il mondo lasciando però lunghe ombre sugli aspetti più ambigui della conduzione militare. (...) Greengrass, con un bagaglio di buoni thriller - bastino gli ultimi due capitoli della trilogia su Jason Bourne, sempre con Damon -, è un veterano dei film di storia ancora freschi di cronaca: autore di 'United 93' (...) e prima di 'Bloody Sunday' (...), ha cominciato la sua carriera con documentari sui conflitti globali per la tv britannica. In dieci anni ha viaggiato per il mondo raccontando i Paesi dilaniati dalla guerra. E sebbene si schermisca ripetendo che 'non è un film sulla guerra in Iraq, ma un thriller ambientato in Iraq', per rendere più realistico 'Green zone' si è avvalso della collaborazione di due dozzine di reduci, di paramilitari, di soldati che hanno partecipato alla ricerca delle armi di distruzione di massa, e di ex-ufficiali CIA che gli hanno svelato quanto possa essere falsa la verità." (Ilario Lombardo, 'Avvenire', 9 aprile 2010)

"Il film di Greengrass con Damon sembra un quarto 'Bourne' che continua a correre in Iraq. (...) Ritmo e montaggio sono adrenalina pura, tutto è giocato su un unico registro ma il messaggio è forte e chiaro. Damon, avvertito, non si ferma: ringrazia il dottore ma va avanti." (Maurizio Porro , 'Corriere della Sera', 9 aprile 2010)

"Bel tipo Paul Greengrass. Uno che ha l'ossessione per la verità e per questo, forse, è tra i pochissimi ad aver messo d'accordo critici e pubblico su una spy-saga violenta come quella di 'Jason Bourne'. I suoi capitoli, il secondo e il terzo, sono un esempio brillante di thriller complottista ancorato all'improbabile realtà che tutti stiamo vivendo dalla caduta del Muro di Berlino. Ha l'ossessione della verità e della verosimiglianza - merito degli anni passati a girare per l'ITV (tv indipendente che spesso ha dato filo da torcere alla Bbc e scuola di cinema per molti registi) - e così quel superagente smemorato, poliglotta, perseguitato e abilissimo è diventato un riferimento del genere e anche del nuovo modo di guardare i servizi segreti e in particolare la CIA, l'ottica post 11 settembre. (...) Difficile fare un thriller così, dove le pedine le ha già mosse la storia. Ma Greengrass qui interviene con il talento da shooter e la sua indignazione civile. Difetto e dote. Meno complesso e scritto di 'Syriana', meno romanzato e hollywoodiano di 'Nessuna verità', la Hollywood in Iraq si aggrappa ancora a singoli un po' nichilisti e sempre calpestati e tumefatti per combattere il sistema corrotto. Il cinema a stelle e strisce sa che la guerra al terrore è giocata con carte truccate. E così 'Green Zone' (...) pur non essendo un capolavoro, fa il suo. Ci ricorda che questa è una guerra ancora più bugiarda di molte altre, che Greengrass è regista di razza che gira come pochi altri (il finale è da antologia: intuisci facilmente chi morirà, e come, ma il fiato si strozza lo stesso), che deve cambiare compositore per il cinema (Powell ci assorda come in 'Bourne', ma qui non ce n'è motivo), e che è grazie a pochi cineasti come lui che si sta ricostruendo una memoria storica collettiva alternativa. (...) Patriottico, civile come solo i registi radical degli anni '70, fedele all'idea di America ma non alle sue istituzioni malate. C'è un po' della tv di '24' e 'Alias' nella lotta Kinnear-Gleason e in Damon, c'è 'Hurt Locker' nell'unità speciale. C'è quel cinema americano che ha smesso praticamente subito di essere embedded." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 9 aprile 2010)
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