Ghost in the Shell

USA - 2017
2,5/5
Ghost in the Shell
In un futuro non troppo lontano, il Maggiore è il primo essere del suo genere: un'umana salvata da un terribile incidente e modificata ciberneticamente allo scopo di ottenere il soldato perfetto, il cui compito è quello di fermare i criminali più pericolosi del mondo. Quando il terrorismo raggiunge un nuovo livello che prevede la capacità di penetrare nelle menti delle persone e controllarle, il Maggiore è l'essere più qualificato per contrastarlo. Mentre si prepara ad affrontare un nuovo nemico, il Maggiore scopre però che le hanno mentito: la sua vita non è stata salvata, le è stata rubata. Quindi si non fermerà davanti a nulla pur di recuperare il proprio passato, scoprire chi le ha fatto ciò e riuscire a bloccarlo prima che possa fare la stessa cosa ad altri.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE
  • Specifiche tecniche: PANAVISION (1:2.35)
  • Tratto da: manga omonimo di Masamune Shirow e anime di Mamoru Oshii
  • Produzione: STEVEN PAUL, ARAD PRODUCTIONS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY
  • Data uscita 30 Marzo 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Un futuro imprecisato. Una metropoli imprecisata. La tecnologia ha preso il sopravvento su ogni cosa e l'azienda leader Hanka Robotics è ormai riuscita in quello che sembrava impossibile:
impiantare un cervello umano, uno "spirito" (ghost), dentro ad un corpo interamente cibernetico, un guscio (shell) indistruttibile e rigenerabile. L'ultimo esperimento, riuscito, è il Maggiore Mira
Killian (Scarlett Johansson), soldato in forza della sezione di Sicurezza Pubblica numero 9, organizzazione di antiterrorismo cibernetico che, ben presto, si ritrova ad affrontare la minaccia di un
pericoloso nemico, disposto a tutto pur di distruggere la Hanka Robotics.

C'era molto scetticismo, giustificato dalla portata cult del manga originario (di Masamune Shirow, 1989) e, soprattutto, del conseguente anime diretto da Mamoru Oshii nel 1995, intorno a questa
prima versione live action di Ghost in the Shell, diretta da Rupert Sanders: alle polemiche sul "whitewashing" imputato alla produzione, rea di aver "trasformato" i connotati asiatici del
personaggio protagonista (Motoko Kusanagi), seguiranno - immaginiamo - altri strali di malcontento per via della evidente semplificazione apportata all'intero universo e all'intreccio nativo
dell'opera.

Non basterà, temiamo, l'ottimo impianto visivo, architettonico e ambientale, elementi che riescono a fondere con discreta suggestione vari ricordi cinematografici (da Blade Runner al Quinto
elemento, passando giocoforza dalla recente performance aliena della stessa Johansson in Under the Skin di Jonathan Glazer: la sua ri/nascita da quel liquido biancolatte, su tutto), né
l'intelligente contrapposizione scenografica tra zone eccessivamente hi-tech, popolate da luci perpetue e ingombranti ologrammi pubblicitari, e favelas post-moderne dove il cielo è intrappolato nel
reticolo di infiniti e fatiscenti grattacieli dormitorio: ciò che manca, al film di Sanders, è lo scarto in grado di giustificare il senso del ritorno al futuro (era il 2029, ormai troppo prossimo anche per la nostra fantascienza...) ipotizzato da Shirow e animato poi da Oshii.

Certo, la questione fondante rimane intatta, la doppia natura di Motoko (di fatto, un robot con la coscienza e i ricordi - sopiti - di un essere umano) resta centrale nell'economia del racconto,
che però viene strutturato in maniera troppo netta, diviso tra un "prima" e un "dopo" l'incontro con il terrorista Kuze (Michael C. Pitt), quello che tanto nel manga quanto nell'anime era
conosciuto come "Il Burattinaio", hacker in grado di manipolare la mente delle persone.

E' da questo momento in poi che il film sembra volersi sbrigare a raggiungere una conclusione: dapprima tenuti a bada con l'assunzione di un potente siero, i ricordi del Maggiore riemergono con forza: chi era prima di essere intrappolata in quel corpo non suo? La sua vita non è stata salvata, ma rubata. Come fermare gli artefici di tutto questo?

E' molto lineare, troppo scontata, questa riduzione live-action firmata da Jamie Moss (in sceneggiatura) e Rupert Sanders, e neanche l'apporto di pezzi da novanta come Juliette Binoche (è la dottoressa Ouelet, creatrice del Maggiore, abbastanza fuori parte diciamo) e Takeshi Kitano (che gioca a reinterpretare una sintesi dei suoi tanti personaggi "Beat" impersonando il capo della Sezione 9, Aramaki) o lo scontro finale in quella desolazione post-apocalittica à la Terminator riescono a creare quello scarto di cui parlavamo in precedenza.
D'altronde, se è vero che "Non sono i ricordi a definirci, ma quello che facciamo", per ripetere il mantra del film, ecco che allora, in fondo, tutto torna.

