Borg McEnroe

Borg/McEnroe

SVEZIA, DANIMARCA, FINLANDIA - 2017
3/5
Borg McEnroe
Ambientato tra gli anni Settanta e Ottanta racconta una delle più grandi rivalità della storia dello sport, quella tra lo svedese Björn Borg e l'americano John McErnoe due atleti che hanno fatto la storia del tennis mondiale. Due uomini molto diversi tra loro, che si sono dati battaglia dentro e fuori dal campo. Da una parte l'algido e composto Björn Borg, dall'altra l'irascibile e sanguigno John McEnroe. Il primo desideroso di confermarsi re incontrastato del tennis, il secondo determinato a spodestarlo. Svelando la loro vita fuori e dentro il campo, il film è il ritratto avvincente, intimo ed emozionante di due indiscussi protagonisti della storia del tennis e il racconto, epico, di una finale diventata leggenda: quella di Wimbledon 1980.
  • Altri titoli:
    Borg vs McEnroe
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, SPORTIVO
  • Produzione: SF STUDIOS PRODUCTION AB, DANISH FILM INSTITUTE, FILM VÄST, FINNISH FILM FOUNDATION, NORDISK FILM, NORDISK FILM- & TV-FOND, SF STUDIOS, SVT, SWEDISH FILM INSTITUTE, YELLOW FILM & TV
  • Distribuzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT, SKY CINEMA
  • Data uscita 9 Novembre 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Chi erano Björn Borg e John McEnroe? Per capirlo davvero bisogna tornare al 1980, a quella straordinaria finale di Wimbledon (decisa in 5 set dopo il drammatico tie-break del 4° set conclusosi 18-16 per l'americano) che, in un modo o nell'altro, segnò la carriera di due tennisti passati alla storia.




Il film del danese Janus Metz - già presentato al Festival di Toronto, oggi alla Festa di Roma, dal 9 novembre in sala - parte da quel match (che metteva di fronte il numero 1 e il numero 2 del ranking mondiale) per compiere poi un percorso a ritroso andando in cerca del come, e del perché, lo svedese Björn e l'americano John diventarono in seguito Borg e McEnroe.

Il glaciale, controllato, sciamanico IceBorg (mai soprannome fu più azzeccato) da una parte, l'iracondo e selvaggio riccioluto moro dall'altra: la compostezza e l'eleganza vs. l'esplosività e l'incubo di ogni arbitro del circuito internazionale.

Ma la visione di superficie, come tante altre volte il cinema ha saputo dimostrare, molto spesso limita la comprensione delle cose. E allora si torna alla prima giovinezza di Borg, a quell'incapacità di gestire la rabbia che lo porta dapprima ad essere allontanato dal circolo in cui si stava formando come tennista per poi trovare in Lennart Bergelin (Stellan Skarsgård), allora capitano della Squadra svedese di Coppa Davis poi suo allenatore personale, il mentore capace di instradarlo verso la gloria, a partire già dal 1972 quando, appena 15enne, sconfisse il neozelandese Onny Parun.


[caption id="attachment_110490" align="aligncenter" width="202"] Il vero Björn Borg a Wimbledon 1980[/caption]

Sorta di Jesus Christ Superstar in calzoncini, primo vero divo di uno sport che solamente negli anni successivi (forse proprio grazie a lui e all'accesa contrapposizione - soprattutto mediatica - con l'antitetico McEnroe) iniziò a sfornare talenti capaci di far parlare di sé anche al di fuori del rettangolo di gioco, Borg ha gestito per anni le pressioni arrivando a quella finale del 1980 dovendo affrontare non solo il suo avversario, ma anche la miriade di demoni interiori che Bergelin e la futura moglie (l'ex tennista rumena Mariana Simionescu, interpretata Tuva Novotny) non sempre riuscivano a mitigare.

"Giocava a tennis come se da questo dipendesse la propria vita", in fondo, ed è proprio questo aspetto a renderlo poi non così dissimile da McEnroe, all'epoca giovanissimo (21 anni, contro i 24 di Borg), indiscutibile talento che osò mettere in discussione la supremazia incontrastata dello svedese sul terreno di Wimbledon, torneo che si apprestava a vincere per la quinta volta consecutiva (primo tennista a riuscirci nell'era Open, record poi eguagliato da Federer, che lo vinse ininterrottamente dal 2003 al 2008).

Interpretati (bene) da Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf, i due contendenti si ritrovano sullo schermo in questa sorta di Rush howardiano: lì a sfrecciare erano i bolidi pilotati da Niki Lauda e James Hunt (altra rivalità sportiva passata alla storia e, naturalmente, raccontata al cinema); qui, oltre alla pallina gialla, a (s)correre velocemente sono le immagini e gli stati d'animo di due campioni solitari destinati a cambiare per sempre le sorti - non solo prettamente sportive - del tennis.




E la sceneggiatura di Ronnie Sandahl insiste proprio su questo, su una dicotomia apparentemente così lampante da non essere poi così realmente netta. Perché essere al di qua o al di là della linea, spesso e volentieri, è davvero una questione di millimetri.

