Drive

USA - 2011
5/5
Drive
Driver è uno stuntman automobilistico di Hollywood dalla natura solitaria, per guadagnare soldi extra funge anche da autista per alcuni criminali. La sua vita verrà messa in serio pericolo quando deciderà di aiutare Standard, il marito della sua bella vicina Irene e che, tornato a casa dopo essere stato in carcere, lo coinvolgerà in un pericoloso affare...
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, COOKE S4/CANON EOS 5D MARK II/CLAIRMONT CAMERA/ICONIX HD-RH1/WEISSCAM HS-2, PRORES 4:4:4 HD, (2K), 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di James Sallis (ed. Giano/Neri Pozza)
  • Produzione: FILMDISTRICT, ODD LOT ENTERTAINMENT, BOLD FILMS, MARC PLATT/MOTEL MOVIES
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION - DVD E BLU-RAY: 01 DISTRIBUTION (2012)
  • Data uscita 30 Settembre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
E se la Palma andasse a un film di genere? E se la Palma, addirittura, andasse a un film su commissione? Noi ne saremmo felici: Drive offre al cinema del Terzo Millennio una promessa già mantenuta, Nicolas Winding Refn.
Il genietto danese di Pusher, Bronson e Valhalla Rising sbarca in America, senza tradire se stesso  e facendo di necessità produttiva virtù: Drive safe home, porta  a casa la sua cifra stilistica, la sua poetica innervata di pessimismo, la violenza servita con un bacio, lo stallo in movimento.
L'ha voluto Ryan Gosling, suo sincero estimatore, perché dirigesse l'adattamento firmato da Hossein Amidi del romanzo omonimo di James Sallis. Il produttore Mark E. Platt era rimasto affascinato dal protagonista, un pilota talentuoso, "buono" e innominato, come il cattivo di Dirty Harry: Clint Eastwood, Steve McQueen, la sua fascinazione era per quegli uomini che dicono molto ma parlano con le azioni, con le mani che impugnano un bastone.
Il 40enne Refn non ha tradito queste attese e non le ha eluse, ma ha fatto sensibilmente di più, e meglio: stuntman per il cinema e pilota per la criminalità, il suo protagonista no name (Gosling, straordinariamente impassibile) ci guida nella generazione no future, dove l'amore – per la stupenda Carey Mulligan – è solo potenza, la facoltà non si abbina alla proprietà (guida, non possiede le auto)e la tenerezza e lo spirito paterno stanno nella stessa inquadratura della violenza iperrealista, del parossismo vendicativo che si fa splatter.
Ma in questa traiettoria di genere, Refn inscrive le prospettive del suo grandangolo, una luce lirica che contrappunta l'ambigua e oscura esistenza del suo protagonista e dei malfattori del suo milieu, in primis la premiata ditta Ron Perelman e Albert Brooks. There will be blood, e scorrerà anche il sentimento, ma inevitabilmente frustrato: l'unico bacio tra Ryan e Carey è un escamotage per il compimento della violenza, una testa maciullata sotto le scarpe. La fisicità è asservita alla lotta, se non una sua esclusiva. In una scena da brividi, tanto è staticamente elettrica e sensualmente evocativa, Ryan e Carey si sorridono muti,lasciando parlare la luce: è il loro climax, sebbene preceda tutto quel che (non) sarà.
Sulla carreggiata dell'action criminale, dunque, Refn fa stop e go nell'intimismo, rifornisce macchine e pilota di ineluttabilità e masochistica accoglienza di un sé che non conosce il desiderio compiuto: pilota senza direzione, che tiene la strada come nessuno, ma non per andare là dove vorrebbe.
Dalle Iene (evocate anche nei colori dei nomi Blanche e Bernie Rose) ai grandi arrabbiati del cinema Seventies, passando per i tragitti fottuti e nonsense di Abel Ferrara e le peregrinazioni musicali del primo Spike Jonze, Refn arriva al modello più nettamente percepibile: Michael Mann, nelle immagini riflesse, nella coreografia dell'azione, nel sottotesto esistenziale e nel passo doppio e sapiente di musica e immagini. Ma di Mann non condivide l'insopprimibile romanticismo, perché Drive rasenta il nichilismo ed è autenticamente pessimista: leva e mette la maschera da stunt questo pilota, ma in realtà non la toglie mai, come il suo antagonista Ron Perelman, ovvero l'Hellboy di Del Toro. Refn sa tutto questo, e ci gioca con sapienza esistenzialista e adrenalinica serietà, regalandoci alcune delle sequenze migliori dell'action degli ultimi anni: arriverà un'ultima, duplice coltellata, perché è il destino, ma il pilota ritroverà comunque la sua posizione nel mondo, la sua identità stessa. Al volante, ancora e sempre: la sua funzione è il nome, la macchina il posto di lavoro e insieme la cassa da morto.
Ma lo lasciamo lì, mentre la musica ci dice che è un eroe, con gli occhi eyes wide shut per un'ultima dichiarazione meta cinematografica: lui come il pilota Refn, che guida da Dio una macchina non sua. Speriamo, fino alla Palma.
In ogni caso, onore a Fremaux per l'inserimento in Concorso: tra tanti autori conclamati, un outsider di genere. Genere d'autore.
 

