Disconnect

USA - 2012
3/5
Disconnect
Internet domina ormai incontrastato, ma le persone non si rassegnano all'impossibilità di intrattenere dei rapporti che siano umani. Stando così le cose, le storie di diversi personaggi si intrecciano proprio online. Un avvocato stacanovista passa tutto il suo tempo incollato al cellulare trascurando moglie e figli. Giunta al capolinea della propria relazione, una coppia in crisi usa internet come via di fuga. Un ex-poliziotto vedovo deve fare i conti con il figlio che maltratta in rete un compagno di classe. Una giornalista in carriera sfrutta per il proprio tornaconto la storia di un ragazzino che si esibisce su siti per soli adulti.
  • Durata: 115'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Produzione: LD ENTERTAINMENT, WONDERFUL FILMS
  • Distribuzione: FILMAURO (2014)
  • Data uscita 9 Gennaio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Angela Prudenzi
Le relazioni ai tempi di internet, si sa, sono notevolmente facilitate, non fosse altro perché si possono tessere rapporti senza metterci necessariamente la faccia. In questo la rete è come una madre, apre le braccia e conforta chi non ha il coraggio di confrontarsi con l'universo affettivo e sociale più prossimo, sia esso rappresentato da genitori, figli, amici, compagni di scuola, colleghi, amanti. In quel magma caotico e privo di volto che è la rete tutti sono amici, di conseguenza i pericoli dovrebbero essere assenti. Un mito che bisognava sfatare e a farsene carico è l'americano Henry-Alex Rubin con Disconnect, un film tessuto di storie a incastro per raccontare di internet i tranelli, le zone d'ombra, la capacità di far sparire insieme a volti e nome persino le identità.
In scena alcuni personaggi che sono lo stereotipo dell'utente medio: la coppia di studenti che per tormentare un compagno su Facebook si cela dietro il nome di una adolescente innamorata di lui, la giornalista a caccia di scoop che conquista la fiducia di un giovane che si prostituisce on line mostrandosi in atteggiamenti erotici; il detective esperto di informatica che non riesce ad amare il figlio ma è invece quanto mai sensibile ai problemi delle persone cui via internet vengono sottratti identità e soldi in banca; la coppia che si ritrova con il conto svuotato non meno dei loro cuori devastati dalla morte delll'unico bambino. Un'umanità varia che non sa più parlarsi, legata da molto meno dei famosi sei gradi di separazione poiché le loro vicende si incrociano più e più volte prima del finale. Un momento drammatico in cui a tutti è chiesto di abbandonare i profili fittizi per mettersi totalmente in gioco.
Rubin conosce bene le regole e con Disconnect va sul sicuro: ottimi dialoghi, montaggio serrato al servizio di una costruzione fatta di tasselli funzionali l'uno all'altro, attori bravi e incisivi a rendere credibile una sceneggiatura che a voler trovare un difetto al film è a tratti prevedibile. Ma il quadro funziona, grazie soprattutto alla capacità del regista di armonizzare i vari elementi narrativi puntando molto sui volti e i corpi quanto mai veri degli interpreti.