CRITICA

"Il film ricalca con poche varianti la versione cartoon del 1995, immergendo lo spettatore in una dimensione cyber punk suggestiva, dove virtuale e reale, sogno e ricordo sono indistinguibili. Peccato che poi tinga tutto di moralismo, mettendolo in guardia dai pericoli della tecnologia." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 30 marzo 2017)

"L'aspetto migliore del film sta nella riproposta, grazie all'ormai acclarata onnipotenza degli effetti digitali (vedere per credere la rinascita del mito nello sbalorditivo prologo), dell'inestinguibile fascinazione per l'ibridazione tra l'uomo e la macchina nata col Golean e Frankenstein: invece d'imbastire un duello, a questo punto superfluo tra visioni giapponesi e americane, è corroborante oltre che divertente assistere a una riflessione semplificata ma tutt'altro che banale sul concetto d'intelligenza oggi 'pour cause' sempre più artificiale e sull'infinitamente piccolo dello schermo dei pc, tendente a diventare l'universo sintetico in cui la nostra personalità disincarnata è assorbita da quello virtuale degli hard disk. Discorso a parte per la Johansson, che continua a prodursi in performance che vieppiù la trasformano in perfetta incarnazione di quello che il filosofo Perniola definì il sex-appeal dell'inorganico: già corpo extraterrestre killer di umani («Under the Sky»), corpo-voce «Lei» (v.o.), corpo-cervello («Lucy»), corpo opacizzato eppure capace di leggere i pensieri altrui («Avengers: Age of Ultron»), qui l'agilità 'pixelizzata' dei suoi movimenti unita all'espressione triste, vagamente sconnessa ma sempre determinata, riproducono i canoni estetici ed etici dei manga come non è stato fatto mai." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 30 marzo 2017)

"In spirito di sostanziale fedeltà, Rupert Sanders (...) impagina dentro la splendida cornice futuristica messa a punto dall'olandese Jan Rolf un'avventura che corre a ritmo calzante sul filo dell'azione, senza indugiare più di tanto a riflettere su argomenti come il pericolo di disumanizzazione nell'era tecnologica, il confine fra mente e anima e via filosofeggiando. E però un'eco subliminale di questi temi arriva allo spettatore sia attraverso la visionaria suggestione di immagini in bilico fra scintillante bellezza e rapinosa malinconia, sia attraverso il gioco degli attori: l'iconico Takeshi Kitano, la dottoressa affidata alla sensibilità di Juliette Binoche, lo scarnificato Kuze di Michael Pitt; e, in un' interpretazione memore dei suoi ruoli in 'Her', 'Under the Skin' e 'Lucy', Scarlett Johansson. Un'eroina robotica e dolente, implacabile e fragile, dura e affascinante che ha convinto perfino il nipponico Oshii: cosa vogliamo di più?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 30 marzo 217)

"(...) che film è questo 'Ghost in the Shell'? Non è nemmeno brutto, peggio, è inutile, inetto e inerte. Facile a dirsi, è solo guscio, latita quella sostanza filosofica, quella complessità poetica che si ammirava nel dittico di Mamoru Oshii, ed è una doppia mancanza: non restituisce quella lezione magistrale, non contempla l'evoluzione socio-tecnologica di questi 28 anni. E si risolve in un action stile Marvel un po' femminile e un po' ruminante, dove l'azione vince sulla riflessione, la semplificazione sulla profondità, lo spettacolo sul senso. Ma poi che spettacolo? Da 'Blade Runner' a 'Under the Skin', passando per 'Pacific Rim' e - gli piacerebbe - 'Steamboy', le cose migliori sono derivative, il resto è onesto, talvolta più che dignitoso (lo scontro nell'acqua bassa), servizio: non c'è visionarietà, non c'è temerarietà, ma la copia di un originale - si potrebbe credere - mai esistito. Ebbene, possiamo scommettere che Masamune e Oshii non l'avevano considerato il simulacro hollywoodiano: guscio vuoto." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 30 marzo 2017)

"Fin troppo disegnata a cartoon la metropoli dove i cattivi vogliono un mondo di cyborg da dominare per la morale sul nostro presente, al limite dell'umorismo involontario l'incontro con la mamma, ma dettagli e tranche d'azione confermano doti del regista (...). Immancabile brand jap, Kitano." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 30 marzo 2017)

"Il regista Rupert Sanders (...) è stato molto bravo nel semplificare questo universo per i neofiti, senza irritare i cultori del manga originale o cartoon di Oshii, affidandosi a una Johansson sobria ma intensa. (...) Magari non sarà il massimo come espressività facciale, ma è una star che ha la fantascienza nel corpo. E nell'anima." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 30 marzo 2017)

"Rupert Sanders rilegge il manga (già tradotto in due cartoon) con l'occhio ai supereroi e sacrificando una buona dose di lirismo, ma invita il pubblico a riflettere sui temi dell'anima e di un'umanità che rischia di essere annientata dalla tecnologia." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 31 marzo 2017)

"Niente incrocio tra 'Blade Runner' e 'Matrix', nessuna filosofia o poesia cyberpunk, ma un ripetitivo (e noioso) saltabeccare da un combattimento all'altro. Un'operazione sbagliata che avrà, però, un buon impatto al botteghino, ma della quale vi scorderete nello spazio di un cyberamen." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 31 marzo 2017)
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