Black Book

Zwartboek

OLANDA, GRAN BRETAGNA, GERMANIA - 2006
Black Book
In Olanda nell'estate 1944, Rachel, una giovane cantante ebrea, decide di tentare insieme ai suoi familiari e ad altri la fuga via mare per raggiungere i territori già liberati dagli alleati. Il gruppo però viene intercettato dai soldati nazisti e i componenti vengono sterminati uno ad uno. Unica ad essere scampata, Rachel decide di raggiungere i partigiani olandesi e di unirsi a loro. Il suo più grande desiderio è quello di vendicarsi della morte dei suoi familiari e di tornare libera. Rachel riesce ad infiltrarsi tra i tedeschi e a diventare amica dell'ufficiale nazista Müntze che, non sospettando di lei, le trova un lavoro. Alla fine della guerra, però, Rachel non sarà libera. Gli uomini che lei ha aiutato la accusano di collaborazionismo e tradimento per aver fornito alcune informazioni sbagliate. Ora Rachel deve scoprire chi la vuole morta...
  • Altri titoli:
    Blackbook
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: GUERRA, THRILLER
  • Tratto da: ispirato al libro "Grijs Verleden" di Chris van der Heyden
  • Produzione: FU WORKS, HECTOR BV, MOTEL FILMS, CLOCKWORK PICTURES, EGOLI TOSSELL FILM AG, MOTION INVESTMENT GROUP, VIP 4 MEDIENFONDS, STUDIO BABELSBERG MOTION PICTURES GMBH
  • Distribuzione: DNC - ENTERTAINMENT
  • Data uscita 2 Febbraio 2007

RECENSIONE

di Lorenzo Raganelli

Da un irriconoscibile Verhoeven un coraggioso atto d’accusa contro ogni guerra, estremismo e arrogante giustizionalismo dei vincitori. La storia di Black Book è semplice e le accuse di revisionismo del tutto speciose: l’oppressore schiaccia le minoranze, deporta, uccide. Gli oppressi muoiono, si organizzano, non demordono. Alla fine la spuntano, ma all’invertirsi dei rapporti di forza la loro vendetta sarà terribile. Cambiano le bandiere, ma le violenze sono le stesse, se non peggiori. A incarnare il paradosso è la vera odissea di Rachel Steinn (bravissima Carice van Houten), ebrea olandese che scampa ai lager infiltrandosi fra i nazisti, per poi rischiare il linciaggio, alla liberazione, dai suoi stessi compagni di un tempo. Siamo nel 1944, ma la storia è attualissima e Verhoeven non manca di sottolinearlo. La parola chiave è coraggio: già dirompente in sé, il suo scomodo parallelismo fra nazisti e resistenti, è per di più all’ordine del giorno della politica internazionale. Basta cioè l’autoinvestitura dei “buoni” a legittimarne metodi e crociate moralizzatrici? Per chi non cogliesse lo spunto fra le righe, Verhoeven inserisce poi un esplicito (e ancor più azzardato) richiamo all’oggi, contestualizzando incipit ed excipit in un kibbutz israeliano del ’56, che alla fine sarà travolto da una nuova guerra. Un film sul nazismo, gli ebrei cattivi, la politica sotto accusa: la materia è incandescente e il terreno sdrucciolevole, ma nonostante qualche sbavatura e semplificazione, Verhoeven se la cava con coraggio.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL MAGGIO 2007 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"L'ha diretto un regista noto, Paul Verhoeven, che si era fatto molto apprezzare tra le fila del cinema del suo Paese, almeno fino agli anni Ottanta. Poi si è trasferito a Hollywood, alla ricerca, forse, di più facili successi, come doveva dimostrare nel '92 con il tanto chiacchierato 'Basic Instinct'. Ora è tornato a casa, ha ritrovato gli impegni civili ed estetici di una volta e ci ha raccontato con passione spesso molto calda un episodio autentico degli anni della Resistenza olandese ai nazisti durante l'occupazione. (...) Verhoeven si impone soprattutto nelle pagine corali, con i partigiani, i nazisti, le anonime folle olandesi sotto la dominazione straniera. Immagini forti ed anche, nello stesso, tempo di grande valore figurativo, in climi ora ansiosi ora dolenti. I casi dei singoli, qua e là, sono un po' accentati, ma si inseriscono comunque senza difficoltà nel crudo ritratto realistico di quegli anni. Grazie anche a interpreti qui da noi poco noti, ma tutti sostenuti dal vigore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 settembre 2006)

