Blonde

USA - 2022
2,5/5
Blonde
Blonde reinventa con audacia la vita di una delle icone più leggendarie di Hollywood: Marilyn Monroe. Dalla sua infanzia imprevedibile come Norma Jeane, attraverso l'ascesa alla fama e i legami sentimentali, Blonde mescola realtà e finzione per esplorare la sempre più vasta differenza tra l'immagine pubblica e quella privata dell'attrice.
  • Durata: 165'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:2.39), D-CINEMA
  • Tratto da: tratto dal best-seller omonimo di Joyce Carol Oates (ed. italiana La Nave di Teseo, 2021)
  • Produzione: BRAD PITT PER NEW REGENCY PICTURES, DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, TRACEY LANDON, SCOTT ROBERTSON
  • Distribuzione: NETFLIX
  • Data uscita 28 Settembre 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Marilyn ci ama “tutti”. Norma Jeane ci vomita in faccia.

Andrew Dominik torna al film di finzione dieci anni dopo Cogan – Killing Me Softly e torna in gara a Venezia quindici anni dopo L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford: lo fa con Blonde, film dalla lavorazione travagliatissima, dalla durata impegnativa (167′), dall’ambizione smodata e dalla resa discutibile.

L’oggetto in questione, come noto, è Marilyn Monroe, nata Norma Jeane Mortenson Baker, colta nelle varie fasi più significative della sua drammatica esistenza.

Dal 1933, quando ancora bambina rischia di essere uccisa dalla madre e poi messa in un orfanotrofio, al 1962 quando, 36enne, il suo corpo smise di vivere.

Il corpo, quel “pezzo di carne” a cui allude il secondo dei suoi tre mariti, il manesco Joe DiMaggio (Bobby Cannavale), l’immagine che il mondo brama, di cui il cinema non sembra più potere fare a meno (tanto da sedarla per costringerla a terminare le riprese di A qualcuno piace caldo), gli uomini che – eccetto forse Arthur Miller (Adrien Brody) – e nei quali lei cercava sempre e solamente quel fantomatico “daddy” mai conosciuto, volevano da lei sempre e solamente il contenitore, l’involucro, l’affermazione machista e sessuale su un trofeo ambito dal pianeta intero.

Blonde. Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Netflix © 2022

Ad incarnare questo corpo, divinizzato fuori e martoriato dentro (i due aborti, che nel film rischiano il baratro dell’osceno con quel forcipe che squarcia l’intimo di un’immagine superflua) è la splendida Ana de Armas, naturalmente presente in ogni inquadratura del film: Blonde – non sappiamo quanto volutamente o meno – rischia in più di un’occasione il vilipendio iconografico, restituisce al nostro sguardo l’anima (e il corpo, ovviamente) di una donna con cui non sempre si riesce a trovare l’empatia sperata, soprattutto ondeggia in modo ridondante quando si tratta di scegliere in che modo raccontare ogni momento, alternando bianco e nero e colore, luci calde o effetto pellicola sgranata.

Sembra quasi impossibile, dunque, anche per Dominik, riuscire a trovare una “chiave” per entrare nell’inestricabile dicotomia tra la Marilyn che ci ama “tutti” e la Norma Jeane che ci vomita in faccia (in quel water sull’aereo che la sta portando da Kennedy…), tra la Marilyn che viene portata di peso da due energumeni come fosse, appunto, un “pezzo di carne”, fino al letto presidenziale, per prodursi in una fellatio mentre JFK è al telefono con un collaboratore che lo avvisa delle varie accuse di molestie che gli stanno per arrivare, e la Norma Jeane che durante quella fellatio “avverte” Marilyn di “non vomitare, non avere conati, ingoia”.

Tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates, il film mescola ovviamente realtà e invenzione, portando avanti come detto questa scissione insanabile.

“Come si pone una bambina indesiderata di fronte all’essere diventata la donna più desiderata del mondo? Deve dividersi a metà? Proporre un’immagine sfolgorante al mondo, mentre l’io indesiderato soffoca all’interno. E non è forse il cinema stesso una macchina del desiderio? L’abbiamo in qualche modo uccisa noi stessi con il nostro sguardo?”, si chiede il regista, che in qualche modo “uccide” nuovamente questa immagine, lasciando fluttuare alla fine la parte più eterea di quel simulacro, l’anima di Norma Jeane.

Già colta in uno dei momenti più riusciti del film, quando si rievoca la première di A qualcuno piace caldo: tutta la sala rivolge il proprio sguardo sorridente allo schermo, in mezzo alla platea Marilyn piange, piange perché in quell’immagine non trova se stessa, non trova Norma Jeane.

