Dreamgirls

USA - 2006
Dreamgirls
Detroit, anni '60. In un periodo storico in cui i diritti civili per i 'negri' sono ancora appena mormorati, Curtis Taylor Jr. ha un sogno nel cassetto: realizzare la sua etichetta discografica attraverso cui diffondere la musica che sta aiutando la comunità afro-americana a prendere coscienza della propria identità culturale. Una sera, durante uno spettacolo con giovani artisti del luogo, Curtis conosce tre ragazze di talento, le Dreamettes, e decide di investire su di loro. Per Deena Jones, Lorrell Robinson ed Effie White inizia così la scalata al successo che le porta lontano dalla squallida vita cui erano destinate. Tuttavia, per tutti i protagonisti della vicenda, la realizzazione dei loro sogni non sarà priva di sofferenze.
  • Durata: 131'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, MUSICALE
  • Specifiche tecniche: PANAVISION (PLATINUM AND MILLENNIUM CAMERAS), 35 MM, SUPER 35 (1:2.35) - TECHNICOLOR
  • Tratto da: musical omonimo di Tom Eyen (libretto) e Henry Krieger (musiche)
  • Produzione: DREAMWORKS SKG, PARAMOUNT PICTURES
  • Distribuzione: UIP
  • Data uscita 26 Gennaio 2007

RECENSIONE

di Enrico Magrelli
Le voci di questa versione cinematografica di un hit di Broadway (correva l'anno 1981) sono belle, le canzoni meno. Gli anni Sessanta tornano nei materiali di repertorio, nelle acconciature, nelle fogge dei vestiti, nella gestualità da palcoscenico e nella volontà di cambiamento, ma il sound dei solchi di vinile e il soul dei caratteri è puro modernariato musicale-narrativo. Nonostante i momenti dilatati che probabilmente funzionavano a teatro e risultano involuti sullo schermo, Dreamgirls è una gradevole, orecchiabile e non entusiasmante ricognizione vintage sulla Motown, sulle Supremes, sul rhythm and blues, sulle turbolenze di un'America giovane e nera.  Nel film - e questo non è un dettaglio ininfluente - alla leggendaria casa discografica, al celebre gruppo vocale femminile, agli accordi di una musica che ancora costringe a battere il tempo con i piedi sono sostituite figure, cronache e partiture vicarie. Nulla e nessuno porta il nome che dovrebbe portare. Si evoca, si delega, si suggerisce e lo spettatore dovrebbe appassionarsi alle crisi, all'emarginazione, alla routine, ai fallimenti, alle debolezze di un universo musicale e di protagonisti che somigliano, ma "non sono" neanche nella finzione. Un musical biopic sulla supplenza. Le corde vocali sono fondamentali, ma conta molto di più l'immagine e la robusta Jennifer Hudson deve lasciare la leadership a Beyoncé (entrambe sono brave); il cinico e disinvolto Jamie Foxx da venditore di automobili si trasforma in un impresario musicale e mette lo show e i dollari in testa alla sua hit parade esistenziale; un eccezionale Eddie Murphy combatte contro la droga, il declino, le mode; manager vecchio stile escono di campo; canzoni organiche e canzoni ogm; la musica che ha  venduto l'anima perdendola per sempre. Tutti gli stereotipi del backstage e dello stage degli intrecci ambientati nel mondo della musica sono affrontati in ordine alfabetico e senza immaginazione. Il regista Bill Condon (Demoni e Dei, Kinsey, ha scritto e non diretto Chicago) si  sforza di dare sostanza spettacolare e pathos ad  un genere nobile del cinema classico che soltanto Moulin Rouge! è riuscito a rendere palpitante e moderno.

NOTE

- 3 GOLDEN GLOBES 2007 MUSICAL/COMMEDIA: MIGLIOR FILM, ATTRICE NON PROTAGONISTA A JENNIFER HUDSON E MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA A EDDIE MURPHY.

- OSCAR 2007: MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (JENNIFER HUDSON) E MISSAGGIO SONORO (MICHAEL MINKLER, BOB BEEMER, WILLIE BURTON). ALTRE NOMINATIONS: MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (EDDIE MURPHY), SCENOGRAFIA, COSTUMI, CANZONE ORIGINALE.