NOTE

- PREMIO DEL PUBBLICO BNL ALLA XII EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2017).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2018 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Finzione pura ma capace di essere appassionante come una telecronaca in diretta. La principale qualità del film, infatti, è aver saputo raccontare quello che pesa sulle spalle dei giocatori prima di una sfida così importante: la tensione, il confronto con le aspettative altrui, la capacità di resistere alla pressione mediatica (che già nel 1980 era decisamente forte), la sfida con le proprie ambizioni. Tutte cose che quasi non hanno influenza quando si inizia a giocare (perché lì conta solo la classe dei contendenti) ma che sono importantissime (e determinanti) per capire come si scende in campo e come si affronta una gara. Metz e il suo sceneggiatore Ronnie Sandahl lavorano soprattutto qui, su un passato che sembra infinito (nonostante la giovane età dei due tennisti: allora Borg era 25enne e McEnroe 2ienne) e che aiuta a scavare dentro la testa e l'anima dei due campioni. (...) Niente che non si sia già visto in altri film sullo sport, dove il trionfo finale può arrivare solo dopo sacrifici ed errori e cadute, ma che qui assume una funzione tipicamente cinematografica, perché capace di «rallentare» il viaggio del film verso l'incontro finale, come il vento che frena chi corre e costringe a mettere in gioco nuove energie e nuove risorse. (...) A favorire la forza emotiva del racconto contribuiscono poi una macchina da presa che alterna una grande mobilità (per rendere la frammentarietà del reportage) a una fissità e frontalità di tipo «televisivo», unite a una luce sporca e cruda (...), come appesantita dal tempo, che rende immediatamente palpabile la distanza cronologica. E che danno allo spettatore l'impressione di scoprire in diretta la partita di tennis più famosa della storia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 novembre 2017)

"Più che l'uno contro l'altro, i campioni si battono con i loro fantasmi interiori: che lo spettatore apprende a dosi omeopatiche mediante flashback (i biopic incentrati su un solo episodio della vita dei protagonisti sono in genere i migliori, ma scontano sempre questo stratagemma vecchiotto ). Di rado si è visto un match diretto con una così eccellente logistica della percezione: tanto da emozionarti anche se sai benissimo come andrà a finire. Peccato solo aver ceduto ai momenti di rallenti sul finale, del tutto pleonastici." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 9 novembre 2017)

"Film sportivo adatto anche agli spettatori non particolarmente attratti dal pathos dell'agonismo (...), «Borg/McEnroe» è un buon esempio di prodotto medio, solido, preciso nei riferimenti cronachistici e vivido nel ritmo, le ambientazioni, le recitazioni e i picchi di tensione. Sullo schermo, infatti, «Ice Borg» e «SuperBrat» non si limitano a riprodurre lo stile di gioco e i record conquistati dei due tennisti che alimentarono una feroce rivalità nell'empireo del tennis mondiale, ma si trasformano in modelli di personalità che, fatte le debite proporzioni, potremmo riconoscere persino nei più anonimi degli esseri umani. Ci troviamo di fronte, insomma, a una delle classiche chiavi drammaturgiche attivate dal cinema d'intrattenimento all'hollywoodiana, ossia la contrapposizione di formazioni esistenziali, tipologie caratteriali e comportamenti societari di eroi popolari destinati, alla fine, inevitabilmente a sovrapporsi l'uno all'altro in gloria dei sentimenti universali. Il regista danese Metz, non aspirando ai musei della settima arte, riesce in qualche modo a omaggiarla aggiornando l'epica del duello western (...). Si parte dal leggendario scontro svoltosi sull'erba di Wimbledon nell'estate del 1980, quattro ore all'ultimo sangue che vedono trionfare lo svedese ma consegnano alla storia anche l'americano, per poi ritrovarsi in un thriller psicologico costruito a partire dall'infanzia e l'adolescenza dei due futuri campioni interpretati alla grande da Gudnason e LaBeouf (...). Se c'è un po' di convenzionalità nella qualità stilistica -forse un pizzico di più di quella riscontrata nell'affine 'Rush' di Ron Howard (...) - alla fine è pienamente riscattata dal modo di inquadrare le partite, il fraseggio dei rumori prodotti dalla pallina e la capacità di fare trattenere il fiato in sala come se si trattasse del perimetro di un campo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 novembre 2017)

"(...) pur ben diretto, con un cast indovinato, il biopic di Metz pende troppo dalla parte dello Svedese; e insistendo sul tasto del pathos nascosto sotto la sua corazza di ghiaccio, spegne i toni della vis agonistica di entrambi. Ci sarebbe voluto un Peter Morgan, l'eccellente sceneggiatore di 'Rush', per dare giusto spessore ai due grandi e conferire la dovuta emozione alla combattutissima (e peraltro ben ricostruita) partita." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 novembre 2017)

"Piacerà anche ai non sportivi. Il tennis notoriamente non è uno sport cinegenico (non c'è violenza, né moltissima adrenalina). Questo però rimarrà tra i titoli memorabili. Il regista danese tiene scopertamente per Borg e finisce per trascinare dalla sua lo spettatore. Un consiglio a chi ignora come andò. Resistete eroicamente alla tentazione di andare a chiedere ai ben informati informazioni sull'esito della finale." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 novembre 2017)

"La storica finale di Wimbledon del 1980 (...) è ottimamente celebrata in questa pellicola biografica che ha il pregio di non tradire veri protagonisti. Merito di Shia LaBeouf e, in particolare, dello straordinario (quanto a rassomiglianza con Borg) Sverrir Gudnason, perfetti nel riprodurre, sullo schermo, tic e manie dei due campioni della racchetta. Regia sicura, montaggio perfetto, ritmo che non cala mai." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 9 novembre 2017)

"Consapevolezza, fragilità, resistenza, genialità e due diverse (per questo coinvolgenti) paranoie di successo: qualcosa delle rockstar Borg e McEnroe, umani troppo umani artisti tennisti, passa in Gudnason e LaBeouf, impegnati a evitare 'Rocky', nonostante qualche concessione da show-rivalry nel buon montaggio agonistico. Avvincente ancora la guerriglia sul campo, ma il respiro del film è nel senso di un primato, anzi nella più prosaica predestinazione del 'campione da giovane'." ('Nazione-Carlino-Giorno', 9 novembre 2017)
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