NOTE

- INIZIALMENTE LA REGIA ERA STATA AFFIDATA A NEIL MARSHALL E IL RUOLO DEL PROTAGONISTA A HUGH JACKMAN (CHE APPARIVA ANCHE IN QUALITA' DI PRODUTTORE).

- PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

- IN PROGRAMMAZIONE AL 64MO FESTIVAL DI LOCARNO (2011) IN 'PIAZZA GRANDE'.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2012 PER IL MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (ALBERT BROOKS).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2012 PER IL MIGLIOR MONTAGGIO SONORO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2012 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- NASTRO D'ARGENTO 2012 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Stuntman per il cinema e pilota per la criminalità, lo straordinario Ryan Gosling guida, ama (Carey Mulligan) e lotta. Eppure, qualcosa non torna: la facoltà non si abbina alla proprietà (guida, non possiede le auto: un precario?), la tenerezza condivide la stessa inquadratura della violenza iperrealista. Ma non potrebbe essere altrimenti, perché 'Drive' è il più felice paradosso sugli schermi del Terzo millennio: genere d'autore, quale è Nicolas Winding Refn. Il genietto danese imbocca la corsia dell'azione criminale, fa stop ego nell'intimismo e rifornisce di ineluttabilità e desideri frustrati il suo pilota senza nome, che tiene la strada come nessun altro, ma non per andare là dove vorrebbe. Frullando i notturni di Paul Schrader e una colonna sonora da brividi, l'adrenalina di Michael Mann e lo splatter di 'Pusher', 'Drive' è la Ferrari dell'action su strada. Con quattro mani al volante, perché anche Refn guida da Dio una macchina non sua: premiata a Cannes, è una regia su commissione. Ed è un capolavoro: non perdetelo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 settembre 2011)

"Quando un biondino dallo sguardo impassibile si mette al volante preparatevi al peggio. Presto o tardi accadranno cose tremende. Ma prima che il sangue inizi a zampillare e il biondino riveli la violenza selvaggia nascosta dietro la sua aria angelica, il film ci regalerà alcune delle più straordinarie scene di inseguimento del cinema contemporaneo. E una inevitabile riflessione sulla disinvoltura con cui oggi molti registi manovrano l'eredità del grande cinema del passato. Svuotandone poco a poco le forme e le mitologie dall'interno, per così dire. Come se il mondo oggi fosse diventato troppo complesso (troppo pesante) per rappresentarlo davvero. E il massimo dell'impatto coincidesse con il massimo della leggerezza, della volatilità, dell'incorporeità. Che è il grande tema veicolato dai film sulla velocità - e dal piacere innegabile che procurano. Questa lunga premessa può sembrare a sua volta pesante per un concentrato di corse e adrenalina come 'Drive', esordio a Hollywood del 41enne danese Nicolas Winding Refn, astro in ascesa sull'affollata (e sempre più efferata) scena mondiale del noir. Ma è la struttura del film, così vistosamente (così infantilmente) diviso in due, che spinge a chiedersi perché a una prima parte tutta corse e speranza segua una seconda parte dominata dalla violenza più cieca. Come se dopo averci fatto volare Winding Refn dovesse ricordarci con brutalità che abbiamo un corpo, fatto di carne e sangue."(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 30 settembre 2011)

"Quando arrivano a Hollywood, molti registi europei anche i più originali si uniformano all'industria, confezionando film formattati. Non è il caso del danese Nicola Wmding Refn che, pur se in un film su commissione da un romanzo (di James Sallis), lascia tracce ben visibili della personalità mostrata nella trilogia 'Pusher' e in 'Bronson'. (...) Uno struggente romanticismo lo traversa; malgrado alcune scene di estrema truculenza, alcune (tra tutte quella dell'ascensore) di un virtuosismo che le candida fin da ora alle future antologie del cinema. Non mancano i riferimenti metacinematografici, a cominciare dalla maschera di scena in lattice indossata dall'eroe per rendersi irriconoscibile. Il divo ascendente Ryan Gosling si conferma molto oculato nello scegliere le parti." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 30 settembre 2011)

"Una ballata ad alto tasso criminale che si radica con polso stilizzato e iperrealistico nella migliore tradizione del noir hollywoodiano. 'Drive' del danese americanizzato Nicolas Winding Refn non a caso è stato premiato per la regia all'ultimo festival di Cannes suscitando generali entusiasmi e qualche contorta perplessità tra gli ultimi addetti ai lavori ostili al connubio tra marchio d'autore e cinema di genere. Tratto dal romanzo omonimo di James Sallis (ediz. ital. Giano), il film sicuramente destinato a diventare di culto non vuole mettere in bella calligrafia la routine poliziesca, bensì forgiare quest'ultima col fuoco di un pathos che è proprio della condizione umana postmodema. In 'Drive' non c'è, insomma, la sbrigativa separazione - ricorrente nei prodotti affini - tra atmosfere e racconto perché le une sono determinate dall'altro e la scelta di stile ne viene costantemente giustificata, corroborata, in una parola ricreata. (...) Seppure sia giusto avvertire gli spettatori sensibili che la magnifica andatura, resa ipnotica da sinuose carrellate e stacchi imperiosi d'inquadratura, nonché scandita da un'eccezionale colonna musicale in cui l'elettronica anni Ottanta si mischia alle citazioni tarantiniane di dimenticati hit italiani ('Oh My Love' di Riz Ortolani), verrà a più riprese squarciata da impressionanti impennate di brutalità e violenza decisamente pulp, 'Drive' è uno di quei titoli che si fanno prendere sul serio sia che si cerchi il piacere dello spettacolo sia che si pretenda la coerenza della sempiterna metafora della lotta dell'individuo perla sopravvivenza." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 30 settembre 2011)

