Corpo celeste

FRANCIA, SVIZZERA, ITALIA - 2011
4/5
Corpo celeste
Marta ha tredici anni e, dopo averne passati dieci con la famiglia in Svizzera, è tornata a vivere a Reggio Calabria, la città dov'è nata. Subito si confronta con un mondo sconosciuto diviso tra ansia di consumismo moderno e resti arcaici. Inizia, così, a frequentare il corso di preparazione alla cresima, cercando nella parrocchia le risposte alla sua inquietudine. Incontra don Mario, prete indaffarato e distante che amministra la chiesa come una piccola azienda, e la catechista Santa, una signora un po' buffa che guiderà i ragazzi verso la confermazione. Ma capirà presto che deve cercare altrove la sua strada...
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: TEMPESTA FILM, JBA PRODUCTION, AMKA FILMS, RAI CINEMA, IN COPRODUZIONE CON ARTE FRANCE CINÉMA, RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA E SRG SSR IDÈE SUISSE
  • Distribuzione: CINECITTÀ LUCE - DVD:CG HOMEVIDEO (2011, 2012)
  • Data uscita 27 Maggio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Marta (Yle Vianello: come i Dardenne vorrebbero) ha 13 anni, e ne dimostra meno: dopo 10 passati in Svizzera, riscopre la natia Reggio Calabria. E' terragna la città, e variamente abbrutita: il fiume è in secca, un letto che non accoglie, salvo una processione un filo sacra, un tot profana e molto prosaica. Nondimeno, in questa architettura di barriere visibili e geometrie invariabili, in questa ragnatela di tradizione e collusione, potrà scoprirsi Corpo celeste?
Per Anna Maria Ortese “corpo celeste, o oggetto del sovramondo, era anche la Terra, una volta sollevato quel cartellino col nome di pianeta Terra”, per l'esordiente 29enne Alice Rohrwacher (sì, è la sorella di Alba) corporea è la dardenniana marcatura su Marta, celeste il voltaggio delle immagini, sprofondate in basso – la diseducazione catechetica (si canta: “Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta”), la parrocchia aziendale e politicamente sensibile (Don Mario è Salvatore Cantalupo), il Crocefisso figurativo - e comunque risollevate da una figura Christi sui generis: Marta, che evangelicamente diremmo piuttosto Maria.
Spronata dal produttore Carlo Cresto-Dina (Tickets) e felicemente approdata alla Quinzaine di Cannes 64, la regista ha circoscritto in questa paradossale corporeità celestiale, in questa trascendenza coi piedi per terra tante delle questioni che sfregiano il nostro qui e ora: se il percorso è parabolico, Marta è un satellite comunque indipendente, in moto di rivoluzione rispetto alla massa pesante e asservita di Reggio, e dell'Italia che non cresce. Mentre il catechismo si fa quiz, ma il Crocefisso dev'essere secondo tradizione, Marta è una piccola donna che cresce: il film è lei, e come lei in divenire, fiducioso, e non corruttibile. Con grazia femminile e adolescenziale empatia, la Rohrwacher rispolvera ad hoc la prima persona neorealistica e le affida il compito etico, prima che conoscitivo, di guardare al mondo, e resistervi: in realtà, è questa la Cresima, la Confermazione per cui entrambe si sono preparate.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL CONTRIBUTO DELLA DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA - MIBAC, CON LA PARTECIPAZIONE DI ARTE FRANCE E CINETECA DI BOLOGNA, CON IL CONTRIBUTO DELLA CALABRIA FILM COMMISSION - REGIONE CALABRIA, CON IL SUPPORTO DEL PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA.

- SELEZIONATO ALLA 42. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2011).

- NASTRO D'ARGENTO 2011 AD ALICE ROHRWACHER COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (ANITA CAPRIOLI E PASQUALINA SCUNCIA) E MONTAGGIO (MARCO SPOLETINI E' STATO CANDIDATO ANCHE PER "LA BANDA DEI BABBI NATALE" DI PAOLO GENOVESE).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2012 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE E ATTRICE NON PROTAGONISTA (ANITA CAPRIOLI).