Probabilmente non riesce a farlo con forza neanche il film, che vive appunto di “momenti”, alcuni buoni altri, troppi, sovraccarichi, over performanti, figli di una costruzione e ricostruzione che si preoccupa forse troppo del corpo, dell’involucro dell’immagine piuttosto che preoccuparsi di indagarne l’anima.

Che si libera a sprazzi, sollevata dalle musiche come sempre immaginifiche e laceranti di Nick Cave e Warren Ellis, sodali da una vita di Dominik e raccontati, meravigliosamente in quel caso, nei due documentari One More Time with Feeling e This Much I Know to Be True.

Targato Netflix, Blonde non uscirà al cinema ma sarà disponibile sulla piattaforma dal 28 settembre.

NOTE

- PER IL RUOLO PRINCIPALE ERANO STATI FATTI I NOMI DI NAOMI WATTS E JESSICA CHASTAIN.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 79. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2022).

CRITICA

"Non una celebrazione di Marilyn Monroe, icona leggendaria e immortale, ma un ritratto di Norma Jane (come si chiamava l' attrice prima di scegliere il suo nome d' arte) infelice, tormentata da traumi e abusi, mai riconciliata con il proprio lavoro e l' immagine glamour che il pubblico aveva di lei. (...) Se quella di spogliare il mito e restituirci il dolore di una giovane donna destinata a vivere per sempre nell' immaginario condiviso è una scelta vincente, il modo in cui Dominik restituisce la vita di Norma Jane/Merilyn è greve e costantemente cupa, costellata di molte immagini di pessimo gusto, che non trovano una giustificazione estetica e che sottraggono al personaggio le necessarie sfumature emotive psicologiche, mentre un commento musicale incessante sottolinea inutilmente i momenti più drammatici." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 09 settembre 2022)

"(...) è un esempio di come non si deve raccontare una vita, ma soprattutto di come le immagini (del film) possono tradire le parole (del romanzo) nonostante i mille sotterfugi messi in atto. A cominciare dall' utilizzo del bianco e nero o del colore, che si alternano secondo una logica di cui sfugge il senso. (...) una regia che ha bisogno di sottolineare platealmente (spesso cadendo nel kitsch) le sue fragilità e i suoi errori: se suona un telefono, uno zoom lo porta in primo piano; se resta incinta è addirittura il feto che si mette a parlare; se le si annebbiano i sensi è tutta l'immagine che perde definizione e sfuma nel nulla, con una messa in scena che tocca il suo punto più basso e volgare nel sesso orale cui la costringe Kennedy. E che non salvano i miracoli digitali capaci di far entrare la brava de Armas nei fotogrammi dei film più famosi della Monroe. La voglia di scardinare la linearità del racconto (...) diventa un meccanismo che sembra prendersi gioco dello spettatore: seguendo gli sforzi di un inquilino semicieco deciso a proteggere una donna ricercata ingiustamente dalla polizia, la logica si perde tra andirivieni temporali di cui alla fine sfugge la necessità e la ragione." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 09 settembre 2022)

"L'operazione "Blonde" non è riuscita. Tra tutti i registi Andrew Dominik era il meno adatto, non serve dire in conferenza stampa che lui e l' attrice Ana de Armas sentivano sul set la presenza di Marilyn Monroe. Il fantasma di Marilyn avrebbe potuto suggerire che la ragazza maltrattata e praticamente orfana, infelice sia con il giocatore di baseball (italiano) Joe DiMaggio sia con l' intellettuale (ebreo) Arthur Miller, desiderosa di diventare madre e vivere nelle suburb tra casalinghe disperate, nel film "Blonde" è più pornografico del sesso. Il voyeurismo ginecologico supera ogni limite." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 09 settembre 2022)

"(...) Andrew Dominik ne ha fatto una versione per lo schermo riprendendone il filo: disavventure e avventure rilette attraverso i traumi dell' infanzia, quindi più Norma Jeane che Marilyn Monroe. Usando il bianco e nero per la messa in scena dell' intimità e il colore per la vita pubblica, il film compone, senza pathos, un quadro banalmente empatico. La Marylin di "Blonde", interpretata con impegno da Ana de Armas è in costante ricerca di una figura maschile, sostitutiva di un padre inesistente, perennemente fantasmato: ogni uomo è per lei un daddy. Desiderosa di compiacere, ancor prima di piacere, è naturale vittima di disguidi amorosi, flirt mancati, incursioni predatorie. Del pulviscolo d' oro non rimane poco più di niente. Dominik sequestra lo spettatore per poco meno di tre ore (produce Netflix), solo per ricordargli che la diva soffrì di ciò che oggi chiameremmo bassa autostima." (Andrea Martini, 'Il Giornale', 09 settembre 2022)
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