"Nonostante l'ottima accoglienza a Cannes 2011, dove ha avuto il premio per la regia, il quarantenne Nicolas Winding Refn non piace a tutti: c'è un partito di antipatizzatori convinti che la sofisticata scatola formale del suo 'Drive' - intessuta di citazioni (da Friedkin a Hill, chi più ne ha più ne metta) e scene di sanguinaria crudezza - sia vuota. Il titolo del noir, basato sul romanzo di James Sallis, si riferisce a un protagonista che resta innominato e che si qualifica per ciò che sa fare meglio in assoluto: parafrasando Cartesio, «Guido dunque sono». (...) A suffragare le riserve, c'è il particolare che Refn non è un esordiente duro e puro: e se nei film precedenti (i tre 'Pusher', 'Bronson') ha premuto il tasto di un'efferatezza estrema, è anche vero fra l'uno e l'altro ha girato un'inoffensiva puntata della serie Miss Marple. Resta che 'Drive' è una pellicola di gran classe e si segue tutta di un fiato. Merito di un interprete - Gosling, la scoperta dell' anno - che non ti stanchi mai di guardare; di un'attrice straordinaria e vibrante, la Mulligan, apprezzata in 'An Education' e, a breve, in 'Shame'. Merito di una sceneggiatura che Hossein Amini orchestra abilmente su impercettibili scarti temporali; della stilizzata Los Angeles impaginata dal direttore di fotografia, Newton Thomas Sigel; della musica di Cliff Martinez, collaboratore abituale di Soderbergh. Talenti eterogenei che, sotto la guida del talentoso Refn, conferiscono a 'Drive' una tenuta forte, coerente. Raramente premio per la regia fu dato con maggior giudizio: sarà poi il futuro a dirci se il danese è solo un impeccabile manierista o se ha un mondo da esprimere." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 30 settembre 2011)

"Il nuovo film di Refn, 'Drive', è atteso come l'opera sconvolgente di un nuovo grande regista, forse anche un nuovo Tarantino e questo a pochi mesi dall'uscita in sala, e in sottotono, di quel 'Bronson' forse tra i suoi film migliori per quel tanto di libertà, innovazione e iconoclastia che si è potuto concedere (un biopic affascinante sul Michael Paterson, il più famoso galeotto d'Inghilterra, una carriera in prigione e un 'talento' d'artista e scrittore). Certo, di mezzo c'è stata la consacrazione cannense con il Premio per la Miglior Regia, e sappiamo quanto quel festival possa fare per lanciare un autore. Non solo, ma a questo si deve aggiungere il fatto che 'Drive' è di tutti film di Refn quello più commestibile, quello che aggiusta le punte estreme in una coreografia affascinante ma meno urticante. Non a caso è il suo primo film americano, fatto su commissione e con i soldi hollywoodiani. (...) Refn, al di là dei richiami e delle citazioni, ha un passo originale e di grande valore. Il modo soffuso e ammantato in cui avvolge quella che di fatto è una storia d'amore, anzi un méelo, e l'improvviso scatenarsi della violenza cruda e realistica fanno parlare di un autore complesso e raffinato che arriva oggi a un pubblico più ampio ma che già da tempo ha conquistato un pubblico più esigente. Poche ultime parole per sottolineare la performance attoriale del protagonista, un Ryan Goslin che potrebbe alla lunga competere con la fissità mitica di Clint Eastwood, anzi crediamo che Refn abbia voluto giocare con questo impossibile paragone, visto che mette uno stuzzicadenti quasi western sull'angolo della bocca di Goslin. Comunque sentiremo parlare ancora di lui." (Dario Zonta, 'L'Unità', 30 settembre 2011)

"Piacerà a coloro che amano le trame dark specie quando sono collocate nelle metropoli che non dormono. E specie quando la fattura è decisamente super. Appena visto il film tanti si chiederanno chi c'era dietro la macchina da presa. Michael Mann. Walter Hill? Macché il super director che sgiazza nella 'Città degli Angeli' come se la bazzicasse da una vita, è il danese Nicolas Winding Refn al primo film pervenuto in sala pubblica (Quindi, corsa al blockbuster a scovare i dvd dei suoi film precedenti, da 'Pusher' a 'Valhalla rising')." (Giorgio Carbone, 'Libero', 30 novembre 2011)
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