CRITICA

"Diretto da una documentarista che guarda allo stile dei Dardenne e prima di girare ha esplorato a lungo quel mondo. Per raccontarlo con gli occhi innocenti quanto acuti della piccola Marta (Yle Vianello), 'emigrata di ritorno' con la sua famiglia in Calabria. (...) Crisi spirituale, mercificazione, corruzione, resa generalizzata al consumismo, anche in materia di fede. In quella parrocchia di provincia c'è tutto il peggio del nostro paese, dai bambini che fanno catechismo (anzi 'Katekismo') a colpi di quiz, alla canzoncina 'Mi sintonizzo con Dio', al parroco maneggione (Salvatore Cantalupo) che vuole sistemare in chiesa un 'crocifisso figurativo' all'antica al posto dell'attuale mostruosità fluorescente. E magari ingraziarsi il vescovo per farsi trasferire in una sede più prestigiosa. Ma 'Corpo celeste' (il titolo viene da Anna Maria Ortese) non è un j'accuse o un banale referto sociologico; la prima dote della neoregista è lo sguardo partecipe che posa sui suoi personaggi, dalla spaesata Marta a sua madre (Anita Caprioli), l'unica che sa amarla e capirla, all'ingenua Santa (l'efficacissima non attrice Pasqualina Scuncia), la catechista che prepara i ragazzi con lo zelo e la goffa innocenza di chi è troppo parte di un mondo per coglierne l'assurdo. Ma del film restano negli occhi soprattutto gli spazi: gli osceni cavalcavia della città moderna; la fiumara-terra di nessuno, unico luogo in cui sembra pulsare un po' di vita vera, paradossalmente; i tornanti che portano al paesino fantasma dove il parroco va a prelevare il famoso crocifisso e Marta capirà di colpo molte cose, del mondo e di sé (fulminante apparizione di Renato Carpentieri, prete semicieco, che parla a Marta del vero Gesù). Con atmosfere e sentimenti che a tratti evocano i film dell'argentina Lucrecia Martel ('La cienaga', 'La niña santa'), ma scoprono un pezzo di Italia ancora mai visto al cinema." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 maggio 2011)

"Dire che 'Corpo celeste' è un film sulla chiesa oggi sarebbe rinchiuderlo in un'etichetta molto limitante. La chiesa c'è, c'è quella parrocchia, ci sono i sintomi della sua inadeguatezza rispetto al presente, come accade a Santa la catechista piena però di buone intenzioni e allo stesso parroco con le sue ambiguità, ma sembra anche l'ultimo luogo rimasto in cui trovarsi e 'inscenare' il rito collettivo della comunità con cui opporsi all'anonimato. Quel microcosmo racconta il nostro tempo, parla di noi, del presente, è l'Italia in cui viviamo (e non solo) fatta di tv e indifferenza - agghiacciante la spiegazione di una zia di Marta che compra il pesce dell'Atlantico perché quello del Mediterraneo potrebbe mangiare i cadaveri dei migranti, ma l'allenamento di cui dicevamo fa sì che Alice Rohrwacher non sia mai programmatica, il suo parlare del tempo è cinema, è un personaggio, che ama senza identificazione, con una scelta anche qui molto chiara di ruoli e di narratività." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 18 maggio 2011)

"Dopo 'Habemus Papam', anche 'Corpo celeste' porta al Festival uno sguardo laico sulla Chiesa, l'uno raccontando la crisi in Vaticano, l'altro all'interno di una parrocchia di periferia. (...) In 'Corpo celeste' il parroco (Salvatore Cantalupo) è un uomo egoista e impegnato a reclutare i voti elettorali da usare per far carriera, mentre i vescovi hanno tutti lo sguardo gelido e assente. (..) . 'Corpo Celeste' è stato giudicato da molti recensori un film anticlericale." (Arianna Finos, 'La Repubblica', 18 maggio 2011)

"«Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta!». Inneggiano gli adolescenti ai bordi di Reggio Calabria, allestendo lo show della santa cresima. E nel backstage del catechismo si guadagnano il sacramento-trofeo tra quiz su Gesù e cacce ai miracoli. (...) Colpisce nel segno l'esordiente 28enne Alice Rohrwacher, disincantata osservatrice del Malpaese, dove sacro e profano si mescolano in un tripudio di incoscienze e di buona volontà. Un film dallo sguardo maturo, di bellezza cristallina, da ammirare e ricordare. Applaudita alla Quinzaine des réalisateurs del recente Cannes, dove era l'unica italiana in selezione." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 26 maggio 2011)

"L'argomento, certamente arduo, è addirittura quello della scoperta della religione, così come la si pratica in certi ambienti ecclesiastici, fatta, fra il dolore e lo stupore, da una ragazzina di tredici anni, Marta, nata in Calabria ma vissuta dieci anni in Svizzera con i suoi, tornati adesso da dove erano partiti. (...) Una documentazione come dal vero, perciò, con luoghi, facce e momenti proposti sempre da immagini di un certo sapore quotidiano; anche se poi la struttura che li lega e dovrebbe narrativamente motivarli, inciampa spesso nell'inespresso, molto più per l'assenza di logica che non, come nel finale, per una ricerca di sintesi. Si tratta, comunque, di un film d'esordio e come tale può accettarsi anche perché Yile Vianello, la giovanissima protagonista, ha una faccina intensa e gli adulti attorno, Pasqualina Scuncia, la catechista, Salvatore Cantalupo, il parroco, Anita Caprioli, la mamma, hanno spesso i segni giusti." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 27 maggio 2011)