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

CRITICA

"A prima vista il titolo, 'Disconnect', sembrerebbe improprio. Perché i tutti i personaggi del film di Henry Alex Rubin sono semmai 'overconnected' - tramite smartphone, pc portatili, tablet - ed è proprio questo il loro problema. (...) piano su cui il film è fortemente interconnesso riguarda poi i diversi episodi narrati: nella direzione di Rubin (regista di spot pubblicitarie di un documentario nominato all'Oscar, 'Murderball', qui al debutto nel lungometraggio) le fila della sceneggiatura di Andrew Stern sono organizzate con sapienza in un arco narrativo che combina diversi generi - dramma familiare, suspenser, thriller - culminando in un teso epilogo a destini incrociati (dove è ridondante, però, l'uso del 'rallenti', sottolineato dalla musica emotiva di Max Richter). Un po' come succedeva dell'ottimo 'Crash' di Paul Haggis, Oscar 2006 come miglior film e migliore sceneggiatura. E ancora: è ben connesso il cast, composto da star di secondo livello (Jason Bateman, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgård, Prank Grillo, Paula Patton...) organizzate in un ottimo gioco di squadra, cui contribuiscono efficacemente alcuni interpreti giovanissimi, più o meno al debutto sullo schermo. Che cosa è 'disconnect', allora, nel film che ha scelto di portare questo titolo? Sono i rapporti umani, evidentemente: scollegati da se stessi, i personaggi esercitano o subiscono la violenza della 'rete' che, sotto la tutela vile dell'anonimato, permette di piratare dati sensibili, rubare identità, demolire psicologie adolescenziali, tentare mogli trascurate e quant'altro. Come si vede, l'argomento è di stringente attualità. E se coloro che parlano del web si dividono sempre più (per citare un celebre saggio di Umberto Eco pubblicato cinquant'anni fa) tra 'apocalittici' e 'integrati', Rubin milita risolutamente tra i primi, rappresentando l'universo virtuale - e i social network in particolare - come origine e causa prima di un presente disumanizzato. In ciò il suo film potrà apparire agli 'integrati' il frutto di un''apocalittica' ideologia anti-tech vecchia e conservatrice (chissà che avrebbe da dirne oggi Marshall McLuhan, il grande teorico dei media scomparso troppo presto?). Restano fuor di dubbio, in ogni caso, le buone intenzioni umanistiche del film che, dopo avere condotto tutti i personaggi sull'orlo della rovina, opta alla fine per un - relativo -ottimismo della volontà." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 gennaio 2014)

"Un dramma in tre atti «connessi» in cui il potere della Rete causa guai in famiglia. Il regista Henry Alex Rubin manovra la materia con tono concitato ma non sommario, certo privilegiando il lato didascalico delle relazioni pericolose al pc, usando un cast di ottimi attori col sospetto davvero che si stia parlando in modo intelligente di cose che ci riguardano oggi e ancora più domani, facendo salto in alto dalla cronaca alla morale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 gennaio 2014)

"Ferisce più un tasto del computer che non una mazza da hockey scagliata addosso. È questo il tema centrale dell'intenso 'Disconnect' di Henry Alex Rubin, mosaico di storie drammatiche ambientate ai tempi del Web, dove Internet è un rovescio della medaglia, a volte deformato a volte illuminante, delle nostre vecchie vite 'offline'. Un padre avvocato (Jason Bateman) deve capire perché il figlio quindicenne si è impiccato nella sua stanzetta. C'entra forse quella misteriosa ragazza con cui "chattava"? E se non fosse una lei ma un bulletto maschio il cui genitore è un detective informatico che dovrà aiutare una coppia in crisi (Alexander Skarsgård, figlio di Stellan, e Paula Patton) a capire chi ha clonato la loro carta di credito (sia lui che lei scopriranno delle vite online che nessuno dei due sospettava)? C'è anche una giornalista senza scrupoli (la straordinaria Andrea Riseborough già ammirata in 'Oblivion'; è la nuova Meryl Streep?) che vuole capire, o forse sfruttare, un gigolo telematico (Max Thieriot) per fare carriera. Siamo tutti sempre connessi ma non ci guardiamo più negli occhi. E se tornassimo a toccarci, anche in chiave violenta, per ricominciare a sentire il corpo, e il peso, della nostra esistenza? Il documentarista di successo Rubin (candidato all'Oscar nel 2006 per il geniale film sui paraplegici sportivi 'Murderball') esordisce nella fiction con un dramma corale ispirato a 'Crash' di Haggis e 'Babel' di Iñárritu. Non siamo certamente dalle parti dell'esaltazione del Web ma non bisogna vedere il film di Rubin nemmeno come un monito apocalittico. È una pellicola che parla ai genitori degli adolescenti delle società occidentali di adesso e dice: i vostri figli ci stanno ormai dentro fino al collo. Ed è un collo che pub decidere di spezzarsi con il più classico dei suicidi." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 9 gennaio 2014)