CRITICA

"'Dreamgirls' racconta la vicenda (la protagonista Beyoncé è bellissima), il suo ambiente e i suoi anni con lusso scintillante e sentimentalismo patetico, con magnifici costumi ideati da Sharen Davis, con trucco e acconciature dell'epoca molto ben copiati e luminosi. La musica di Henry Krieger non è granché: persino canzoni molto carine del trio non sono mai arrivate alla popolarità in Europa." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 26 gennaio 2007)

"L'aspetto più rilevante è quello del rivisitare la storia della presenza e del contributo afro alla musica americana, la storia non così lontana di una completa emarginazione e ghettizzazione e di una totale mancanza di influenza sulle leve del potere dello show business. Storia che si è poi grandemente rivoltata, nello spettacolo, con una significativa conquista di potere e protagonismo grazie a enormi meriti in particolare per quanto riguarda l'evoluzione musicale. Il film con i suoi personaggi rappresenta le due opzioni. Quella di una conquista del potere e del centro della scena rinunciando alla propria peculiarità, personalità, identità, al proprio patrimonio. E quella dell'affermarsi, faticosamente, proprio grazie invece all'essere se stessi. Tutto questo viene banalizzato e appiattito nel film. Cui, ovviamente, non può mancare la ricomposizione finale attorno ai recuperati valori autentici e genuini, e la punizione del cattivo che voleva rendere i talenti neri 'digeribili' ai bianchi conformisti. Fortuna che c'è un'ottima galleria di interpreti."(Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 26 gennaio 2007)

"A tre anni dal furbo e sopravvalutato 'Chicago', ecco finalmente un vero musical. Un film in cui non contano la confezione e il glamour ma le performance degli interpreti. Un mélo musicale più cantato che ballato dove però è la macchina da presa stessa a danzare, come negli anni d'oro. E il tono, il ritmo, l'ebbrezza, non sono imposti a posteriori da un montaggio frenetico come accadeva appunto in quell'abile falso che era 'Chicago' ma scaturiscono da quanto accade in scena e dal ritmo interno al racconto. Troppa grazia, perfino, per un pubblico storicamente diffidente nei confronti del musical come quello italiano. Eppure, con le sue otto strameritate candidature all'Oscar, 'Dreamgirls' potrebbe incantare anche i non iniziati grazie alla bellezza delle canzoni (per una volta sottotitolate, almeno in parte), al fascino di Beyoncé Knowles e al richiamo esercitato dall'epopea della Motown, la leggendaria casa di Detroit che negli anni 60-70 impose in America il sound nero di artisti come Stevie Wonder, Marvin Gaye, i Temptations, i Jackson Five. E naturalmente Diana Ross e le Supremes, la cui storia scorre riconoscibilissima dietro quella di 'Dreamgirls'." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 gennaio 2007)

"Il film non racconta solo lo scontro musicale e sentimentale che divide il gruppo, con tanto di maternità tenuta segreta, scivolone nell'alcol e nella depressione con successivo riscatto grazie alla musica. Il lato più melodrammatico (e accattivante) della storia lascia molto spazio alla descrizione di una classe nera che cerca l'affermazione negli affari come possibile strada verso il riscatto sociale. Con conseguente perdita di identità e forse anche di anima, ma finendo per sorvolare su una delle componenti su cui quel riscatto faceva leva: l'evidente carica sensuale con cui le Dreams si presentavano in scena, aggressive e provocanti più per le movenze che per i contenuti della loro musica. (...) Sparisce dal film, sceneggiato dal regista Bill Condon, l'energia tutta americana della scalata verso il successo per offrirci un quadro molto più complesso e variegato dove i sogni di gloria si mescolano ai compromessi e ai tradimenti e l'ambizione non è solo una molla positiva. Ma dove la musica perde in parte la sua carica propulsiva proprio perché la parte canora alla fine rischia di non avere quell'importanza e quella centralità che ti aspetteresti da un musical. Potrebbe quasi sembrare un controsenso, visti i premi in patria e le nomination. La popolarità di Beyoncé (che si esibisce da sola nell'hit Listen), la grinta e l'emotività di Jennifer Huston (indimenticabile in Love You I Do, One Night Only ma soprattutto nel drammatico And I Am Telling You I' m not Going), l'energia di Eddie Murphy (in Patience), oltre a un'altra quindicina di canzoni cantate dalle Dreams, dovrebbero offrire al film una corazza a prova di bomba. E invece alla fine lo spaccato di quegli anni e di quel mondo finisce per restare un po' troppo distante. Brillante, multicolore e accattivante ma mai davvero coinvolgente, almeno per un pubblico non americano." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 26 gennaio 2007)