"C'è una nuova regista in città Alice Rohrwacher, sorella dell'attrice Alba, si va ad aggiungere a un parco esordienti che negli ultimi anni ha regalato al cinema italiano diverse belle scoperte. 'Corpo celeste', appena passato alla prestigiosissima Quinzaine di Cannes, è uno dei migliori esordi di questi anni. Non solo per la storia che racconta, ma proprio per lo stile che la giovane regista abbraccia con coerenza dalla prima all'ultima inquadratura. A un primissimo, superficiale sguardo 'Corpo celeste' potrebbe sembrare un film-Dogma. Per fortuna non lo è. (...) In realtà il Dogma non era affatto un'invenzione, ma un astuto riciclaggio di formule estetiche e narrative che il cinema, in modo non programmatico, utilizza da sempre. Usare la macchina a mano, tenere l'immagine lievemente in bilico, montare in modo non convenzionale non significa essere dogmatici: potrebbe significare essere, più nobilmente, rosselliniani. (...) Alice Rohrwacher padroneggia benissimo questa esile trama, trascinandoci in un mondo - la parrocchia, le lezioni di catechismo, i rituali di una Chiesa provinciale e 'minima', non quella solenne di 'Habemus Papam' ma altrettanto intrusiva - che lei stessa osserva con sguardo laico, non partecipe ma nemmeno giudicante. È un altro film sulla fede, e non c'è da meravigliarsene: nel paese del Vaticano anche i laici devono fare i conti con la Chiesa, ed è interessante che sappiano farlo raccontando storie universali, senza ricorrere a un'iconoclastia modaiola." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 maggio 2011)

"A proposito del cinema italiano a Cannes, alla Quinzaine ha avuto ottima accoglienza 'Corpo celeste'. Nata
su commissione, l'opera di esordio di Alice Rohrwacher, sorella dell'attrice Alba, è ambientata in periferia di Reggio Calabria. (...) La costruzione è fragile, ma del film sono felici la cornice ritagliata dalla realtà; e la figuretta di Marta che la attraversa alla inconsapevole ricerca di un barlume vero di spiritualità." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 maggio 2011)

"Ecco la Rohrwacher bis, la neoregista Alice, sorella dell'affermata Alba. Il talento c'è, la voglia di provocare anche. Chissà i cattolici oltranzisti: 'Habemus Papam' era una sinfonia ecclesiale di fronte alla furia anticlericale di 'Corpo Celeste'. Merito, o colpa, di un prete di provincia, siamo a Reggio Calabria, più trafficone di un boss e di una catechista teledipendente. Un plauso alla giovanissima protagonista: Yle Vianello è sublime nel ruolo dell'emigrata tredicenne piombata dalla Svizzera come un'aliena nel bigottismo e nella piccineria del profondo Sud." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 27 maggio 2011)

"Spiacerà a coloro che han letto bene del film dopo la sua presentazione al Festival di Cannes. Non date molto retta a certe recensioni. A tanti il film dell'esordiente Alice Rohrwacher è garbato come metafora dell'Italia berlusconiana (le cresimande sembrano veline). E da sempre per chi mena Silvio, ponti (o palmares) d'oro." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 maggio 2011)

"Difficile ormai, dopo Edward Said, cadere (...) nell'esotismo e nell'orientalismo dello sguardo 'coloniale'. E, dopo De Martino, non rendersi conto che anche la tradizione e il passato pre-cristiano hanno bisogno di lettura doppia, ci fu guerra di classe e di sessi anche nel Mito. (...) Il cattolicesimo striato di riti pagani, e di processioni faticose ma dai sapori speziati, sulle prime appassiona e sorprende la teenager. Il rapporto sensuale tra Marta e questa nuova terra è talmente biunivoco che diventerà una passionale 'ragazza del coro'. Come se i luoghi e le persone che orneranno il suo ingresso tra i soldatini di Cristo (ma per far la cresima deve prima dimostrare di saper guidare la macchina del catechismo) avessero un che di familiare: la fede incrollabile, da guardia svizzera, in un ordine delle cose eterno; e un collettivismo etico da assorbire, che esige disciplina e omertà (e che differenza c'è se gli interessi da tutelare sono di Banca, invece che di cosca?), compresa la devotissima perpetua estatica che la porterà all'atteso momento magico e pubblico, con tanto di vescovo in visita, nervoso per le elezioni politiche alle porte (e un candidato, irregolarmente inculcato dal parroco ai fedeli) e il bizzarro trasferimento in auto, sul tettuccio, di un povero crocefisso dal borgo di montagna alla parrocchia del quartiere popolare e che invece finirà, blasfemia, dentro il fiume. Ovvio che chi è addestrato ormai a distinguere il bene dal male, scoprirà che il catechismo è una 'non-macchina'. Per guidarla ci vuole autonomia e individualismo, drastico a volte. (...) Lo stile non è neo-neo realista. Puttosto 'overground', grazie all'uso, in stato di trance e di lucidità, di una tecnica mista che mentre avanza la narrazione non ce ne accorgiamo neanche, colpiti e distratti da dettagli che penetrano nelle emozioni. Cinema orizzontale e verticale insieme, lo stesso mix che ha portato Terrence Malick alla Palma d'oro a Cannes. Macchina a mano, piani stretti, bilanciamento tra documento e 'teatralità'." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 27 maggio 2011)
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