Benvenuti a Marwen

Welcome to Marwen

USA - 2018
Mark Hogancamp dopo aver subito una violenta aggressione da parte di cinque uomini rimane nove giorni in coma e quaranta in ospedale. I danni cerebrali subiti gli fanno perdere la memoria, ma Hogancamp inizia a costruire un'enorme città in miniatura ricreandola come se fosse all'epoca della seconda Guerra Mondiale e popolandola con varie versioni di se stesso, dei suoi conoscenti, amici, delle donne che ha amato e perfino dei suoi assalitori, iniziando così a vivere in quella sorta di mondo fantastico. Basato su di una storia vera.

CAST

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI: JACKIE LEVINE, JEFF MALMBERG.

CRITICA

"I personaggi di Zemeckis non si sono mai trovati a loro agio con la vita. E i loro film spesso raccontano le peripezie con cui si trovano a fare i conti. Succede così anche per il Mark Hogancamp di 'Benvenuti a Marwen ', talmente traumatizzato dopo un'aggressione da aver perso la memoria. E da qui, dalla sua personalissima «elaborazione del trauma», prende il via il film che chiede allo spettatore - come era già successo ad esempio per 'Forrest Gump' o 'Chi ha incastrato Roger Rabbit' - di entrare in un mondo particolare e personalissimo, annullando ogni possibile pretesa di verosimiglianza. Anche se - diciamolo subito - quello che eravamo disposti a concedere all'ex paraplegico o all'universo di Cartoonia, fatichiamo ad accordarlo ai personaggi in miniatura di Marwen. Perché la maniera in cui Mark (un sempre sorprendente Steve Carell) è riuscito a ritrovare un equilibrio (...) è stata quello di ricostruire una specie di mondo in miniatura dove dei pupazzi giocattolo gli permettono di ricreare le storie capaci di fargli rivivere e superare i traumi subiti. (...) Lo spunto di partenza è reale: esiste davvero un Mark Hogancamp che ha perso la memoria per un'aggressione e che si è inventato un mondo di giocattoli per superare il trauma, cui è stato dedicato il documentario 'Marwencol' di Jeff Malmberg e da cui sono partiti Zemeckis e la sceneggiatrice Caroline Thompson per scrivere il film. Ma più che al singolare percorso psichico che ha portato un uomo a rivivere la propria esperienza attraverso dei pupazzi, al regista sembra interessare proprio quel mondo in miniatura, il fascino ambiguamente feticista che esprimono quelle bambole così allusive, il gioco di sottintesi erotici che i giocattoli portano in scena con gusto piacevolmente camp. Oltre naturalmente ai referenti reali che hanno innescato quelle creazioni. (...) Inutile sottolineare la perizia tecnica che Zemeckis mette in gioco, dalla precisione e minuzia delle ricostruzioni all' abilità dell'animazione al gioco di rimandi cinefili che ogni tanto fanno irruzione nella storia (c'è anche una DeLorean che lascia una striscia di fuoco proprio come in 'Ritorno al futuro'), ma il giochino rischia alla fine di diventare solo fine a se stesso. Il continuo scambio tra invenzione e realtà può essere letto in molti modi, a cominciare dalla forza mimetica del cinema stesso per allargarsi, come il regista ha fatto in alcune interviste, a una riflessione sulla forza dell'arte capace di aiutare le persone a «tornare a vivere». Ma quello che in altri film prendeva forza e andava oltre la metafora qui sembra fermarsi al puro piacere ludico. Zemeckis scherza con i simboli dell'erotismo di massa, tacchi a spillo in primis, e si concede allusioni per niente corrette, ma non riesce mai a coinvolgere davvero lo spettatore nei suoi sterili giochini." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 gennaio 2019)

"In realtà, più dalla storia del vero Mark, Zemeckis è attratto dal suo inquietante mondo di fantasia. Il che non stupisce, in un regista che giusto trent'anni fa inventava la Cartoonia di 'Chi ha incastrato Roger Rabbit?', per poi diventare un pioniere del cinema in computer graphic, con 'Polar Express', 'La leggenda di Beowulf' e 'A Christmas Carol'. Qui si ispira ai fumetti tipo 'Guerra d'eroi' in una chiave quasi gotica (la sceneggiatura è scritta insieme a Caroline Thompson, che ha collaborato tra l' altro a 'Edward mani di forbice' e 'La sposa cadavere'). La differenza è che rispetto ai film precedenti la tecnica non è solo uno scopo, ma quasi il tema stesso del film. Più interessante che riuscito, infatti, 'Benvenuti a Marwen' ha una dimensione teorica fin troppo in bella vista: ci si può sbizzarrire nel rapporto fra trauma, gioco e arte, tra cinema, realtà e illusione, sui generi sia nel senso dei generi cinematografici (che qui, dopo il vintage, approdano letteralmente alla dimensione della doll's house) che del gender (il film è a suo modo un inno, un po' inquieto, al femminile). Il risultato, però, non si sa bene a chi sia rivolto: non agli adulti, che si trovano comunque davanti a un film di pupazzi; non ai ragazzi, che si troveranno davanti un immaginario cupo e feticista. L'equilibrio fra dimensione riflessiva e spettacolo funziona solo in parte, per cui gli elementi più tradizionali (le battaglie, la storia d'amore) risultano spuri, come se il film fosse avviato su un binario sperimentale che però, ovviamente, non può percorrere fino in fondo." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 10 gennaio 2019)

"Quella di 'Benevenuti a Marwen' sarà pure una storia vera, ma di fatto sembra concepita su misura per il cinema di Robert Zemeckis, un regista sempre a suo agio nei territori di confine: fra fiaba e realtà, attori in carne e ossa e personaggi in motion capture, umorismo e vena gotica, gioco d'azione e dramma psicologico. (...) Sulla base di un copione scritto con Caroline Thompson, sceneggiatrice cara a Tim Burton, Zemeckis gioca a specchio le due dimensioni, contrapponendo la depressa, nevrotica quotidianità del protagonista al colorato, fumettistico mondo da lui inventato; mentre Steve Carell, sdoppiandosi di volta in volta nel suo io digitale, incide con sfumata sensibilità drammatica un carattere tenero, seppur afflitto da turbe inquietanti. Non sempre la complessa miscela risulta calibrata, anzi a tratti pare che il film indugi troppo, e con lezioso compiacimento, su quanto avviene nel fittizio universo di Marwencol; tuttavia alla fine si esce con la sensazione di essersi affacciati su un qualche insondabile mistero umano." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 10 gennaio 2019)

"Può sembrare folle ma l'ultimo film di Zemeckis è tratto da una storia vera già ispiratrice di un potente documentario ('Marwencol', 2010). Proiettare i nostri dolori nel corpo artificiale di feticci con cui giocare alla guerra per ritrovare la pace interiore. Squinternato sì ma pure geniale da parte del regista visionario di
'Ritorno al futuro' e 'Forrest Gump'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 10 gennaio 2019)

"L'idea di usare la CGI, per trasformare Carrell in Hogie, appare poco convincente, impoverendo un film, dal soggetto, comunque, interessante, ma mai appassionante." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 10 gennaio 2019)
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