"'Dreamgirls' è una commedia musicale che ha trionfato per venticinque anni nei teatri americani. È il soul nella sua visione mistica, travolgente e che racconta l'ascesa del gruppo vocale femminile The Dreamettes, che adombra quella reale delle Supremes, che negli anni Settanta impose la bellissima Diana Ross. L'ascesa del gruppo ha comunque un plus valore: la presenza di Jennifer Hudson, una voce sulle orme di Aretha Franklin, che pur essendo la migliore, dentro e fuori dal film, viene oscurata dalla più nota Beyoncé Knowles, nel solco di un successo consolidato nei cd. Ma l'intero pacchetto di interpreti, Jamie Foxx, Anika Noni Rose, compreso lo strepitoso Eddie Murphy, è degno di lode. Il film ha ottenuto ben otto Golden Globe ed è probabile che qualcuno si trasformi in Oscar, anche se minore. Tratto dallo spettacolo scritto da Tom Eyen e Henry Krieger presentato la prima volta nel 1980, 'Dreamgirls' è un formidabile melodramma che in ogni nota di soul mette una fisicità senza infingimenti, uno slancio ricco di commovente sincerità con musica
e interpreti legati a doppio filo. (...) Le canzoni non sono memorabili, troppo uguali una all'altra, ma lo slancio, la coordinazione, la melodrammaticità, ci scappa anche il morto, sono il massimo contributo della musica soul ed Eddie Murphy rivela doti canore insospettabili. La 'negritude' dell'intero spettacolo non esclude alcun tipo di spettatore. La musica è passata, come direbbe Ivano Fossati." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 26 gennaio 2007)

"In Italia il musical dell'epoca d'oro, che va dalla fine degli anni Venti alla metà dei Cinquanta, non ha mai mobilitato le folle. È andata meglio ai film tratti dai grandi successi di Broadway che, in epoche più recenti, puntavano sull'originalità dei soggetti, la frenesia del montaggio e la personalità degli interpreti (da 'Cabaret' a 'All That Jazz', da 'La febbre del sabato sera' a 'Flashdance') abrogando le cantatine al posto dei dialoghi e i balletti come surrogato dell'azione. Nonostante il regista Bill Condon sia stato l'adattatore di 'Chicago' 'Dreamgirls' ritorna all'antico e riempie lo schermo con una cascata di canzoni & coreografie in cui gli unici ritmi e toni percepibili sono quelli di un'anonima maniera. (...) Dettagliando le vicissitudini del terzetto delle Dreamettes, in seguito ribattezzate Dreams, che ricalcano vita, morte e miracoli ovvero trionfi, crisi e gelosie delle Supremes di Diana Ross, il film non riesce ad amalgamare lo spaccato sociologico e la disputa culturale con un'overdose canzonettistica spesso monocorde e a tratti molesta. Lo squilibrio di fondo finisce col rendere stereotipata la tipizzazione dei protagonisti e si fa fatica a concedere credito emotivo al boss/pigmalione di Jamie Foxx, alla grassoccia solista silurata di Jennifer Huston, alla poco dotata ma sexy primadonna di Beyoncé Knowles, all'istrionico cantante proletario di Eddie Murphy e persino al vecchio manager gentiluomo di Danny Glover. La parabola dello show business che fa perdere l'anima con i suoi biechi tradimenti e i suoi cinici compromessi risulta, così, tanto plausibile quanto banale ed è difficile cambiare idea solo perché otto candidature all'Oscar ne sottolineano la pleonastica impeccabilità tecnica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 27 gennaio 2007)
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