"Non ci sembra giusto accusare 'Disconnect' - esordio nel lungometraggio di finzione di Henry-Alex Rubin, giovane documentarista già candidato all'Oscar per il suo 'Murderball' - di mettere sotto tiro la rete. A nostro avviso il film si limita a prendere atto delle insidie del mondo in cui viviamo: non è che le nuove tecnologie creino di per sé solitudine e incapacità di contatti umani - il cinema di Antonioni e altri parlava di alienazione decenni prima dell'invenzione di Internet: tuttavia è indubbio che possano diventare ottimi strumenti di isolamento e fuga dalla realtà. Per esempio per una coppia che la morte del figlioletto ha estraniato, cosicché cercano conforto sul web, lui giocando, lei scambiando email con uno sconosciuto; o per un tredicenne introverso con un'innamorata che non esiste, scherzo di due compagni di scuola; mentre una giornalista TV che vuole fare uno scoop a spese di un ragazzo, porno star in un sito per adulti, rischia di rovinarlo. Strutturato come 'Crash' e 'Babel' su un intreccio di storie che si scoprono collegate, 'Disconnect' è un po' troppo programmatico nell'assunto, ma il disegno è limpido, la regia fluida e gli interpreti, da Hope Davis a Frank Grillo a Jason Bateman, assai efficaci." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 gennaio 2014)

"L'ex documentarista Rubin racconta in 'Disconnect' con precisione e passione (e con qualche caduta di stile) un intreccio di storie sulla ricerca del contatto umano in un mondo dove la realtà quotidiana animata da computer, video giochi, social network, sembra più vera del reale. La trama segue le vicende di personaggi imprigionati nella Rete e nelle trappole che si nascondono nelle chat, nei siti di incontro e nei social network. (...) storia che mescola dramma, thriller e azione. La Rete ha accorciato le distanze, spostando avanti i nostri confini e rendendo il mondo godibile attraverso comunicazioni veloci. La Rete ha migliorato il ritmo della vita, a patto però che non ci si ritrovi inghiottiti in una dimensione virtuale che fa dimenticare il senso dell'umanità, dei sentimenti, della scoperta tangibile e non telematica. Questo il messaggio lanciato da Henry Alex Rubin, per il quale il film è una sorta di «invito-esortazione: scollegatevi e tornate a vivere». Sceneggiato da Andrew Stern e ambientato a New York nel cast di 'Disconnect' (ovvero 'Disconnetiti') recitano Alexander Skarsgård, Jason Bateman, Paula Patton, Max Thieriot, Jonah Bobo, Hope Davis, Colin Ford, Frank Grillo, Michael Nyqvist e Andrea Riseborough. I vari personaggi non si conoscono, sono sconosciuti, ma le loro vicende s'intrecciano coinvolgendo lo spettatore e disegnando un quadro realistico e a tratti inquietante di ciò che può derivare dalla solitudine. Su tutto emerge la disperata ricerca di contatti umani. Ma si avverte anche il rumore di un suono metallico che svuota l'interiorità della gente, spersonalizzandola fino a farla diventare una sorta di specie aliena, che non conosce il senso della cultura e della Storia, sospesa tra incoscienza e ignoranza. E certo, la Rete, nella sua democratica globalità, oltre ad essere una fonte inesauribile di informazione è diventata anche una possibile trappola, dove libertà di espressione si trasforma spesso in violenze verbali che rimbalzando rischiano di generare quell'effetto 'butterfly', a cui il cinema ha già dedicato indimenticabili capolavori (come 'Babel' con Brad Pitt). Il consiglio di Rubin è lampante: 'Dsconnettiti per vivere davvero'. In un'epoca frenetica e ingabbiata nella tecnologia, staccare la spina è per lui la cosa migliore. Ma si può ancora uscire da questo meccanismo? L'individuo è capace di fare a meno di smartphon, tablet e computer interconnessi? I personaggi rappresentati da Rubin sono tutti alle prese con le conseguenze di una troppo marcata dipendenza tecnologica; costruiscono se stessi come automi meccanizzati, in cui gli strumenti tecnologici diventano quasi dei filamenti che continuano ad allungare le esistenze. Il cellulare di Bateman, l'I-Pad dei bulli, il computer in cui ci si svende di tutto, soprattutto il proprio corpo, e nel quale si investono speranze disilluse. Per Rubin il Web è pieno di falsità e illusioni, e, non a caso, lo mette in scena in una New York di periferia arida e sterile, dove persino i raggi del sole faticano ad entrare. Candidato all'Oscar per il documentario 'Murderball', il regista focalizza ora una cruda rappresentazione, dove il disagio è inconscio ma inevitabile" (Dina D'Isa, 'Il Tempo - Roma', 9 gennaio 2014)