"'Black Book', Libro Nero, che Paul Verhoeven ha girato nel suo Paese, l'Olanda, dopo vent'anni di lavoro in Usa, sembra un film antinazista classico, ma non lo è: è un prodotto del revisionismo storico, della convinzione del regista, 70 anni, che 'nessuno sopravvive, innocente a una guerra', della sua ottica inconsueta. (...) Il revisionismo arriva qui corretto dalla forma migliore, quella pacifista. Attori, ricostruzione d'epoca del film sono impeccabili, come è nello stile personale di Verhoeven" (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 2 febbraio 2007)

"Dopo vent'anni di esilio volontario a Hollywood, Paul Verhoeven torna in Olanda e realizza un film sull'occupazione tedesca; soggetto stimolante per un regista che ha sempre messo l'ambiguità morale al centro del proprio cinema. Tuttavia, 'Black book' non è una rilettura problematica della storia del '900, ma piuttosto un romanzo di avventura memore dei feuilleton antinazisti che Fritz Lang girò all'epoca, mescolando vari generi popolari: dal film di guerra alla vicenda di spionaggio, al melodramma sentimentale. Benché il cineasta dichiari che il soggetto è basato su fatti autentici, ti accorgi presto che la sua attenzione è concentrata su un intrigo a doppio fondo pieno di colpi di scena spettacolari. Se un cattivo tedesco diventa improvvisamente buono e un buon olandese cattivissimo, ciò non ha tanto a che vedere con l'umana ambiguità, quanto invece con le convenzioni più semplici e manichee del genere. Cominciano ad infastidire un po', allora, l'improbabilità delle situazioni, la magniloquenza di certi episodi e la superficialità generale del progetto, che l'accuratezza della realizzazione non basta a mascherare. L'ancora sconosciuta attrice Carice Van Houten ha tutto per farsi notare." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 2 febbraio 2007)

"Tornato in Olanda dopo lunghi anni a Hollywood (anni duri ma proficui: 'Robocop', 'Basic Instinct', 'Starship Troopers'...), Verhoeven resta un caso a sé. Più hollywoodiano degli hollywooditi, è pronto a tutto per lo spettacolo. Però i suoi film tracotanti, gonfi di astuzie e kitsch, hanno un retrogusto singolare. 'Black Book' riprende, rovesciandola, l'Olanda in lotta con i nazisti di Soldato d'Orange. (...) Gettato il sasso, il film nasconde la mano. Non senza dettagliare gli orrori compiuti dagli olandesi a liberazione avvenuta. Facile accusare Verhoeven di qualunquismo. Ma questa danza macabra molto fiamminga, piena di dettagli truci e immagini sorprendenti, non si dimentica tanto in fretta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 febbraio 2007)

"Prima di vedere il 'Black book' ('Libro nero') dell'olandese Paul Verhoeven, andrebbe letta l'opera dello storico israeliano Zeev Sternhell: egli sostiene che, fascista o antifascista, l'Europa è antigiudaica. Implicitamente, è un invito per ogni ebreo del Vecchio continente a emigrare in Israele. (...) Corale, insolito, spiritoso, perfino leggermente erotico, 'Black book' dice quel tuttora pochi hanno il coraggio di dire: i deboli son buoni finché restan deboli... Basterebbe questo a giustificare il biglietto d'ingresso." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 2 febbraio 2007)

"Visto, amato, deriso alla Mostra di Venezia, accusato di revisionismo sui partigiani dei Paesi Bassi, il nuovo film di Verhoeven, l'olandese volante di 'Basic instinct', non pretende tanto, fa spettacolo, non sborsa vera personalità. È un mix fra 'Diario di Anna Frank' e 'Quella sporca dozzina', mescola bombe, fughe e melò, partigiane e soubrettine, persecuzioni (inizia oggi in Israele, alla recherche del tempo di guerra perduto). Dal regista che fu intellettuale ('Il quarto uomo', 'Soldato d' Orange'), il recupero di un tema forte e provocatorio, il libriccino nero del titolo, il diario di un avvocato mediatore tra occupanti e resistenti con i nomi dei collaborazionisti olandesi. E si unisce dichiaratamente realtà e finzione. (...) Il messaggio è chiaro e pericoloso: in guerra non ci sono innocenti né eroi né angeli né demoni, tutto ricomincia sempre daccapo. Verhoeven fra il bianco e nero sceglie il grigio e dice che i conflitti mutano costumi ed etica, mostra gli olandesi nel ' 45 torturati in prigioni come Guantánamo. Né si può chiedere al regista di Schwarzenegger di rinunciare allo spettacolo, il filmone fila diritto come un treno nel tempo nella via crucis delle passioni belliche pigiando tutti i tasti anche tutti insieme in modo non gratuito quando rimbalza sull' oggi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 febbraio 2007)
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