Gangor

ITALIA, INDIA - 2010
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Gangor
Purulia, India. Il fotoreporter indiano Upin viene mandato nel villaggio per raccontare con le sue immagini lo sfruttamento delle tribù. Durante la sua escursione, l'uomo resta incantato di fronte a Gangor, una donna che sta allattando il figlio, e al suo enorme seno. Upin decide di immortalarla con la sua macchina fotografica ma l'immagine di Gangor pubblicata sul giornale desta nel villaggio un enorme scandalo e lei si troverà sola e indifesa contro le violenze dei suoi conterranei.
  • Altri titoli:
    Choli ke peeche
    Behind the Bodice
  • Durata: 91'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: liberamente tratto dal racconto "Choli Ke Pichhe" (Dietro il corsetto) di Mahasweta Devi
  • Produzione: ANGELO BARBAGALLO, VINOD KUMAR E ISABELLA SPINELLI PER BÌBÌ FILM, ISARIA PRODUCTIONS, NIRVANA MOTION PICTURES IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: CINECITTA' LUCE (2011)
  • Data uscita 11 Marzo 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Liberamente tratto dal racconto Dietro il corsetto (Choli ke Picche) contenuto nella raccolta Breast stories della scrittrice indiana Mahasweta Devi, è Gangor, diretto da Italo Spinelli e in Concorso al quinto Festival di Roma.
Coproduzione italo-indiana, il film segue il fotoreporter Upin (Adil Hussain), inviato nel Bengala occidentale a Purulia per indagare le violenze e lo sfruttamento delle donne tribali (in particolare dell’etnia Kheria Sabars): accompagnato dall’assistente Ujan, fotografa un gruppo di donne impegnato a trasportare mattoni, tra cui Gangor (Priyanka Bose) che sta allattando il figlio. Lo scatto, da cui Upil rimane profondamente turbato, viene pubblicato in prima pagina: è scandalo, che squassa la vita di Gangor. Ignaro, Upin è tornato dalla moglie a Calcutta, ma il pensiero della donna l’ossessiona e torna a Purulia: scoprirà di essere diventato lui stesso un ingranaggio di quel meccanismo di violenza che avrebbe voluto arrestare.
Ovviamente apprezzabile l’intento civile e umanista di Spinelli, Gangor tuttavia non riesce a fare cinema di queste buone intenzioni: se per lo stato dell’arte dello sfruttamento sulle donne in India, un documentario funzionerebbe decisamente meglio, il film perde ancor più sull’altro versante d’indagine, quello – perno del racconto della Devi – critico della relazione tra intellettuali urbani e povertà rurale.
Sospeso tra fascinazione sensuale e “folle” paternalismo, il personaggio di Upin è francamente stereotipato: reporter talentuoso ma incontrollabile, che della campagna ama gli amari ma non le donne e che vive con la moglie solo due mesi all’anno, perché il lavoro, anzi la sua missione informativa, non conosce tregua… Naturale, dunque, che non si colori della necessaria ambiguità, bensì stinga nel duetto con la bella Gangor tutte le problematiche dello sguardo sull’altro e dell’altro: anziché il terreno antropologico, il film trova il deserto drammaturgico, al posto dell’invenzione audiovisiva, l’appiattimento su didascalie e mere illustrazioni. Non va.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010).

- JACOPO QUADRI E' STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER IL MIGLIOR MONTAGGIO.

CRITICA

"Finché c'è Cinecittà Luce brilleranno ancora film come 'Gangor'. Concetto che, visti i tempi che corrono, vale la pena rimarcare. Girato nel West Bengala, si ispira a un racconto della grande Mahasweta Devi che ha scelto l'italiano ma d'India esperto Spinelli a dirigerne il film. L'esito è un lavoro notevole 'sul campo' per coincidenza di ambientazione e location, così come delle verità rappresentate. Seppur drammatizzate. (...) Una storia tanto indiana quanto universale sull'abuso dei media. Da non perdere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 10 marzo 2011)

"II punto di partenza è un romanzo di Mahasweta Devi, la grande scrittrice indiana tra le più combattive attiviste per i diritti delle donne nel suo paese. In particolare per quelle comunità emarginate a cui la protagonista del film, 'Gangor', appartiene. (...) Spinelli è autore della sceneggiatura insieme a Antonio Falduto, e ai luoghi narrati con un occhio rosselliniano e pasoliniano, i riferimenti dichiarati dallo stesso regista, di 'verità'. L'altrove di Spinelli non è un luogo in cui immergersi per soddisfare la pulsione egotica di 'compensazione' dell'Occidente, al contrario è spazio di confronto che porta a mettersi in discussione. (...) La parabola dell'intellettuale che nonostante gli strumenti in suo possesso, dimostra di non sapere controllare in alcun modo il rapporto con la realtà, ricorda la condizione di alcuni protagonisti del cinema indiano classico, e militante, come quello di Ghatak. (...) Come Upin anche Spinelli lavora con le immagini, ed è occidentale, altrettanto distante dal mondo di Gangor. C'è una sovrapposizione di sguardi, nel senso che Upin è forse il personaggio con cui il regista misura la propria esperienza, nella conflittualità di una relazione con una realtà così distante. Spinelli però a differenza di Upin è consapevole della sua 'estraneità', l'assume e la dichiara. Filma dove si ambienta il racconto, nel distretto di Purulia, a sette ore da Calcutta, zona di scontri e di repressione. Ed è raro vedere l'India da tante e inedite angolazioni come qui, ma anche laddove l'essenza della realtà diviene più forte, sappiamo che nessuna immagine è rubata, che tutto è messo in scena. Con rispetto e con passione." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 11 Marzo 2011)

"Girato dall'italiano Italo Spinelli, tratto da un racconto della scrittrice Devi, il film, con stile documentaristico, racconta una realtà, ai più sconosciuta, che non ti lascia indifferente. In mezzo a tanta vacuità, una pellicola decisamente non commerciale." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 11 marzo 2011)

"Parabola sulla superficialità delle buone intenzioni dell'intellettuale paternalista e sull'ambiguità dello sfruttamento dell'immagine femminile. Pungente il dialogo in cui la sorella di Upin lo rimprovera di aver immortalato Gangor perché vittima, come molti di noi, dell'erotizzazione della donna. Coproduzione italo-indiana per un film onesto e problematico." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 11 marzo 2011)

"Esordio nel lungometraggio di Italo Spinelli, già organizzatore culturale e profondo conoscitore del cinema asiatico, con un film di denuncia su un fatto realmente accaduto a una giovane donna che in una città del Bengala occidentale mostra il seno mentre allatta suo figlio a un fotografo. (...) Nonostante alcune incertezze di regie e di direzione degli attori, rimane potente la storia e la fotografia per un film italiano assolutamente inusuale." (Dario Zonta, 'L'Unità', 11 marzo 2011)
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