DIO SALVI LA REGINA

FOR QUEEN AND COUNTRY

GRAN BRETAGNA, USA - 1988
DIO SALVI LA REGINA
Reuben, un giovane parà di colore, nato a Londra e naturalizzato inglese, si è congedato dalla British Army, dove ha compiuto ben nove anni di servizio e di salutare disciplina, combattendo anche nelle Falkland e nell'Irlanda del Nord. Non vuol più saperne di spari e di violenza, e desidera condurre una vita normale di onestà e lavoro, rompendo con l'ambiente negativo dei suoi primi anni. Rientrato a Londra, si reca per prima cosa da Fish, un ex commilitone bianco, rientrato invalido dalle Falkland. Reuben ha subito modo di constatare di esser malvisto e disprezzato come ex parà, che il degrado ambientale e umano del proprio quartiere è paurosamente cresciuto, che l'amico si è lasciato andare all'alcool e al gioco, totalmente incurante della moglie e dei figli, che vivono in miseria, e che altri amici di colore sono ancora preda della criminalità e dello spaccio di stupefacenti. Reuben tenta di reagire e far reagire: di recuperare alla vita e alla responsabilità il commilitone, di distogliere dall'illegalità e dalla violenza gli amici di colore, di crearsi una sua famiglia, specie dopo l'incontro con Amanda, una giovane donna abbandonata dal marito, che vive stentatamente, cercando di provvedere alla figlia. Reuben progetta un fine settimana a Parigi con lei e la bambina, ma si vede negare il passaporto, come originario di S. Lucia nei Caraibi, ex colonia britannica diventata indipendente. Amareggiato dall'ingiusta discriminazione, travolto dai disordini scoppiati nel quartiere e abbandonato anche da Amanda, Reuben viene ucciso in una sparatoria, dopo un ultimo disperato tentativo di salvare l'amico invalido.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA, RANKCOLOR
  • Produzione: WORKING TITLE FILMS, ZENITH PRODUCTIONS
  • Distribuzione: I.M.C. (1989) - AVO FILM
  • Vietato 14

CRITICA

"Già incontrato in 'Power', 'Grido di libertà' e 'Glory', Denzel Washington, classe 1954 si avvia a raccogliere l'eredità di Sidney Poitier. A differenza dei comici del suo colore - Sammy Davis jr., Eddie Murphy, Richard Pryor, Spike Lee (che, però, conta più come regista) - è bello, atletico, intenso. Non è ancora una star, ma è già un attore provetto, di ampio registro drammatico. E' lui la vera, ma anche la sola ragione d'essere di questo film britannico che 'ha fatto arrabbiare la signora Thatcher', come dice uno strillo pubblicitario. Far arrabbiare la signora Thatcher è un merito, almeno per me, ma non basta per annoverare 'Dio salvi la regina' ('For Queen and Country', 1988) tra i buoni film. (...) Sul piano del mestiere il film è ineccepibile: robusto ritmo narrativo da thriller hollywoodiano, fotografia che rende in modi suggestivi l'atmosfera degradata e livida della periferia londinese, bravi attori dalle facce attendibili, colonna musicale con un buon uso delle percussioni. Non va mai, però, in profondità e, anche per il ricorso accanito agli stereotipi risulta prevedibile, scontato, senza sorprese." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 8 Maggio 1990)

"Nonostante che, sul piano puramente commerciale, il film di Stellman approdi ai nostri schermi forse nel periodo meno propizio, va detto altresì che, giusto in concomitanza con l'esito delle elezioni amministrative in Inghilterra, il suo impatto, anche tutto casuale, con quel medesimo evento assume peso e coloriture singolarmente tempestivi. Anche se la vituperata dama di ferro va dicendo, ben spalleggiata da reazionari e forcaioli italiani d'ogni risma, che, tutto sommato, la batosta subita dai conservatori in favore dei laburisti (specie in ordine all'imposizione dell'aborrito balzello antipopolare poll tax) non è stata poi così rovinosa come i suoi oppositori vogliono sostenere. Ecco, per contrasto radicale con la sdegnata denuncia implicita nel film di Stellman, una classica mistificazione con cui il potere costituito, i ricchi e gli aristocratici, ancor oggi in Inghilterra spingono alla disperazione migliaia di pur volonterosi Reuben, soldati anonimi d'uno scontro di classe ben lontano dall'esser placato." (Sauro Borelli, 'L'Unità', 5 Agosto 1990)

"Il film, in realtà, concede alla platea più di quanto non prometta con quel titolo che riecheggia una famosa pellicola antimilitarista di Losey. Che il budget produttivo sia stato puntellato da capitali americani lo indica anche la scelta del protagonista: Denzel Washington, attore nero in rapida ascesa dopo 'Grido di libertà', incapace peraltro di affrancarsi da moduli recitativi di scuola statunitense. La sua caratterizzazione di un ex parà britannico, piccolo eroe senza speranza che gli amici di Londra chiamano Ruby o Rambo, non è esente da ammiccamenti superflui. (...) Nella sofferta relazione tra la lattiginosa Stacey e il soldatino di colore in abiti borghesi, Martin Stellman trova i toni più convincenti della narrazione, altrove affidata alla fragile patina iperrealistica delle immagini. Una narrazione che perde in compostezza nel truculento finale, su cui gravano tutti i sospetti di superficialità delle storie-limite che pretendono di essere esemplari." (Alfredo Boccioletti, 'Il Resto del Carlino')
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