Gli abbracci spezzati

Los abrazos rotos

SPAGNA - 2009
In un incidente d'auto avvenuto quattordici anni prima, lo sceneggiatore Harry Caine ha perso la vista e la donna amata, Lena. Da allora la sua vita non è stata più la stessa, nonostante l'aiuto economico e morale della sua amica e direttrice di produzione Judit García, e sono in pochi a conoscere la sua storia e la sua vera identità. Poi, una notte, Harry decide di raccontare la sua storia al figlio di Judit, Diego, che verrà così a conoscenza dell'universo di Mateo Blanco, Lena, Judit e Ernesto Martel, fatta di "amour fou" e dominata da fatalità, gelosia, tradimenti, abuso di potere e sensi di colpa.

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Costruito come un gioco di scatole cinesi dove il doppio binario temporale (...) il film di Almodóvar 'Los abrazos rotos' è una disperata riflessione sul cinema, sulle responsabilità di chi lo fa e, per estensione, su quello che l'occhio umano può e vuole vedere. Disperata perché, nonostante il piacere che spesso le storie possono offrire, e che l'ultimo film (nel film) diretto da Mateo Blanco cercava di trasmettere al pubblico (ne vediamo alcune scene, che non a caso citano 'Donne sull'orlo di una crisi di nervi'), proprio quel piacere può essere causa di dolore. Oppure, può costare molto dolore a un regista per portarlo a termine. Da un po' di tempo a questa parte Almodóvar sembra aver messo da parte il piacere di raccontare storie immaginifiche e colorate per addentrarsi in una riflessione sul proprio mestiere ('Il fior del mio segreto', 'La mala educación') oppure sul materiale dei suoi sogni, a cominciare dal melò hollywoodiano ('Tutto su mia madre', 'Volver') che con 'Los abrazos rotos' tocca il suo culmine, per interrogarsi su cosa davvero possono dire le immagini. Come quelle girate da Mateo Blanco e che possono essere manipolate da un produttore ostile o quelle senza sonoro che il giovane Ernesto gira sul set per spiare i comportamenti dell'amante del padre e che hanno bisogno di qualcuno che sappia leggere sulle labbra per poter diventare davvero «parlanti». Anche se è curioso, che in questo film generoso e complesso, il regista spagnolo abbia così tanto bisogno di rivolgersi alla parola (è forse uno dei suoi film più dialogati) per spiegare allo spettatore il senso delle immagini." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 maggio 2009

"Lars von Trier è depresso, Pedro Almodovar stanco e svogliato. Le disavventure del regista cieco le avevamo già viste in 'Hollywood Ending' di Woody Allen. Penélope Cruz cambia guardaroba e parrucche per rifare Audrey, Marilyn e Brigitte (ha un marito ricco che produce il film e va a letto con il regista, chiaro che finisce male). Il cornuto fa filmare la fedifraga dal figlio (poiché le immagini sono mute, arruola una lettrice di labbra, e si ride). Ne gay né travestiti, peccato." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 20 maggio 2009)

"Ci sono cineasti, come Hitchcock o Preminger, che amano raccontare storie con le immagini, rendono inquietante l'avventura dello sguardo, ma senza farsene accorgere, non provocando e intimorendo platealmente la platea (Lars von Trier adora, invece, il terrore di primo grado, anche se cambia sempre il piano d'attacco). Il cineasta spagnolo, regista e produttore, Pedro Almodóvar fa parte dei cineasti del primo tipo, ma non utilizza le tecniche classiche (uno spazio del racconto omogeneo, l'effetto verosimiglianza) bensì mixa schemi emozionali differenti e disomogenei (la passione del melodramma, la freddura del comico, il suspense del thriller, la concettualità della commedia...) come un veejay che sa di dover comunicare con corpi bisognosi di sostanze speciali per sopravvivere, abituati al frammento e allo shock, indocili ai piaceri visuali basati sulla continuità di luci e suoni e scene e su un unico punto di vista. E stavolta vuole fare una dichiarazione totale al cinema, e non ad alcuni film, ma al mistero del cinema come macchina produttrice di piacere e dolore, e alla realtà di chi lo fabbrica, nessuna maestranza esclusa... Paradossalmente, infine, scegliendo un eroe... cieco. (...) Ovvio che Almodovar abbia messo dentro il film anche un numero considerevole di riferimenti alla storia del cinema, con tanto di quiz, e brani veri e propri da film (uno per tutti 'Viaggio in Italia', la scena della visita alle rovine di Pompei). Alla fine però, nel flamenco struggente finale sui titoli di coda, con il suo ripetitivo ritmo avvolgente e mortale, ci offre la chiave del film, della vita e del cinema. L'accettazione della vita, un grande sì alla vita, fin dentro alla morte, alla fine, al The end." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 20 maggio 2009)

