Buon anno Sarajevo

Djeca

BOSNIA-ERZEGOVINA, GERMANIA, FRANCIA, TURCHIA - 2012
3/5
Buon anno Sarajevo
La 23enne Rahima e il 14enne Nedim - fratello e sorella orfani della guerra in Bosnia - vivono in Sarajevo in una società di transizione che ha perso la sua bussola morale, anche nel modo in cui tratta i figli di coloro che sono stati uccisi combattendo per la libertà della loro città. Rahima, dopo aver speso l'adolescenza nel crimine, ha trovato conforto nell'Islam e spera che suo fratello ne seguirà le orme. Tuttavia, un giorno, a scuola, Nedim fa a botte con il figlio di un uomo potente e improvvisamente Rahima scopre che il ragazzo conduce una doppia vita...
  • Altri titoli:
    Enfants de Sarajevo
    Children of Sarajevo
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM/DCP (1:1.85)
  • Produzione: ALDA BEGIC, FRANÇOIS D'ARTEMARE, BENNY DRESCSEL, SEMIH KAPLANOGLU PER FILM HAUSE SARAJEVO, LES FILMS DE L'APRÈS-MIDI, ROHFILM, KAPLAN FILM ISTANBUL
  • Distribuzione: KITCHENFILM
  • Data uscita 3 Gennaio 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

La Bosnia oggi. Il conflitto è alle spalle, ma la “transizione” verso un domani migliore non si è ancora completata. Forse non è mai iniziata. E quello che resta è un infinito “stato delle cose”, un presente dove non esiste neanche più lo spazio per l’utopia di un futuro diverso. Rahima (Marija Pikić) ha 23 anni, lavora come tuttofare nella cucina di un locale gestito da un boss del quartierino. E fa da madre al fratello minore, Nedim (Ismir Gagula), quattordicenne invischiato in giri loschi. Sono i “figli di Sarajevo”, orfani di una guerra che ha lasciato solamente macerie. E alla quale non è seguita alcuna “ricostruzione”.
Djeca di Aida Begić (al Certain Regard di Cannes nel 2012, quattro anni dopo l’acclamata opera prima, Snow, che vinse il Grand Prix della Semaine de la critique) è il “pedinamento” asfissiante di questo stallo: la regista (classe ’76) non molla la presa su Rahima, seguita (quasi) sempre con pianisequenza durante il lavoro, i ritorni notturni verso casa. E utilizzata a sua volta per “pedinare” Nedim, reduce da un litigio a scuola con il figlio di un ministro e in bilico verso un futuro criminale. Ma Rahim non lo può permettere.
E’ un film sullo strazio di un presente che non può lasciare da parte la memoria, Djeca, che sfrutta frammenti di immagini di repertorio per sottolineare i ricordi confusi dell’allora giovanissima protagonista (nel ’92 aveva sette anni) e che lavora sul sonoro per marcare la sensazione di assedio che ancora accompagna la quotidianità della ragazza: il passaggio giornaliero sotto ad un cavalcavia che amplifica il rombo dei motori, petardi in lontananza lanciati da qualche bullo. E il rumore dei fuochi d’artificio la notte di Capodanno, in quell’abbraccio con Nedim che per un attimo si trasforma in “riparo”. E che invece anticipa il cammino verso un altro, sperato futuro. Chiusura sbrigativa e forzata che lascia in sospeso almento due/tre situazioni aperte dal film, ma che non vanifica in maniera irrimediabile l’effetto del lavoro della Begić.

NOTE

- MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA 'UN CERTAIN REGARD' AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

- PRESENTATO AL 30. TORINO FILM FESTIVAL (2012) NELLA SEZIONE 'TORINO FILMLAB'.

CRITICA

"La regista bosniaca Begic aggiunge un tassello ai peggiori anni della sua vita raccontando il dopoguerra di Sarajevo, impregnato di incubi in flash back, fra angherie e dislivelli sociali in cui si snoda il difficile rapporto tra una ragazza orfana convertita all'Islam e il fratello rissoso. Ritratto di un luogo senza identità e gente senza futuro nonostante il finale finto lieto. È un'ottima prova tecnica con piani sequenza di grande spessore narrativo e manda in platea un grande punto interrogativo sul futuro." ('Il Corriere della Sera', 3 gennaio 2013)

"Non c'è nulla di più antimilitarista del messaggio di 'Buon Natale Sarajevo', che pure si svolge in tempo di pace. Ma un sicuro motivo d'interesse del film della sensibile bosniaca Aida Begic è proprio mostrare come le devastanti conseguenze di una guerra si riverberino nella vita di un paese a distanza di oltre un decennio dalla fine. Rahima, giovane orfana che lavora come aiuto-cuoca, è preoccupata per il fratello minore Nadim, un 14enne che finisce sempre nei guai e fatica a trovare un equilibrio; e per saperne di più, lo pedina nella cornice di una città che, come i suoi abitanti, porta incise le ferite inferte prima dalle bombe e poi dalla crisi. In efficaci piani sequenza la Begic ritaglia il quadro di una realtà cupa e desolata, che la vibrante Rahima nobilita con il suo sguardo puro di indomita eroina." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 gennaio 2013)

