GARAGE OLIMPO

ITALIA, ARGENTINA - 1999
GARAGE OLIMPO
Maria Fabiani, 19 anni, è un'attivista militante in una organizzazione clandestina che si oppone alla dittatura militare al governo in Argentina. Fa la maestra in una bidonville di Buenos Aires, e vive in città in una grande casa insieme alla madre Diana. Incombono difficoltà economiche e così Diana ha affittato alcune stanze dell'appartamento, una di queste a Felix, un giovane timido, che dice di non avere famiglia, di lavorare come guardiano notturno in un garage e, soprattutto, si mostra innamorato di Maria. Una mattina irrompono in casa poliziotti e militari in borghese: arrestata di fronte allo sguardo impotente della madre, Maria viene portata via e chiusa in prigione in un centro clandestino chiamato 'Garage Olimpo'. Al momento di farla parlare, Tigre, il capo del centro, affida il compito ad uno dei suoi uomini più fidati: è Felix, l'affittuario. Maria allora capisce che Felix è al tempo stesso il suo torturatore ma anche la sua unica via di salvezza. Intanto Diana accetta di vendere la casa in cambio della promessa di rivedere la figlia. Una macchina l'accompagna, ma appena fuori città la fanno scendere e le sparano. In carcere, Maria bacia Felix, poi prova a scappare, è ripresa, vive momenti di forte paura. Quando il Tigre torna a casa, qui scoppia una bomba messa da Ana, amica della figlia del comandante. Il giorno dopo Felix porta Maria fuori dal carcere. Quando rientrano, lei è destinata a salire sul camion che porta i prigionieri fuori città; Felix viene convocato dal generale. Entrambi saranno eliminati in forma anonima, come tanti altri in quegli anni.
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: CLASSIC PARADIS FILMS NISAGRA, RAI, RAI CINEMAFICTION, TELE+
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (2000) - DNC DVD

NOTE

PREMIO DAVID 2000 PER MIGLIORE PRODUZIONE (AMEDEO PAGANI)

CRITICA

"La bravura di Bechis sta nel condurre il suo kammerspiel - che si apre nel finale a un'immagine sconvolgente del Rio della Plata - con straordinario pudore, senza mai cedere in rigore ai risvolti romanzeschi di film anche molto belli come 'La storia ufficiale' o 'La morte e la fanciulla', giocando sulla normalità perversa della situazione, sulla routine della prigionia, sulla impiegatizia, irresponsabile banalità del male, innescando, in questa normalità, un'identificazione che ci costringe a ricordare degli orrori troppo presto messi in un angolo della memoria".
(Irene Bignardi, 'la Repubblica', 30 gennaio 2000)
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