"Gli 'Abrazos rotos' ('Abbracci spezzati') portano la sua densa firma, ma avanzano per lungo tempo a singhiozzo, si perdono nello svolgimento di trame incastrate a matrioska, sussultano a tratti senza vita. Peccato, perché il film ha momenti altissimi (inizio e, soprattutto, fine) che comunque meritano tutta la nostra partecipazione e che, come sempre e solo Pedro riesce a fare, ci hanno riempito di sensazioni, lacrime e risa in perfetto matrimonio emotivo. (...) Cinema sempre potente e appassionato, quello di Almodovar. Anche se incerti per eccesso di materiale e incapacità di scelte, i suoi 'Abrazos' valgono - sempre e comunque - tutto il nostro abbandono." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 20 maggio 2009)

"Più dramma che commedia, cinema nel cinema, le immagini lunari dell'isola di Lanzarote, la solita rivelazione catartica, i vari personaggi costretti a fare i conti col passato. E una superba Penelope Cruz, attrice mai così matura e sensuale, che cita le dive di ieri con frangetta alla Audrey Hepburn e chioma platinata alla Marilyn. Mentre Pedro rende omaggio a se stesso (con espliciti riferimenti a 'Donne sull'orlo di una crisi di nervi') e difende appassionatamente il proprio mestiere: il protagonista di 'Gli abbracci spezzati' è un regista al quale il produttore ha scempiato il film, montando proditoriamente solo le scene scartate. " (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 20 maggio 2009)

"Paradossalmente il vero film su Berlusconi è 'Gli abbracci spezzati' di Pedro Almodovar. (...) Scherzi a parte, 'Gli abbracci spezzati' è un melodramma sui meccanismi del potere nel mondo del cinema, una storia che negli anni '50 sarebbe piaciuta a Billy Wilder o a Vincente Minnelli. I problemi del film - decisamente meno entusiasmante degli Almodovar più recenti, da 'Tutto su mia madre' a 'Volver' - sono due: un'eccessiva complicazione della struttura narrativa, spezzata (come gli abbracci) in una serie di flash-back, e un gelo diffuso sui personaggi, tutti cinici e poco affascinanti. Detto in soldoni: il film non emoziona, o almeno non ha emozionato chi scrive. Resta la maestria della confezione e la bravura acclarata di Penelope Cruz; e comunque, un Almodovar minore è sempre un signor film." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 20 maggio 2009)

"'Los abrazos rotos' delude le aspettative. Lo avevano già previsto le agenzie di scommesse, lo conferma quest'opera incompleta e spesso inconcludente che porta una pausa nella 'rinascita' del cineasta iberico, che aveva avuto il suo apice, artistico e commerciale, con 'Volver'. Per la quarta volta Don Pedro sceglie come musa Penelope Cruz, che dopo un Oscar con Woody Allen ('Vicky Cristina Barcelona'), sembra adeguarsi ai ritmi bassi e prolissi di una pellicola che non decolla mai, forse per l'ansia del cineasta di metterci tutto se stesso, letteralmente. C'è il cinema suo e altrui nelle autocitazioni e negli omaggi incessanti a maestri e icone, da Buňuel a Audrey Hepburn, c'è persino la politica, nel regista protagonista del film metafora del suo paese." (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 20 maggio 2009)
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