"Visto al recente festival di torino, 'Buon anno Sarajevo' è un film doppiamente disturbante - quindi, molto interessante per come smantella svariati luoghi comuni che scattano inconsciamente nelle teste di noi occidentali alla parola «Sarajevo». Il primo motivo di disturbo è scoprire che, nella Sarajevo post-bellica di oggi, non si rischia più la pelle come ai tempi del conflitto ma vivere può essere comunque molto difficile, soprattutto se orfani di guerra come la 23enne Rahima e il suo fratellino 14enne, Nedim. Il secondo motivo è l'orgoglio rabbioso con cui Rahima vive (verrebbe quasi da dire: ostenta) la propria condizione di giovane musulmana. Abbiamo un bel dire, noi occidentali politicamente corretti, che l'Islam opprime le donne: molte donne islamiche non sarebbero d'accordo con noi. (...) Se pensate che le considerazioni di cui sopra celino un film maschilista, sappiate che 'Buon anno Sarajevo' è diretto da una donna, Aida Begic, che a Torino ci è sembrata tosta e non riconciliata proprio come il suo personaggio. Film breve (90 minuti) ma che non dà tregua, anche per lo stile nervoso, quasi alla Dogma. Utilissimo per un confronto con il recente film di Castellitto-Mazzantini, ambientato in una Sarajevo vista da occhi occidentali: il giorno e la notte." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 gennaio 2013)

"II coro di bambini che apre 'Djeca' («Bambini», distribuito in Italia dalla Kitchen come 'Buon anno Sarajevo') ci ricorda che sono già passati venti anni dall'inizio dell'assedio di Sarajevo, poco meno degli anni della protagonista Rahima che appunto a quei tempi era una bambina ed ora, adolescenza finita da poco, lavora come cuoca in un ristorante e si occupa del fratello minore quattordicenne Nadim che sospetta di traffici poco puliti. Non c'è neanche bisogno di tante parole per tessere la trama del film, come fa con grande maestria la regista inaugurando l'anno con un film da non perdere (premio speciale del Certain Regard a Cannes e che rappresenterà il suo paese agli Oscar). Sotto il velo che porta Rahima si dipana buona parte dei temi del film (lo porta anche la regista) un'ancora di identità nel deserto creato dalla guerra, un simbolo di appartenenza che lega strettamente attorno alla testa come a non far fuggire i pensieri, ma ancora meglio un modo per isolarsi e procedere spedita per la sua strada, donna battagliera e orgogliosa in strenua difesa di quello che resta della sua famiglia. L'esperienza della guerra le ha trasmesso la forza di contrapporsi coraggiosamente alle sopraffazioni della nuova società. Già dal microcosmo del ristorante si capiscono parecchie cose dello stato delle cose del paese, come anche nella scuola: la prevaricazione, la prepotenza dei potenti, qualunque sia il loro grado. Un racconto di esemplare abilità ad affrontare la pesantezza dei problemi in campo, resa con poche parole e il rumore che ancora rimbomba nelle orecchie. Seguiamo Rahima in lunghi piani sequenza, nei percorsi da casa al lavoro, nel cupo riquadro di un cavalcavia, dove ogni rumore consueto riporta a cruenti scontri e sparatorie; sirene e proiettili. Lei, ragazza ribelle, cresciuta in orfanotrofio ora si è riscattata e come capofamiglia vuole ostinatamente ricostruire il futuro. Intorno a quel velo che crea in occidente tanti problemi ideologici il film acquista forza e una volta tanto concede al pubblico internazionale di accedere a significati altrimenti incomprensibili. Tra gli altri che la Bosnia un tempo paese laico oggi deve fare i conti con il fondamentalismo. Protetta da quel velo che ha scoperto da poco, Rahima passa indenne da insulti, machismo, provocazioni ed anche timidi corteggiamenti. Sappiamo che la regista, convertita di recente, trasmette la sua esperienza attraverso questo personaggio, la sua camera a mano è un uso diverso dal solito, segue i battiti di un cuore affannato che avanza senza sosta, di una volontà ferma e sicura nel difendersi. L'interpretazione di Marija Pikic (premiata come migliore attrice al festival di Sarajevo) assume un valore che supera il personaggio, come rappresentasse tutti i bambini della guerra (...)." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 3 gennaio 2013)

"Piacerà a coloro che tornano a interessarsi al cinema ex jugoslavo per anni nelle mani non sempre buonissime di EmirKusturica. "Buon anno Sarajevo" giustamente candidato all'Oscar per il film straniero è uno dei più bei film mai fatti sui dopoguerra. Pervaso da un'angoscia che era assente nei nostri classici neorealisti." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 gennaio 2013)
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