"Piacerà o comunque interesserà, tutti quanti cominciano a individuare nella dipendenza da internet uno dei mali del nuovo secolo. E magari a temere che il nemico ti può entrare in casa col familiare che parla sempre di meno e chatta sempre di più. Per la verità avevo un forte sospetto che sì il film fosse interessante e magari allarmante, ma il dramma risultasse raffreddato data la provenienza documentaristica di Rubin (un docu-drama più che un drammone solido di quotidiana alienazione). Beh, scampato pericolo. Alla sua prima uscita nella fiction, Rubin dimostra come si racconta sullo schermo. Optando per una delle vie più arrischiate per un narratore, disperdendo la narrazione in diversi rivoli, per poi farli confluire in dirittura finale (una scelta di alta acrobazia che risulta azzeccata poche volte, il modello è ancora il 'Crash' di Haggis). Bene, il racconto è articolato su quattro piccoli melodrammi ciascuno dei quali potrebbe ispirare un film a parte. Ora, come ai tempi di Verdi, il melodramma si muove solo se si muovono i personaggi femminili (e solo e soprattutto se hanno interpreti ad hoc). Qui ad hoc sono tutte, dalla bionda e segnata Hope Davis (quasi un'icona della cineborghesia americana) alla splendida Paula Patton all'australiana Andrea Risenborough che fa la giornalista e compie la (salutare) scelta finale. Va dove la porta l'utero e non dove l'ha sempre condotta il mouse." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 gennaio 2014)

"Il titolo è quasi un invito a disconnettersi dal mondo virtuale per rivalutare quello reale. Personaggi differenti, per provenienza e stile di vita, alle prese con l'uso fuori controllo, ingenuo e, a volte, pericoloso, delle nuove tecnologie. Fra truffe, chat erotiche con minori, cyberbulli, si cerca di riflettere su un tema molto attuale, grazie anche a un cast particolarmente inspirato dove brilla un sorprendente Jason Bateman. Un film che cambierà il vostro rapporto con la rete." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 9 gennaio 2014)

"Diciamo subito che 'Disconnect' non è 'The Social Network'. Una tautologia che non condanna il primo titolo all'anonimato: la nuova ricognizione dell'universo così vicino così lontano della Rete, e dei modi d'esistenza da essa stravolti, si traduce in un godibile thriller da noi rimasto inedito chissà perché per due anni. L'ambizioso progetto di 'Disconnect', infatti, predispone un abile incrocio di situazioni imperniato su tre corsie narrative di base (...). L'incalzante montaggio sopperisce all'ardua 'filmabilità' delle comunicazioni virtuali e il buon livello di tutte le recitazioni surroga la refrattarietà drammaturgica degli ovviamente onnipresenti schermi di computer. Peccato che uno sbrigativo moralismo e un supergenerico allarmismo facciano calare il livello di raffinatezza. 'Disconnect' non è 'The Social Network', appunto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 16 gennaio 2014)
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